Giovanni Vitolo.
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Medioevo.
I caratteri originali di un'et di transizione.
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Parte 2.
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2000 Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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4. L'Italia tra Bizantini e Longobardi.
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4.1 La guerra greco-gotica.
4.2 I Longobardi e la rottura dell'unit politica dell'Italia.
4.3 Gregorio Magno e l'evoluzione politica dei Longobardi.
APPROFONDIMENTI: Uomini di Chiesa e uomini di Dio.
4.4 La fine del regno longobardo.
4.5 L'Italia bizantina.
4.6 Le origini dello Stato della Chiesa.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: La questione longobarda.
Bibliografia.
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5. Il mondo arabo e il Mediterraneo
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5.1 Il pi grande impero del Medioevo.
5.2 L'Arabia prima di Maometto.
5.3 Maometto e la nascita dell'Islam.
5.4 Il Corano e i pilastri della fede islamica.
5.5 La comunit musulmana delle origini e il califfato elettivo.
APPROFONDIMENTI: Islam e Cristianesimo.
5.6 La prima fase dell'espansione islamica.
5.7 La ripresa dell'espansione islamica e la crisi della dinastia omayyade.
5.8 L'avvento degli Abbasidi e l'apogeo della civilt araba.
5.10 Gli Stati islamici di Egitto e Spagna.
APPROFONDIMENTI: Le grandi correnti dell'Islam.
5.11 La Sicilia islamica.
5.12 Gli Arabi, il Mediterraneo e l'Europa.
Il DIBATTITO STORIOGRAFICO: Dalla "tesi Pirenne" alla nuova arabistica.
Bibliografia.
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Parte 2. LA NASCITA DELL'EUROPA.
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6. Economia e societ nell'Alto Medioevo.
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6. 1 Il paesaggio e l'ambiente.
6.2 Il bosco tra realt e rappresentazione mentale.
APPROFONDIMENTI: L'Italia dell'Alto Medioevo: un paese ricco di animali selvaggi.
6.3 Il calo demografico.
6.4 La centralit della campagna.
6.5 L'organizzazione della curtis.
6.6 Il ruolo delle prestazioni d'opera.
6.7 Le origini dei poteri signorili.
6.8 Economia naturale ed economia monetaria.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: Le origini del sistema curtense.
Bibliografia.
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7. L'impero carolingio e le origini del feudalesimo.
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7. 1 L'ascesa dei Pipinidi.
7.2 Le basi della potenza dei Pipinidi e le origini del feudalesimo.
7.3 La ripresa dell'espansionismo franco e la conquista dell'Italia.
7.4 Le altre conquiste di Carlo Magno.
7.5 L'incoronazione imperiale di Carlo Magno.
7.6 L'ordinamento pubblico carolingio.
7.7 L'attivit legislativa di Carlo Magno.
7.8 La riforma di chiese e monasteri.
7.9 La rinascita carolingia.
Il DIBATTITO STORIOGRAFICO: Le sperimentazioni del potere.
Bibliografia.
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8. La crisi dell'ordinamento carolingio e lo sviluppo dei rapporti feudali.
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8.1 Le difficolt della successione imperiale.
8.2 La dissoluzione dell'ordinamento pubblico.
8.3 Le invasioni degli Ungari.
8.4 Le incursioni dei Saraceni.
APPROFONDIMENTI: Montecassino dalla prima alla seconda distruzione.
8.5 Le incursioni e gli insediamenti dei Vichinghi.
8.6 L'incastellamento e la nuova organizzazione del territorio.
8.7 Il groviglio dei diritti signorili e l'evoluzione dei rapporti vassallatico-beneficiari.
8.8 La crisi dell'ordinamento ecclesiastico.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: L'incastellamento in Italia.
Bibliografia.
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FINE Indice.
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4. L'Italia tra Bizantini e Longobardi.
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4.1. La guerra greco-gotica.
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Giustiniano, come si  visto nel capitolo precedente, avvi nel 535 la riconquista dell'Italia inviandovi un esercito guidato dal generale Belisario. La prima fase della guerra si concluse nel 540 con la conquista di Ravenna e il ritiro oltre il Po dei Goti, i quali tentarono di staccare Belisario da Giustiniano, offrendogli la corona di imperatore d'Occidente. Il progetto per non and in porto e, mentre Belisario veniva richiamato in patria, i Goti ripresero l'offensiva nel 542 sotto la guida del loro re Totila, il quale tent di mobilitare contadini e schiavi arruolandoli nel suo esercito. I Bizantini, al comando ora del generale Narsete, ebbero ragione della sua fiera resistenza e, dopo averlo sconfitto e ucciso a Gualdo Tadino (552), sopraffecero qualche mese dopo anche il suo successore Teia, che tent ancora la sorte delle armi in una battaglia alle falde del Vesuvio. La guerra, le cui immani distruzioni sono state efficacemente descritte da un testimone oculare, lo storico Procopio, che aveva fatto parte dello stato maggiore di Belisario, non fin per con la morte di Teia.
Gruppi di irriducibili resistettero infatti sull'Appennino fino al 555, mentre nel 553-554 l'Italia veniva saccheggiata da schiere di Franchi e Alamanni, chiamati dai Goti in un disperato tentativo di ribaltare le sorti della guerra.
La riconquista fu accompagnata dal tentativo di restaurare gli antichi rapporti sociali e di dare al territorio un nuovo assetto amministrativo sulla base delle disposizioni contenute nella Prammatica sanzione, che Giustiniano, come si  gi detto, eman nel 554 su richiesta di papa Vigilio. Gli atti emanati da Teodorico e dai suoi immediati successori (Amalasunta, Atalarico e Teodato) furono considerati ancora validi, mentre furono annullati quelli di Totila, definito "nefandissimo". Terre e greggi furono restituite ai vecchi proprietari e lo stesso si fece con gli schiavi, anche se nel frattempo si erano sposati con donne libere. Le chiese cattoliche ottennero buona parte delle terre confiscate alle chiese ariane, a titolo di indennizzo dei danni subiti durante la guerra. L'Italia fu divisa in distretti, nei quali l'amministrazione civile era affidata a un index e quella militare a un dux, tutti posti sotto l'autorit di Narsete, il quale rimase in Italia fino al 568, quando fu richiamato a Costantinopoli dal nuovo imperatore Giustino Secondo (mor per a Roma alla vigilia della partenza).
Nello stesso tempo si mise in piedi un capillare apparato fiscale e si arriv a richiedere il pagamento di tasse arretrate, che risalivano addirittura al tempo di Teodorico, mentre si riducevano le spese pubbliche, decurtando il salario ai soldati e la distribuzione di viveri ai poveri. Tutti questi provvedimenti miravano a fornire all'impero i mezzi per la sua politica espansionistica. Essi avevano per l'effetto sia di deprimere il morale delle scarse truppe, lasciate a difesa dell'Italia, sia di ingenerare nella popolazione nostalgia per il passato regime politico, creando cos le premesse per il subitaneo crollo del dominio bizantino in gran parte della penisola in seguito all'invasione dei Longobardi.
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4.2. I Longobardi e la rottura dell'unit politica dell'Italia.
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I Longobardi erano un popolo germanico originario della Scandinavia che, dopo aver vagato da un capo all'altro dell'Europa, nel 568 (nel 569 secondo alcuni autori) giunse in Italia attraverso il Friuli, sotto la guida del re Alboino. A differenza delle altre popolazioni germaniche che si erano stanziate nel passato nella penisola, i Longobardi non avevano avuto in precedenza contatti significativi con il mondo romano e il loro trasferimento dalla Pnnonia (Ungheria) in Italia non era stato concordato con l'imperatore di Bisanzio n attuato secondo il principio dell'ospitalit. Di conseguenza il loro regno, non inquadrato neanche formalmente nell'impero ma ad esso ostile, si pose nei confronti della popolazione latina come una dominazione straniera, che per il suo funzionamento non aveva bisogno dell'apporto di elementi locali. I Longobardi infatti, fra tutti i popoli germanici, erano quelli che meno si erano allontanati dai loro usi tradizionali, per cui non solo il re aveva ancora il carattere di un capo militare eletto dall'aristocrazia nei momenti di necessit (trasmigrazioni, guerre), ma il suo potere era fortemente limitato dall'ordinamento tribale del popolo. Come riferisce Paolo Diacono, il monaco longobardo che verso la fine dell'VIII secolo ricostru la storia del suo popolo, l'esercito si articolava in gruppi di guerrieri appartenenti a famiglie (fare) che si richiamavano a un antenato comune e che, sotto la guida dei loro duchi, si muovevano con una certa autonomia sia in pace sia in guerra, stanziandosi nei territori via via conquistati. Questo fece s che la conquista procedesse soprattutto in base all'iniziativa dei duchi, i quali non avanzavano secondo un piano unitario, ma nelle direzioni in cui incontravano minore resistenza. I Bizantini si erano infatti posti sulla difensiva, in attesa che la situazione politica internazionale consentisse loro di produrre in Italia un pi forte impegno militare.
Il corpo di spedizione che si spinse pi a sud fu quello del duca Zottone, il quale nel 571 raggiunse Benevento costeggiando l'Adriatico fino a Pescara e da qui penetrando negli Abruzzi in direzione di Isernia. Queste conquiste per, unitamente a quelle effettuate nel Piceno e nell'Umbria centro-orientale, e che entrarono a far parte del Ducato di Spoleto, erano prive di continuit con il grosso dei territori longobardi, che erano concentrati nell'Italia padana, in Piemonte, nel Friuli, nel Trentino e nella Toscana. I Bizantini riuscirono infatti a mantenere il controllo di gran parte della Romagna, nome derivato appunto da Romania, territorio dei Romani cio dei Bizantini (a Ravenna c'era la sede del governatore, detto esarca), nonch della cosiddetta Pentapoli ("cinque citt" della costa romagnola-marchigiana: Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona) e di una striscia di terra che, attraverso Perugia, collegava Ravenna e la Pentapoli con Roma. Conservarono inoltre, per qualche tempo ancora o definitivamente, le isole, tra cui Sicilia, Sardegna e Corsica, il litorale Veneto, l'Istria, le coste della Liguria e della Toscana, una fascia pi o meno larga di territorio lungo la costa tirrenica da Civitavecchia ad Amalfi (divisa tra il ducato di Roma e quello di Napoli), la Puglia centro-meridionale e gran parte della Calabria.
L'incompletezza della conquista, che segn l'inizio della divisione politica dell'Italia destinata a durare fino al Diciannovesimo secolo, non fu provocata solo dalla capacit di resistenza dei Bizantini, che si arroccarono in castelli ben muniti e nelle citt costiere, dove potevano ricevere dal mare rifornimenti e aiuti militari. Vi contribu anche lo spirito di autonomia dei duchi, i quali dopo la scomparsa di Alboino, vittima di una congiura (572), e del suo successore Clefi (574) rinunciarono per ben dieci anni (574-584) a darsi un nuovo re. E il periodo della cosiddetta anarchia militare, in cui le condizioni di vita della popolazione latina dovettero essere molto difficili. A tal riguardo, in verit, le fonti sono assai scarse e di ardua interpretazione, per cui gli storici che se ne sono occupati nel corso dei secoli sono pervenuti a conclusioni contrastanti. Oggi comunque, grazie anche agli apporti dell'archeologia medievale e degli studi linguistici, si tende a credere che gli sconvolgimenti della conquista siano stati grandi in aree a pi forte insediamento longobardo, come ad esempio la Lombardia, l'unica regione italiana che abbia tratto il suo nome da un popolo germanico, dove molti proprietari romani furono uccisi e le loro terre furono requisite, ma molto minori nelle zone centro-meridionali, conquistate da gruppi di scarsa consistenza numerica, che non ebbero necessit di procedere a vaste espropriazioni di beni.
Indipendentemente dall'entit delle requisizioni e dal numero di proprietari che furono uccisi negli anni pi duri della conquista,  certo che la popolazione romana, se non fu ridotta in schiavit, fu nondimeno completamente privata della capacit politica; di conseguenza non esistette altra forma di ascesa sociale che l'inserimento nella societ e quindi nella tradizione giuridica dei dominatori. Come ha osservato Paolo Delogu, non ci fu nel regno dei Longobardi un problema di rapporti con la popolazione romana, intesa come entit giuridicamente autonoma e dotata di propri ordinamenti ai quali si affiancavano quelli dei Germani, come ai tempi di Odoacre e Teodorico; vi fu, invece, il dominio politico-militare di un popolo dotato di una forte coscienza di s, nel quale potranno inserirsi - forse gi sul finire del Settimo secolo, ma certamente nel corso di quello seguente - i discendenti di quei Romani che, nel contesto di una lenta ripresa dell'economia mediterranea, saranno capaci di accumulare beni e risorse finanziarie, ma a patto di assumere il diritto e la tradizione dei dominatori. Si spiega cos perch nell'VIII secolo tutti i liberi si riconoscessero nella tradizione longobarda e perch anche dopo la conquista del regno da parte dei Franchi i suoi abitanti continuassero ad essere considerati longobardi.
Paradossalmente accadde cos che proprio l'Italia - che era stata la culla della romanit e che, grazie alla politica di Teodorico, aveva conservato pi a lungo le istituzioni politiche, la struttura sociale e l'organizzazione scolastica dell'et romana - fu tra le regioni dell'Occidente quella che ebbe l'impatto pi traumatico con il mondo germanico. Pu dirsi perci a ragione che il 568 segna per essa una frattura rispetto al passato.
I segni della rottura erano visibili non solo nei volti dei nuovi proprietari delle terre e nella condizione di inferiorit giuridica e politica della popolazione latina, ma anche nell'organizzazione del territorio. Esso in verit agli invasori era gi apparso alquanto diverso rispetto a quello conosciuto dagli Ostrogoti, perch i venti anni della guerra greco-gotica ne avevano enormemente aggravato il degrado, peraltro gi in corso almeno dal Terzo secolo. A questo i Longobardi aggiungevano ora lo sconvolgimento sia delle circoscrizioni amministrative romane sia di quelle ecclesiastiche, che sulle prime si erano modellate. Ci accadde non solo perch i duchi, che pure si erano generalmente insediati nelle citt romane, non si posero il problema di ritagliare i loro domini in perfetta aderenza all'organizzazione precedente del territorio, ma anche perch alcune circoscrizioni erano divise tra Longobardi e Bizantini.
A sconvolgere il regolare funzionamento dei vescovadi contribu anche il fatto che essi si trovavano non di rado privi dei loro titolari, fuggiti in territorio bizantino. I Longobardi infatti, convertiti da poco e in maniera approssimativa dal politeismo al Cristianesimo ariano, mostravano di non avere alcun riguardo per la Chiesa cattolica e di non fare nessuna distinzione tra i patrimoni ecclesiastici e quelli dei privati. Cos il metropolita di Milano ripar a Genova insieme all'alto clero e vi rimase per decenni; il patriarca di Aquileia fugg a Grado; Siena rest senza vescovo fino alla met del Settimo secolo.
Sconvolte rimasero anche le diocesi dell'Italia meridionale, in particolare quelle della Campania e della Calabria, dove molte sedi, tra cui Cuma e Capua, erano senza titolare ancora agli inizi del Settimo secolo.
Sconvolgimento di circoscrizioni amministrative ed ecclesiastiche non significa per anche disarticolazione della rete degli insediamenti urbani e di quelli rurali. I Longobardi, infatti, non solo ebbero come punti di riferimento le citt romane, mostrando per giunta di saper cogliere i cambiamenti che si erano verificati in epoca gotica, con l'emergere, ad esempio, di centri quali Verona e Pavia, ma scelsero in generale i siti gi abitati dai Romani. Gli unici insediamenti rurali finora scavati in maniera sistematica, Castelseprio, in provincia di Varese, e Invillino nella valle del Tagliamento, in provincia di Udine, in precedenza considerati di fondazione longobarda, si sono rivelati infatti di et imperiale.
Nel caso di Invillino si trattava quasi certamente di una villa rustica, nella quale la vita continu a svolgersi in maniera non molto diversa rispetto al passato anche quando in essa si furono insediati i Longobardi, che probabilmente individuarono proprio nelle ville rustiche le strutture pi adatte ad accogliere i nuclei armati dislocati nelle campagne. Gli stessi chniteri, che come  stato giustamente osservato sono i resti pi tipici e inequivocabili della cultura longobarda, sorsero per lo pi in siti gi utilizzati dai Romani:  quel che avvenne, ad esempio, a Cividale del Friuli, a Testona presso Torino, a Nocera Umbra, a Sovizzo presso Vicenza, a Fiesole.
Continuit degli insediamenti urbani e rurali non significa per che nulla fosse cambiato rispetto all'et romana. Le strutture edilizie sia pubbliche sia private erano gi, dove pi e dove meno, fortemente degradate almeno dal IV-V secolo, per cui, come si  visto, Teodorico si era impegnato in un vasto intervento di recupero. Che l'invasione longobarda sia stata solo un fattore di aggravamento e non la causa del degrado,  dimostrato del resto dal fatto che ne erano investiti anche i centri urbani delle zone rimaste sotto il controllo dei Bizantini, come, ad esempio, Luni, Roma, Formia, dove ugualmente restringono le aree abitate, gli edifici pubblici vanno in rovina o vengono utilizzati come cave di pietra o di marmo e le tecniche edilizie conoscono un progressivo peggioramento. La conclusione che ne  stata tratta  che, per dirla con le parole di Paolo Delogu "nella sfera del quotidiano le due culture erano probabilmente pi vicine di quanto non suggerisca il contrasto dei loro valori ideologici; in particolare i Longobardi erano gi abituati, dal loro precedente soggiorno di quarant'anni in Pannonia, a servirsi delle infrastrutture e delle costruzioni romane, anche degradate".


4-3
Gregorio Magno e l'evoluzione politica dei Longobardi

I Longobardi, con la trasformazione in proprietari terrieri e la necessit di difendere i beni acquisiti da un possibile ritorno offensivo dei Bizantini, furono ben presto indotti a darsi un ordinamento politico pi stabile ed evoluto. Finirono cos per volgersi verso il modello romano, con conseguente rafforzamento del ruolo del re, che comportava a sua volta la ricerca dell'appoggio dell'episcopato cattolico e quindi del consenso anche della popolazione romana.  lo stesso percorso che abbiamo descritto per gli altri regni romano-germanici, ma che i Longobardi seguirono con maggiore lentezza e con forti resistenze interne.
Il punto di partenza  la restaurazione dell'autorit regia nel 584 a opera di Autari, il quale si fece cedere dai duchi (circa 30) la met delle loro terre, per consentire alla monarchia di procurarsi i mezzi necessari al suo funzionamento. Probabilmente si sottrassero a questa richiesta soltanto i duchi di Spoleto e di Benevento, i quali godettero sempre di una grande autonomia nei riguardi dell'autorit regia. Per gestire i beni della Corona, furono creati degli appositi funzionari, i gastaldi, le cui competenze con il passare del tempo furono ampliate, al fine di limitare i poteri dei duchi, rispetto ai quali i gastaldi svolgevano una funzione di controllo per conto del re. Nell'esercizio del loro potere i sovrani longobardi si avvalsero anche di una categoria particolare di collaboratori, i gasindi, a loro legati da vincoli di fedelt personale, che veniva ricambiata con ricchi doni.
Ad Autari successe Agilulfo (590-616), con il quale per la prima volta si pose in termini non conflittuali il problema del rapporto con la Chiesa cattolica, che era allora guidata da un grande pontefice, Gregorio Magno (590-604). Discendente da una nobile famiglia romana, gli Anici, e dotato di buona cultura letteraria e giuridica, era diventato nel 573 prefetto di Roma, ma poi si era dato alla vita religiosa, distribuendo ai poveri le sue ricchezze e trasformando la sua casa sul Celio in monastero. Nominato cardinale da Benedetto Primo (574-579), fu inviato da Pelagio Secondo (579-590) in missione a Costantinopoli, dove soggiorn a lungo ed ebbe modo di rendersi conto del progressivo distacco dell'impero dall'Occidente.
Tornato a Roma, divenne consigliere del papa, al quale successe nel 590. Conserv tuttavia i suoi rigidi costumi di monaco e assunse l'appellativo di servus servorum Dei (servo dei servi di Dio), destinato a restare per sempre il titolo ufficiale dei pontefici.
Come si ricorder, il primato del vescovo di Roma sulla Chiesa, considerato in Oriente puramente onorifico, era allora anche in Occidente privo di contenuti effettivi; e questo era un fattore di grave debolezza, perch la lontananza del potere imperiale lasciava i vescovi dell'Occidente privi di punti di riferimento sicuri. Il vuoto fu colmato da Gregorio Magno, il quale concep il disegno di rendere autonomo il papato dall'impero bizantino, facendone la guida della Chiesa universale. L'autorit da lui acquistata sui vescovi occidentali si bas soprattutto sulla sua capacit di stabilire con loro uno stretto collegamento attraverso lo scambio continuo di lettere, nelle quali affrontava i problemi pi disparati: la cura delle anime, l'organizzazione della diocesi, la vigilanza sui monasteri, i rapporti con il potere politico. Per loro scrisse anche opere di edificazione religiosa e di ammaestramento nel difficile compito di pastori di anime: opere che ebbero un successo enorme e furono lette per tutto il Medioevo (Dialogi, Regola pastorale, Moralia).
Nello stesso tempo Gregorio Magno si preoccup sia di assicurare alla Cristianit occidentale un'impronta unitaria, riordinando e diffondendo la liturgia romana, con il relativo canto, che da lui prese appunto il nome di canto gregoriano, sia di dare un ulteriore impulso all'opera di evangelizzazione delle popolazioni pagane e di quelle ariane. In Inghilterra, la cui cristianizzazione era stata avviata da monaci irlandesi, invi nel 596 un gruppo di missionari guidati da Agostino, priore del monastero romano di Sant'Andrea, il quale riusc a battezzare il re Etelberto di Kent, assicurando lo stretto collegamento della Chiesa inglese con la Santa Sede. In Spagna e in Italia oper instancabilmente per la conversione dei Visigoti e dei Longobardi, ancora legati all'Arianesimo, anche se in Italia, come vedremo tra poco, non consegu il successo che si attendeva dall'adesione al Cattolicesimo della famiglia reale longobarda. Un'opera cos intensa di evangelizzazione non gli fece per mai assumere atteggiamenti di intolleranza, per cui ai missionari inglesi raccomandava di procedere gradualmente e nel rispetto delle tradizioni locali, imitando, come ebbe a scrivere, colui che vuole scalare un'alta cima e che "non procede a salti, ma passo a passo, lentamente".
La sua attivit a livello europeo non gli impediva di occuparsi direttamente anche del governo e della difesa di Roma, sostituendosi all'autorit imperiale. Cos salv ripetutamente la citt dagli attacchi, prima, dei duchi di Spoleto e di Benevento, e poi del re Agilulfo, facendo appello non solo al suo prestigio, ma anche alle risorse finanziarie della Chiesa. Esse provenivano dallo sfruttamento di grandi patrimoni fondiari, che egli stesso riorganizz, al fine di trarne i mezzi necessari per l'assistenza alla popolazione romana e per sostenere l'attivit missionaria in Europa.



APPROFONDIMENTI

Uomini di chiesa e uomini di Dio

I Dialogi sono un'opera di cui fin dal Sedicesimo secolo si  messa ripetutamente in discussione la paternit gregoriana, ma che ora, nonostante qualche recente e sporadico ritorno di vecchie tesi, la stragrande maggioranza degli studiosi sono orientati sia ad attribuire al pontefice sia a valutare nel suo pi autentico significato di fonte storica di primaria importanza per la prima et longobarda. All'origine delle perplessit, sollevate per la prima volta dagli storici protestanti del Cinquecento, ci sono il basso livello letterario e il carattere popolaresco dei Dialogi, pieni di miracoli e di racconti ingenui, che sembrano mal conciliabili sia con il resto della produzione letteraria di Gregorio sia con la sua alta spiritualit. Queste difficolt risultano per superate, se si coglie l'obiettivo perseguito dal grande pontefice, il quale mostr di avere un quadro ben chiaro dell'Italia del suo tempo e soprattutto della situazione della Chiesa, impegnata nell'opera immane della cristianizzazione delle campagne e della conversione dei Longobardi, ma priva del tradizionale sostegno dell'aristocrazia romana e del potere politico.
Per cogliere la gravit della situazione della Chiesa italiana, basta fare il confronto con la Gallia dei Merovingi. Qui, in seguito alla rapida conversione al Cristianesimo e alla non meno rapida adesione alla romanit da parte dei Franchi, la Chiesa, che continuava ad essere guidata da vescovi e abati di origine aristocratica, operava in piena sintonia con le gerarchie militari e con quelle economico-politiche, che peraltro tendevano a fondersi. Ne risult uno sforzo congiunto e massiccio di tutti i potenti, laici ed ecclesiastici, contro gli antichi culti e contro il complesso della cultura folklorica, che secondo Jacques Le Goff fu distrutta e snaturata dal diffondersi della nuova cultura clericale. Nell'Italia della fine del Sesto secolo non ci fu niente di tutto questo: l'antica nobilt senatoria, gi falcidiata dalla lunga guerra greco-gotica e in gran parte massacrata dai Longobardi, non fu in grado n di contribuire al consolidamento della monarchia longobarda n di dare alla Chiesa vescovi paragonabili per autorevolezza a un Remigio di Reims o a un Gregorio di Tours. La crisi delle citt, di cui erano segni evidenti il degrado delle strutture edilizie, il formarsi di spazi vuoti destinati all'agricoltura e il calo demografico, si rifletteva anche sull'organizzazione ecclesiastica e sull'attivit pastorale, limitata ad un ambito che superava di poco quello cittadino e svolta da un numero esiguo di chierici e di sacerdoti, tra i quali diventava sempre pi difficile trovarne uno in grado di assumere la dignit vescovile, per cui numerose erano le sedi vacanti. Lo si rileva, oltre che dalle lettere di Gregorio Magno, anche dai Dialogi, che ci presentano vescovi di umili origini, i quali a stento avevano di che vivere. Ad Aquino, nel Lazio, al vescovo Costanzo successe Andrea, un diacono che badava ai muli, al quale poi successe Giovino, un ex lavatore di panni. Bonifacio, vescovo di Ferentum, in Etrura, poteva contare sui soli proventi di una vigna, che per giunta fu gravemente danneggiata da una grandinata. N migliore appare la condizione del clero, ugualmente afflitto da indigenza: una Chiesa, quindi, n ricca n potente, ma che anzi ha difficolt di rapporti con il potere politico e non riesce a svolgere la sua opera di evangelizzazione.
In queste condizioni preziosa, anzi insostituibile fu l'opera dei Padri italici, vale a dire di quei vescovi, preti e soprattutto monaci di modesta estrazione sociale, se non proprio di origine servile, che potevano portare avanti l'opera di cristianizzazione delle campagne non in quanto "uomini di Chiesa", esponenti di una gerarchia ecclesiastica dotata di potere e di appoggi politici, ma in quanto "uomini di Dio" (viri Dei), uomini ripieni di Spirito e capaci di fare miracoli. Tra essi il primo posto  occupato dai monaci, anch'essi di umili origini o che avevano rinnegato la loro elevata condizione sociale, i quali avevano scelto la vita solitaria, cio la lotta contro il Maligno nel suo stesso regno, il deserto, ma che il continuo accorrere di gente disperata trasforma in leaders carismatici, capaci di dar vita a nuovi insediamenti e di svolgere un'efficace opera di evangelizzazione grazie alle loro straordinarie capacit taumaturgiche. Quale abisso, osserva giustamente Giorgio Cracco, tra la Chiesa ufficiale e questi Padri italici: "Quella  pur sempre luogo dell'umano, cio della cultura, dell'ecclesiasticum ius, di una tradizione consolidata, di gerarchie costituite; questi sono il luogo del divino, teatro continuo dell'azione dello Spirito, e come tali immersi nell'avventura, nell'ingenuit del non sapere, nell'umilt stracciona, nel gioco infantile, nel miracolo. Quella si sente vecchia, fallita, prossima alla fine dei tempi; questi si sentono appena fatti, comunit primitive, cristianesimo nascente".
Non mancano nei Dialogi casi di conflitti tra uomini di Chiesa e uomini di Dio, considerati dai primi non abilitati a svolgere funzioni proprie del ministero sacerdotale, come la predicazione. Nel complesso per la situazione si mantenne in equilibrio, almeno nell'et di Gregorio Magno, il quale cap bene che cosa rappresentava per la Chiesa l'esperienza dei Padri italici: "un'iniezione di vita, un ritorno alle origini, una rinascita totale, e perci si pose a magnificarla, additandola all'esempio e allo stupore di tutti" (G. Cracco).


4.4
La fine del regno longobardo

I tentativi di Gregorio di stabilire contatti regolari con la corte regia di Pavia ebbero successo grazie al fatto che la regina Teodolinda, di origine bavarese, era cattolica, oltre che influenzata dalla cultura romana. Il battesimo con il rito cattolico, nel 603, dell'erede al trono, Adaloaldo, non comport per la conversione in massa dei Longobardi, a causa soprattutto della resistenza dei duchi, tenacemente legati alle tradizioni nazionali.

Accadde cos che lo schieramento filocattolico e quello nazionalista si fronteggiassero ancora per tutto il Settimo secolo e che sul trono si alternassero re cattolici e re ariani. Tra questi i personaggi di maggiore spicco furono Rotari (636-652), gi duca di Brescia, il quale nel 643 fece mettere per iscritto le antiche leggi longobarde (editto di Rotari) e riprese con forza la guerra contro i Bizantini, conquistando la Liguria, e Grimoaldo (663-671), il quale, essendo anche duca di Benevento, rese per la prima volta effettiva l'autorit del re sui territori longobardi dell'Italia meridionale.
Il pi grande dei re longobardi fu per probabilmente il cattolico Liutprando (712-744).
Con lui pu dirsi completata la conversione del suo popolo al Cattolicesimo nonch in fase assai avanzata il superamento della divisione etnica tra Longobardi e Romani, attraverso il progressivo inserimento dei secondi nella tradizione giuridica dei dominatori.
Forte di questa coesione interna, e sperando anche nel consenso del papato, allora in contrasto con la corte di Costantinopoli per la questione del culto delle immagini (ne parleremo nel cap. 11), Liutprando pens che fosse giunto il momento di completare la conquista dell'Italia, invadendo l'Esarcato e la Pentapoli, e giungendo fino alle porte di Roma. Papa Gregorio Secondo gli and allora incontro e, appellandosi al suo sentimento religioso, lo convinse non solo a rinunciare alla conquista della citt, ma anche a sgombrare le terre gi conquistate del ducato romano. Nel rinunciare per al castello di Sutri, presso Viterbo, Liutprando lo restitu non all'autorit bizantina, bens "ai beatissimi apostoli Pietro e Paolo", vale a dire alla Chiesa romana. Era il 728.
A questa donazione  stata attribuita nel passato un'importanza decisiva, considerandola l'atto costitutivo del potere temporale dei papi. In realt essa era soltanto una delle tante donazioni che allora venivano fatte alle chiese e ai monasteri, anche se in questo caso acquistava un indubbio valore politico, perch segnava, per cos dire, il riconoscimento della sovranit che praticamente il papa esercitava su Roma e sul territorio circostante, esautorando il governatore bizantino. Ma  un altro il punto sul quale  opportuno fermare la nostra attenzione, perch gravido di conseguenze per il futuro. Al tempo di Liutprando, e ancora di pi con Astolfo (749-756), tutti i liberi dotati di un reddito si riconoscevano ormai nella tradizione militare longobarda. Infatti Astolfo, con un editto del 750, prescrisse il tipo di armatura con cui i liberi del regno, fossero longobardi o romani, dovevano prestare il servizio militare, e ci sulla base della loro ricchezza e non pi dell'origine etnica. Inoltre la conversione al Cattolicesimo si era completata e i vescovi provenivano in gran parte dall'aristocrazia longobarda, la quale, a imitazione del potere regio, fondava e proteggeva monasteri, dotandoli di cospicui beni fondiari e contribuendo a dare loro prestigio attraverso l'ingresso in essi di propri rampolli. Eppure in Italia non si realizz quella convergenza fra potere regio ed episcopato che fu una delle componenti essenziali della solidit del regno dei Visigoti in Spagna e, ancor di pi, di quello dei Franchi in Gallia. Ne fu causa probabilmente l'influenza che sull'episcopato longobardo riusciva ad esercitare il papato, il quale, legato alla tradizione di Roma imperiale e volendo mantenere una dimensione universalistica alla sua azione, fu sempre fermamente contrario all'inserimento di Roma in un regno a carattere nazionale. Perci, quando al tempo di Astolfo e del suo successore Desiderio (756-774) non fu pi possibile tenere a freno con le parole lo slancio espansionistico della monarchia longobarda, non esit a provocarne il tracollo chiamando in Italia i Franchi, prima con Pipino il Breve (754-756) e poi con Carlo Magno (774). Ci soffermeremo pi a lungo su queste vicende nel cap. 8, parlando dell'espansione dei Franchi. Qui ci preme soltanto sottolineare che la scelta del papato non fu religiosa, ma politica: Pipino e Carlo Magno non erano pi devoti di Liutprando, Astolfo e Desiderio. Questi per avevano, per la curia romana, il difetto gravissimo di operare in Italia e di non rendersi conto che tra i loro disegni politici e la missione che la Chiesa assegnava a se stessa non era possibile alcuna conciliazione.


.	4;5.
L'Italia bizantina

L'invasione longobarda dell'Italia non segn una rottura rispetto al passato soltanto nei territori conquistati, bens anche in quelli rimasti sotto il controllo dei Bizantini, nei quali si erano rifugiati molti proprietari romani nonch esponenti del clero. Qui si mantenne l'organizzazione sociale tradizionale e non ci fu una violenta sostituzione del ceto dominante, che per sub non poche trasformazioni. Esso assunse, infatti, forme di vita e modelli culturali che lo allontanavano sempre di pi dal passato romano e lo avvicinavano alla condizione dell'aristocrazia longobarda, soprattutto a partire dalla seconda met del Settimo secolo, quando questa cominci a subire l'influsso della civilt bizantina.
All'origine delle trasformazioni in atto nella societ dei territori bizantini c'era innanzitutto il problema vitale della difesa, alla quale si dovette trovare il modo di provvedere a livello locale, perch l'impero, impegnato in Oriente, non era in grado di inviare in Italia forze consistenti. Ci, da un lato, fece un po' alla volta scomparire la separazione tra cariche civili e militari, che si era mantenuta ancora al tempo di Odoacre e Teodorico, con conseguente unificazione dei poteri nelle mani delle autorit militari (l'esarca di Ravenna per il complesso dei territori bizantini e i duchi per i singoli distretti in cui essi si articolavano), dall'altro costrinse l'aristocrazia a rinunciare ai suoi ozi letterari e ad assumere impegni militari in forma diretta, dato che tutti i proprietari fondiari furono inquadrati nell'esercito, con obblighi corrispondenti alla loro base economica e al loro prestigio sociale. A modificare l'orizzonte mentale del vecchio ceto aristocratico contribuiva anche la perdita dei beni situati nelle zone longobarde: perdita aggravata dalla difficolt di gestire le stesse propriet dei territori bizantini, dato che questi non erano sempre contigui tra di loro e le comunicazioni erano assai difficili. Di qui un restringimento del suo raggio d'azione e il formarsi di sentimenti regionali, che coinvolsero finanche i funzionari e i militari provenienti da Bisanzio, i quali presero a radicarsi nelle realt locali, fondendosi con la vecchia aristocrazia in una nuova classe di proprietari.
La convergenza tra funzionari bizantini e ceto dirigente latino, che port gi nel corso del Settimo secolo all'emergere di sentimenti autonomistici e all'esplodere di rivolte contro Bisanzio, era inoltre favorita dal crescente rilievo economico-sociale e quindi anche politico che andavano assumendo il clero e le istituzioni ecclesiastiche nell'ambito della societ. Al prestigio di cui la Chiesa cattolica aveva goduto fin dal III-IV secolo, grazie all'origine sociale dei vescovi, e che si era rafforzato al tempo delle invasioni per la protezione che essa aveva cercato di fornire alle popolazioni, si era aggiunta via via la disponibilit di immensi patrimoni terrieri, la cui gestione era per lo pi affidata a laici. La concessione avveniva spesso sotto forma di enfiteusi, un tipo di contratto a lungo termine (in genere ventinove anni), finalizzato in et romana alla valorizzazione delle terre date in affitto, ma che ora veniva ad assumere una funzione nuova. Venne infatti utilizzato per stabilire, anche in perpetuo, rapporti di tipo clientelare tra un grande ente ecclesiastico ed esponenti dell'apparato politico e militare, oltre che delle famiglie pi in vista.
Questo coordinamento di tutta la societ intorno alla Chiesa locale, favorito anche dall'obbligo che in base alla legge bizantina avevano i vescovi di vigilare sull'operato dei funzionari pubblici, si coglie con particolare evidenza a Ravenna e a Roma. A Ravenna, l'arcivescovo, attraverso la gestione di un patrimonio fondiario che si estendeva dall'Istria alla Sicilia, concentr nelle sue mani un potere che nell'ambito della Romagna faceva concorrenza a quello dell'esarca e che aliment le sue ambizioni ecclesiastiche, facendogli ottenere dall'imperatore nel 666 il riconoscimento dell'autocefalia della sua Chiesa, vale a dire la sua indipendenza dal papa dal punto di vista disciplinare.


4.6
Le origini dello Stato della Chiesa

Ma  a Roma che i processi sociali e politici, messi in moto indirettamente dall'invasione dei Longobardi, ebbero gli sviluppi pi clamorosi e duraturi, portando alla met dell'VIII secolo alla fine della dominazione bizantina e alla sostituzione di essa con il dominio pontificio, riconosciuto e garantito dalla protezione dei Franchi. A questo esito non si giunse all'improvviso e con un atto di forza, ma lentamente e attraverso la capacit dei pontefici di stabilire un'egemonia effettiva sul Lazio, legando a s l'aristocrazia romana e gli esponenti della burocrazia bizantina mediante la concessione in enfiteusi di parti del vastissimo Patrimonio di san Pietro (patrimonium sancti Petr). Questa convergenza si esprimeva nel senato, che continu ad esistere, ma con un carattere nuovo, dato che in esso sedeva non pi la vecchia aristocrazia cosmopolita da cui provenivano gli alti funzionari dello Stato, bens la nuova aristocrazia cittadina legata al papato, al quale forniva il proprio sostegno politico-militare e le risorse umane necessarie per la creazione di un vero e proprio apparato burocratico, modellato su quello della corte bizantina.
In tali condizioni non desta sorpresa che la posizione del duca bizantino si indebolisse sempre di pi, riducendosi a un ruolo di supplenza nei confronti del pontefice.  quel che lascia intendere il biografo di papa Zaccaria (741-752), il quale racconta che il pontefice part per Ravenna, "lasciando la citt di Roma sotto il governo di Stefano, patrizio e duca". La soppressione pura e semplice della carica e la sua sostituzione con il titolo di patrizio dei Romani (patricius Romanorum), che Stefano Secondo confer nel 754 a Pipino il Breve, era quindi solo la legittimazione formale di una realt di fatto. Essa era venuta maturando nel corso di almeno un secolo e mezzo di resistenza della citt alla pressione longobarda: resistenza che solo i pontefici, a partire gi dal tempo di Gregorio Magno, si erano rivelati capaci di organizzare. Se, pertanto, alla base della dominazione politico-territoriale, che il papato andava creando nel Lazio tra Settimo e Ottavo secolo, c'era il suo cospicuo patrimonio fondiario, fu il pericolo longobardo a creare le condizioni perch quella che era una preponderanza economico-sociale si trasformasse in organismo politico. Se a Ravenna non si giunse allo stesso risultato,  probabilmente perch la citt fu conquistata da Astolfo nel 751 e da lui consegnata a papa Stefano Secondo per volere di Pipino il Breve; e, comunque, la dipendenza da Roma non mise fine all'egemonia dell'arcivescovo sull'antico esarcato.
I fenomeni che abbiamo descritti a Ravenna e a Roma - vale a dire la prevalenza dell'autorit militare sui poteri civili, la convergenza di elementi orientali e locali nel ceto dei proprietari fondiari e il loro inquadramento nell'esercito secondo gerarchie che rispecchiavano quelle delle fortune economiche e del prestigio sociale - si riscontrano anche a Venezia e a Napoli. Qui, per, nonostante il peso politico avuto dall'episcopato locale, il coordinamento della societ avvenne non intorno a un prelato, bens intorno a famiglie dell'aristocrazia locale, che si impadronirono, tra Settimo e Ottavo secolo, della carica di duca e cercarono di trasmetterla al proprio interno, dando origine cos a formazioni politico-territoriali sostanzialmente autonome, anche se formalmente inserite nel quadro dell'impero.
Non  tuttavia privo di significato il fatto che queste famiglie cercassero di consolidare il loro potere attraverso il controllo della carica vescovile, riservandola a propri membri o facendola assumere al titolare stesso del potere politico, come avvenne a Napoli al tempo del vescovo-duca Atanasio Secondo (876-898).
Sentimenti autonomistici e spirito di iniziativa dei ceti dirigenti locali non si registrano invece nei domini bizantini pi meridionali, tra Settimo e Ottavo secolo incorporati, insieme al ducato di Napoli, in una nuova circoscrizione militare, il "tema" di Sicilia, retto dallo stratega. Vi erano compresi il Ducato di Calabria, ossia la penisola salentina e l'odierna Calabria (che proprio allora prese questo nome al posto di quello antico di "Bruzio"), e la Sicilia, dove fu forse il carattere prevalentemente greco della popolazione a tenere pi stretti i legami con Costantinopoli, dal cui patriarcato quelle regioni dipendevano. La Sardegna e la Corsica facevano parte invece dell'esarcato d'Africa, con sede a Cartagine.



LA QUESTIONE LONGOBARDA

Il dibattito storiografico

La questione longobarda  uno di quei problemi che possiamo definire "di lungo periodo", nel senso che riaccendono periodicamente l'interesse degli storici: nel passato, in connessione con animati dibattiti di natura politico-ideologica, in tempi pi recenti in seguito all'apertura di nuove prospettive di ricerca grazie all'acquisizione di un pi ampio ventaglio di fonti. Per averne un quadro completo basta ricorrere ai saggi di G. Falco, La questione longobarda e la moderna storiografia, in "Rivista storica italiana", 63 (1951), pp. 265-278, e di P. Delogu, Longobardi e Bizantini in Italia, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea," Torino, UTET, 1988, vol. II, pp. 145-169. Qui la riassumiamo brevemente, anche allo scopo di ripercorrere tappe significative della storiografia italiana.
Il punto di partenza  rappresentato da Niccol Machiavelli (1469-1527), che nel primo libro delle Istorie fiorentine (pubblicate postume nel 1532) sollev la questione in collegamento con il problema dell'unit e dell'autonomia dell'Italia, l'una e l'altra ostacolate dalla politica della Chiesa, la quale, chiamando i Franchi per contenere il rinnovato slancio espansionistico dei Longobardi, inaugur quella serie di appelli alle potenze straniere che "dura ancora in questi nostri tempi, che ha tenuto e tiene l'Italia disunita e inferma": ostilit che allo storico fiorentino appariva dannosa per l'Italia, dato che i Longobardi vi si erano radicati da tempo e rappresentavano per essa un fattore di stabilit e di forza. Un giudizio positivo sulla loro evoluzione politica dette anche Ludovico Antonio Muratori in varie sue opere, soprattutto nelle Antichit estensi (1717), nelle Antiquitates italicae medii aevi (1738-1742) e negli Annali d'Italia (1744-1749), presentandoli come artefici di una nuova forma di convivenza civile, ispirata ai principi dell'equit naturale in contrapposizione con quelli della ragion di Stato e con le pretese politiche del papato.
 per nel clima del Risorgimento italiano, e quindi in relazione al problema dell'unit e dell'autonomia dell'Italia dall'Austria, che la questione longobarda acquista un posto centrale nel dibattito politico e storiografico, configurandosi come un capitolo importante del pi ampio tema del rapporto tra romanit e germanesimo. Sulla scia di Alessandro Manzoni, che nel suo Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, (1822) presenta i Romani come umiliati e offesi dalla prevaricazione dei dominatori, i maggiori storici dell'Ottocento (Carlo Troya, Gino Capponi, Cesare Balbo, Francesco Schupfer), in gran parte esponenti di quel Cattolicesimo liberale che propugnava un'Italia libera da influenze esterne e organizzata come una federazione di Stati sotto la presidenza del papa, concordavano nel considerare i Longobardi come oppressori della "nazione italiana", dalla quale essi si sarebbero mantenuti nettamente distinti e separati, anche se questo non avrebbe impedito ai vinti di salvare i caratteri essenziali della civilt urbana e di riemergere, col tempo, come liberi coltivatori e artigiani.
Rinviando a quanto si  detto nell'Introduzione per un quadro pi completo della storiografia "neoguelfa",  da ricordare in questa sede come la questione longobarda non abbia perso di interesse dopo l'Unit d'Italia, ma anzi sia ritornata prepotentemente alla ribalta pochi decenni dopo, in pieno clima positivistico, questa volta in connessione con il dibattito, dalle forti implicazioni ideologiche, sulla composizione etnica della nazione italiana. Carlo Cipolla in una memoria presentata nel 1900 all'Accademia dei Lincei avanz la tesi della mancanza di fusione biologica tra Romani e Germani, che sarebbero stati completamente assorbiti, senza lasciare alcuna traccia. A lui si contrappose nel 1904 Gioacchino Volpe, come si  detto nell'Introduzione, uno dei maggiori storici del Novecento (sul quale avremo ancora occasione di ritornare nei prossimi capitoli), che consider la fusione non solo precoce, ma anche assai profonda, ponendola all'origine della vitalit e del dinamismo della societ italiana del Medioevo. (Il suo saggio Lombardi e romani nelle campagne e nelle citt. Per la storia delle classi sociali, della nazione e del Rinascimento italiano apparve nella rivista "Studi storici").
Una tappa successiva, e non meno significativa delle precedenti, nella storia della questione longobarda  segnata dalla scoperta nel 1944 degli affreschi di S. Maria foris porta di Castelseprio, presso Varese, da parte di Giampiero Bognetti (1902-1963): affreschi bellissimi, eseguiti verso la met del Settimo secolo da artisti orientali, la cui presenza nel cuore del regno longobardo metteva in discussione l'immagine tradizionale di un popolo chiuso nella sua barbarie, facendo pensare piuttosto alla ricerca di contatti con l'Oriente bizantino, attraverso la mediazione del papato. Cambiava in questo modo completamente la prospettiva in cui era stata dibattuta fino ad allora la questione longobarda: non pi scontro tra romanit e germanesimo, ma confronto a pi ampio raggio tra Oriente e Occidente. (Tutti gli studi di argomento longobardo del Bognetti sono stati raccolti dopo la sua morte nell'opera L'et longobarda, in quattro volumi, Milano, Giuffr, 1966-68). L'utilizzazione esemplare che egli fece degli affreschi di Castelseprio segn l'avvio di un processo che nel corso dei decenni seguenti ha portato a un progressivo ampliamento delle fonti relative all'et longobarda, grazie soprattutto all'apporto degli archeologi medievali, i quali hanno acquisito elementi in misura sufficiente per giungere a una riconsiderazione generale del problema della presenza longobarda in Italia.
Chi ha mostrato di saper meglio muoversi nel dilatato panorama delle fonti  Paolo Delogu, il quale in tutta una serie di saggi ha messo a punto le conoscenze che negli ultimi decenni sono state acquisite sulla fase finora pi oscura della presenza longobarda in Italia, quella immediatamente successiva alla conquista, sottolineando, da un lato, la continuit in Italia settentrionale degli insediamenti urbani e rurali di et romana, sia pur in una situazione di forte degrado delle strutture edilizie pubbliche e private, dall'altro la concentrazione di tutto il potere politico e militare nelle mani dei Longobardi, che tuttavia non imped l'avvio di un lento processo di acculturazione e l'emergere al loro interno, gi nel corso del Settimo secolo, di nuovi rapporti economici e sociali.
Per quest'ultimo fenomeno un punto sicuro di riferimento gli  stato offerto dagli studi di Giovanni Tabacco, uno dei maggiori studiosi contemporanei della storia delle istituzioni e del potere nel Medioevo italiano, il quale ha ricostruito i meccanismi che regolavano il funzionamento del sistema di potere longobardo, mostrando, tra l'altro, che gli arimanni, diversamente da quello che si  creduto nel passato, erano tutti i liberi portatori delle armi e, in quanto tali, titolari dei diritti politici, e non gruppi privilegiati di armati, tenuti a particolari prestazioni militari nei confronti del re. A tal riguardo si veda soprattutto il suo volume liberi dei re nell'Italia carolingia e postcarolingia, Spoleto, Centro italiano di studi sull'Alto Medioevo, 1966.


Sui Longobardi i lavori d'insieme pi recenti sono: Langobardia, a cura di S. Gasparri e P. Cammarosano, Udine, Casamassima, 1990; C. Azzara-C. Gasparri, Le leggi dei Longobardi. Storia, memoria e diritto di un popolo germanico, Milano, La Storia, 1992; Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di L. Capo, Milano, Fondazione Valla-Mondadori, 1992; J. Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 1995; S. Gasparri, Prima delle nazioni. Popoli, etnie e regni fra Antichit e Medioevo, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1997, pp. 128-160. Molto utili sono ancora: A. Melucco Vaccaro, I longobardi in Italia, Milano, Longanesi, 1982; P. Delogu, Il regno longobardo, in Storia d'Italia, diretta da G. Galasso, vol. II, Torino, UTET, 1980; S. Gasparri, I duchi longobardi, Roma, Istituto storico italiano per il Medioevo, 1978. Di P. Delogu si veda anche il saggio Longobardi e Romani: altre congetture, in Langobardia, cit., pp. 111-167.

Resta sempre di fondamentale importanza il volume di G. Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel Medioevo italiano, Torino, Einaudi, 1979, le cui pp. 93-136 sono dedicate a "La rottura longobarda nella storia d'Italia".

Per l'apporto dell'archeologia medievale alla storia dei Longobardi: Archeologia e storia del Medioevo italiano, a cura di R. Francovich, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1987 (in particolare i saggi di O. Von Hessen, C. La Rocca Hudson, P. f J. Hudson, B. Ward-Perkins, P. Gaietti).


Bibliografia

Grgoire le Grand. Culture et exprience chrtiennes, Paris, tudes Augustiniennes, 1977 (per la tesi della "pedagogia del miracolo", vedi pp. 228 ss.). Ancora assai stimolante  il saggio di G. Cracco, Chiesa e cristianit rurale nell'Italia di Gregorio Magno, in Medioevo rurale. Sulle tracce della civilt contadina, a cura di V. Fumagalli e G. Rossetti, Bologna, il Mulino, 1980, pp. 361-379, le cui conclusioni, come si  visto, sono state ampiamente citate nel testo.

Sulla questione della paternit dei Dialogi, riproposta da F. Clark, The Pseudo-Gregorian Dialogues, Leiden 1987 (Studies in the History of Christian Thought, 37-38), si veda A. De Vogu, Les Dialogues, oeuvre authentique et publie par Grgoire lui-meme, in Gregorio Magno e il suo tempo, cit., vol. II, pp. 27-40.

Per il Mezzogiorno longobardo: N. Cilento, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli, Ricciardi, 1971; P. Delogu, Mito di una citt meridionale, Napoli, Liguori, 1977; M. Rotili, La necropoli longobarda di Benevento, Napoli, Istituto di Storia medioevale e moderna dell'Universit di Napoli, 1977; AA.VV., I principati longobardi, Cinisello Balsamo, Banca del Centro Sudd, 1982; H. Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne. Nono Undicesimo siecle, Roma, cole franaise de Rome, 1991. Sullo sconvolgimento delle circoscrizioni civili ed ecclesiastiche provocato dai Longobardi e sui monasteri in Italia meridionale al tempo di Gregorio Magno si veda G. Vitolo, Vescovi e diocesi, in Storia del Mezzogiorno, dir. da G. Galasso e R. Romeo, vol. III, Napoli, Edizioni del Sole, 1990, pp. 75-151.
Per l'Italia bizantina: A. Guillou, L'Italia bizantina dalla caduta di Ravenna all'arrivo dei Normanni, in Storia d'Italia, diretta da G. Galasso, vol. III, Torino, UTET, 1983, pp. 3-126; AA. VV., I Bizantini in Italia, Milano, Scheiwiller, 1982; L. Cracco Ruggini, Giustiniano e la societ italica, in Il mondo del diritto nell'epoca giustinianea: caratteri e problematiche, Ravenna, Edizioni del Girasole, 1985; AA. VV., Bisanzio, Roma e l'Italia nell'alto Medioevo, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, 1988. Per l'Italia meridionale in particolare: V. von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell'Italia meridionale dal Nono all'XI secolo, Bari, Ecumenica editrice, 1978; F. Burgarella, Bisanzio in Sicilia e nell'Italia meridionale: i riflessi politici, in Storia d'Italia, diretta da G. Galasso, vol. III, Torino, UTET, 1983, pp. 129-248; P. Corsi, La spedizione italiana di Costante II, Bologna, Patron, 1983; E. Zanini, Le Italie bizantine. Territorio, insediamenti ed economia nella provincia bizantina d'Italia (VI-VIII secolo), Bari, Edipuglia, 1988.




Il mondo arabo e il Mediterraneo



5.1
Il pi grande impero del Medioevo

Mentre Bizantini e Persiani combattevano all'ultimo sangue quella che sembrava una guerra decisiva per le sorti del vecchio mondo, nella vasta distesa desertica dell'Arabia andavano maturando eventi che nel giro di pochi anni avrebbero sconvolto la storia dell'umanit, creando situazioni che per tanti aspetti costituiscono ancora una parte rilevante del mondo contemporaneo; eventi riconducibili alla nascita di una nuova religione, l'Islam, capace di imprimere coesione ideologica all'aggressivit dei nomadi del deserto e di lanciarli alla conquista di un impero, che al momento della sua massima espansione si estese dalla Spagna all'Asia centrale. Dell'importanza di tutto questo per la storia dell'Europa gli storici sono stati sempre consapevoli, ma il merito di aver individuato la centralit della "questione araba" per la nascita stessa dell'Europa spetta indubbiamente al belga Henri Pirenne (1862-1935), la cui opera ha esercitato un forte stimolo sulla ricerca storica nei decenni successivi alla sua scomparsa. La sua tesi, nota ormai con il nome di "tesi Pirenne",  che i Germani, insediandosi all'interno del mondo romano, non ne alterarono i caratteri fondamentali, per cui le citt mantennero il ruolo di centri di scambio e della vita politica e amministrativa, mentre il Mediterraneo continu ad essere un fattore di unit tra tutte le popolazioni che gravitavano su di esso. Furono invece gli Arabi a creare una situazione completamente nuova, mettendo fine all'unit del Mediterraneo e provocando in Occidente la crisi del commercio, la scomparsa delle citt e la nascita di un'economia interamente agraria, di cui furono espressione sul piano sociale le istituzioni feudali.
Alla tesi del Pirenne sono state mosse due obiezioni di fondo: da un lato,  stato osservato che l'urbanesimo e l'economia dell'Occidente erano in crisi gi da tempo, anche se, come ha osservato Paolo Delogu sulla base della pi recente ricerca archeologica, il punto pi alto della crisi venne a coincidere proprio con l'espansione araba del VII-VIII secolo; dall'altro  stato dimostrato, a partire gi da Alphons Dopsch (1868-1953) che anche dopo di essa i traffici tra le rive del Mediterraneo non cessarono affatto, dato che l'oro, le stoffe preziose, il papiro continuarono ad arrivare in Occidente. Uno storico francese, anzi, Maurice Lombard, ha contestato il nucleo della tesi pirenniana, attribuendo agli Arabi il merito di aver rivitalizzato l'economia dell'Occidente, contribuendo a farvi ritornare quell'oro che gi scarseggiava in et romana, dato che esso, come si  visto, veniva impiegato per acquistare i prodotti di lusso importati dall'Oriente.
Al di l tuttavia di queste gravi contestazioni, l'interpretazione di Pirenne resta ancora valida in un aspetto non marginale. Non pu, infatti, mettersi in dubbio che gli Arabi, portando un durissimo attacco all'impero bizantino e riducendone fortemente il raggio d'azione, abbiano creato nel Mediterraneo centro-occidentale un vuoto politico, che consent una maggiore libert alla Chiesa di Roma e al dinamico regno dei Franchi. Ne scatur quel progetto di nuova sistemazione politica dell'Occidente, incentrato sulla stretta collaborazione tra potere politico e papato, che segna la nascita dell'Europa come spazio autonomo di civilt e di cui ci occuperemo nei capitoli seguenti. Ora  invece il momento di seguire pi da vicino la storia affascinante del popolo arabo, cominciando con il delineare lo spazio e il tempo in cui irruppe prepotentemente sullo scenario del vecchio mondo.


5.2.
L'Arabia prima di Maometto

Situata tra l'Africa e l'Asia, la penisola arabica  nel suo complesso un grande tavolato desertico con rilievi lungo le coste, i quali, arrestando i venti umidi del Mediterraneo e dell'oceano Indiano, contribuiscono a rendere il clima molto caldo e secco. Soltanto le coste dello Yemen, dell'Hadhramaut e dell'Oman hanno quindi il beneficio delle piogge, mentre all'interno le uniche risorse idriche stabili sono costituite dalle acque sotterranee, che alimentano le oasi, rendendo possibile l'irrigazione. I fiumi (detti uad), che in un tempo molto remoto dovevano attraversare l'Arabia in tutte le direzioni, sono infatti generalmente secchi a causa della grande evaporazione e sono utilizzati come piste trans desertiche.
In base alle notizie pi antiche - che risalgono al 1000 a.C. e ci sono fornite dalla Bibbia e da iscrizioni assire - la parte centro-settentrionale della penisola era abitata da trib di nomadi beduini (da badawi = abitanti del badw, deserto), che praticavano l'allevamento, il commercio carovaniero e le razzie, nonch da trib di sedentari che vivevano in centri cittadini o in poveri villaggi di contadini (fellahin); sia le trib dei nomadi sia quelle dei sedentari erano indipendenti l'una dall'altra. L'Arabia meridionale, favorita dalle piogge monsoniche e punto d'incontro del commercio tra l'oceano Indiano e il Mediterraneo, appare invece popolata da stirpi di lingua diversa rispetto a quella delle popolazioni del centro-nord e con un livello pi alto di civilt. Qui infatti fiorirono tra secondo e primo millennio a.C. varii regni, tra cui quello di Saba (nell'attuale Yemen), famoso per le sue ricchezze; entrato in crisi nel corso del Settimo secolo a.C., cadde sotto la dominazione del popolo degli Himyariti, che per un lungo arco di tempo (dal Primo secolo a.C. al Quarto d.C.) fecero dell'intera Arabia del sud uno stato prospero (l'Arabia felix delle fonti antiche), in rapporti commerciali con Roma e poi con Bisanzio, finendo a loro volta nel 525 d.C. sotto la dominazione degli Etiopi; ma a provocare la rovina della regione sembra che sia stato soprattutto, qualche decennio dopo, il crollo della gigantesca diga di Marib, che caus la desertificazione di una vastissima area.
Intanto, sia pur con molto ritardo, anche nelle regioni dell'Arabia settentrionale pi prossime alla Siria e all'Egitto il contatto con Egiziani, Macedoni, Persiani, Greci, Romani favor il sorgere di forme di vita civile e quindi di importanti centri politici e culturali, come il regno dei Nabatei, conquistato da Traiano nel 105 d.C., e poi quello di Palmira, distrutto da Aureliano nel 273 d.C., proprio nel periodo del suo massimo splendore.
Con la loro scomparsa, cui qualche secolo dopo segu, come si  detto, quella dei regni meridionali, l'Arabia conobbe complessivamente un periodo di regresso sul piano politico e culturale, che port alla diffusione generalizzata di foorme pi agili di ordinamento sociale anche tra gli abitanti delle citt e delle oasi.
La grande maggioranza della popolazione era formata dai Beduini, che attraverso la dura vita del deserto avevano imparato a coltivare i valori del coraggio e della fierezza, e a sviluppare sentimenti di solidariet sia all'interno della famiglia sia nell'ambito della trib, i cui membri si richiamavano in genere a un leggendario antenato comune. Si realizzavano a volte, e in maniera pi o meno duratura, aggregazioni di carattere intertribale, ma era la trib a costituire il normale quadro sociale di riferimento, cui spettavano decisioni di interesse comune, quali ad esempio quelle che riguardavano gli spostamenti, la guerra e le razzie: decisioni assunte sulla base della sunna, i costumi ereditati dagli antenati.
Alla guida di ogni trib, i cui membri erano uguali tra loro, c'era un capo elettivo, assistito da un consiglio e da un giudice; ne potevano far parte tuttavia, ma su un piano di inferiorit, anche alleati e schiavi. La donna, considerata un bene della famiglia, era ceduta al marito dietro pagamento di una dote e rimaneva nella nuova famiglia anche se restava vedova.
Non meno composito e frammentato era il quadro a livello religioso, caratterizzato dalla netta prevalenza del politeismo. Gli Arabi delle regioni meridionali adoravano divinit, che erano la personificazione dei pianeti e alle quali dedicavano templi e santuari officiati da religiosi. Quelli del Nord prestavano invece il loro culto sia a divinit varie, sottomesse a una divinit suprema, Allah (il Dio), sia a una gran quantit di spiriti, rappresentati da alberi e pietre, intorno ai quali si facevano ripetuti giri, secondo un rito che sar ripreso poi da Maometto. I luoghi di culto, propri di ogni trib o raggruppamento tribale, erano meta di pellegrinaggio e nello stesso tempo punti di incontro e di scambi commerciali. In Arabia erano presenti per, sia pur in misura largamente minoritaria, anche l'Ebraismo e il Cristianesimo. Il primo, diffuso soprattutto nello Yemen e tra le trib che frequentavano le rotte carovaniere dello Hegiaz, lungo il mar Rosso, aveva il suo punto di forza a Yathrib, la futura Medina, i cui abitanti praticavano l'agricoltura e il commercio. Il Cristianesimo era stato accolto invece agli inizi del Sesto secolo, nella forma monofisita o nestoriana, da alcune trib del Nord collegate con i Bizantini o con i Persiani; piccole colonie di cristiani monofisiti o nestoriani erano presenti, tuttavia, anche nello Yemen e in altre regioni dell'Arabia meridionale. L'adesione a queste religioni monoteiste era comunque assai superficiale e non modificava in maniera sostanziale la mentalit religiosa delle popolazioni arabe, e dei Beduini in particolare.
Se la disgregazione politica e il carattere assai elementare dell'organizzazione sociale sembravano condannare gli Arabi a un destino di marginalit nel contesto del vecchio mondo, la penisola continuava nondimeno ad essere il luogo privilegiato di transito delle merci provenienti dall'India o dall'Africa orientale e dirette verso la Mesopotamia e il Mediterraneo. La circolazione, che coinvolgeva un'area assai vasta percorsa dalle piste carovaniere, avveniva principalmente lungo un itinerario che, attraverso lo Hegiaz, collegava lo Yemen a Gaza, passando per Makkah (Mecca), un centro che divenne nel Quinto secolo una delle maggiori citt dell'Arabia grazie alla posizione geografica, all'abbondanza delle sorgenti e alle capacit politiche dei capi della trib dei Quraish. Questi, impadronitisi della citt, ne fecero infatti un centro commerciale e religioso, riunendo tutte le divinit degli Arabi nella Kaaba, santuario a forma di cubo, che si credeva costruito da Abramo e da suo figlio Ismaele, per custodirvi la Pietra nera portata dall'arcangelo Gabriele (in realt un meteorite). Con i Quraish, alcuni dei quali furono nominati guardiani del santuario, si stabil inoltre il dominio sulla citt delle famiglie pi ricche, che formavano una specie di senato, dando cos alla Mecca il carattere quasi di una repubblica oligarchica di tipo mercantile.
Qui nacque Maometto tra il 569 e il 571.


5.3
Maometto e la nascita dell'Islam

La famiglia di Maometto, anche se non faceva parte del ristretto gruppo dominante, non era certamente l'ultima della citt, dato che suo nonno, in quanto custode della sorgente Zemzem (secondo la tradizione fatta sgorgare da Allah per dissetare Agar e suo figlio Ismaele), aveva il compito di distribuire l'acqua ai pellegrini. Rimasto orfano in tenera et, fu allevato da uno zio e spos una ricca vedova, raggiungendo cos una posizione economica che gli consent di dedicarsi alla riflessione religiosa. Nel 610, quando aveva poco pi di quarant'anni, gli apparve, mentre riposava in una grotta, l'arcangelo Gabriele, per annunciargli di essere l'apostolo di Allah. Nonostante l'incoraggiamento della moglie esit prima di intraprendere la sua missione, ma finalmente nel 613 diede inizio alla predicazione in mezzo all'indifferenza dei dirigenti quraishiti. Il suo messaggio, anche se in questa fase iniziale non metteva ancora esplicitamente in discussione il politeismo, puntava tuttavia a far riconoscere Allah come unico vero Dio e a far fare atto di sottomissione (islam) alla sua autorit, introducendo l'idea di un giudizio finale e il dovere di esercitare la solidariet verso gli altri e verso i poveri in particolare.
Il pericolo che la nuova religione potesse essere assimilata al politeismo lo indusse per a rompere ben presto gli indugi e ad attaccare i culti idolatrici, suscitando cos l'ostilit dei quraishiti, timorosi di perdere i proventi delle loro attivit economiche legate al pellegrinaggio alle divinit della Kaaba. Ciononostante Maometto continu la sua opera di proselitismo e di elaborazione della nuova dottrina, definendo il rituale della preghiera (salah), che il credente (muslim, da cui musulmano) doveva recitare rivolto verso Gerusalemme, e richiamando la prospettiva del diverso destino che attende i fedeli e gli increduli.
Nel corso del 622 la sua posizione si fece insostenibile, per cui, dopo aver preso contatto con alcuni abitanti di Yathrib appartenenti alla trib di sua madre, che gli giurarono fedelt e obbedienza, lasci di nascosto La Mecca e, dopo un viaggio avventuroso, raggiunse il 24 settembre la citt della famiglia materna, che cambi il suo nome in Medina (Madinat annabi, la citt del Profeta). Questa fuga (gira) fu considerata dai suoi seguaci l'avvio di una nuova ra, che venne fatta iniziare il primo giorno del mese di muharram (primo mese dell'anno), corrispondente al 16 luglio del 622 (il calendario musulmano  basato sull'anno lunare, che  di undici giorni pi corto dell'anno solare, per cui i suoi mesi non hanno una corrispondenza fissa con quelli del calendario gregoriano).
Al suo arrivo a Medina, Maometto, la cui autorit era riconosciuta solo dalla comunit dei suoi seguaci, cerc di riunire attorno a s tutti gli abitanti della citt, tra cui numerosi ebrei, incoraggiandone la conversione all'Islam, ma ebbe successo soltanto con gli Arabi politeisti. Gli Ebrei invece, che all'inizio lo avevano accolto bene, vedendo nel suo messaggio religioso e nel suo richiamo ad Abramo molti punti di contatto con la loro religione, si andarono allontanando da lui man mano che il suo pensiero si precisava e si delineava in tutta la sua originalit.
Un punto di non ritorno fu rappresentato, nel febbraio del 624, dalla decisione di Maometto di sostituire La Mecca a Gerusalemme come punto di orientamento per la preghiera, decisione che mostrava chiaramente come la nuova religione intendesse radicarsi profondamente nella tradizione del mondo arabo. Contemporaneamente il profeta ne accentuava il carattere esclusivistico, proclamando che l'unica vera fede era quella che Dio aveva rivelato attraverso di lui e istituendo il digiuno del mese di ramadan in ricordo della rivelazione, che egli aveva avuta appunto nella notte tra il 26 e il 27 ramadan (notte venerata dai musulmani come "notte del destino").



5.4
Il Corano e i pilastri della fede islamica

Il pensiero di Maometto, che si veniva precisando nel corso del tempo attraverso rivelazioni che si succedevano a un ritmo quasi quotidiano, non ebbe da lui una sistemazione definitiva, ma fu fissato nel libro sacro del Corano una ventina d'anni dopo la sua morte (8 giugno 632), per volont del califfo Othman e ad opera di Zaid ibn Thabit, che era stato segretario del profeta e che fece ricorso sia ai suoi ricordi personali sia a quelli di altri testimoni diretti: una vicenda, come si vede, analoga a quella dei Vangeli. La lingua adoperata fu quella comunemente usata dai poeti arabi, diffusa in una vasta area comprendente non solo l'Arabia ma anche la Siria e la Mesopotamia. Compresa sia dai nomadi sia dai sedentari, questa lingua era destinata ad avere, in seguito all'espansione musulmana, una grandissima diffusione come lingua di cultura, sovrapposta alla molteplicit dei dialetti locali. Non  possibile in questa sede dar conto dei numerosi problemi dibattuti dagli studiosi in merito alla cronologia della predicazione di Maometto n descrivere tutte le norme relative alla pratica religiosa e alla vita sociale dei musulmani contenute nel Corano (diritto di famiglia, rapporti tra uomo e donna, diritto penale, proibizioni alimentari, condanna dell'usura e dell'avarizia, ecc.).  necessario, tuttavia, individuarne gli elementi fondamentali, quelli che sono chiamati i "pilastri della religione" (arkan al-din).
Il primo pilastro  la doppia professione di fede (shahada): "Non c' altro dio che Allah e Maometto  il suo inviato". La prima, nel proclamare l'unicit di Allah, distingue radicalmente l'Islam dal politeismo. La seconda lo distingue dalle altre religioni monoteistiche, e in particolare dall'Ebraismo e dal Cristianesimo, anch'essi basati sulla rivelazione divina ad opera di profeti (Abramo, Mos, Ges), ma che col passare del tempo sarebbe stata alterata.
La profezia di Maometto  invece la pi perfetta e Dio non ne invier altre, per cui il credente che abbandona l'Islam si macchia di una colpa gravissima, punibile con la morte.
Di qui l'obbligo per il musulmano che sposa un'ebrea o una cristiana di educare i figli nella religione islamica, mentre la madre pu conservare la propria fede. Un non musulmano non pu sposare invece una musulmana, senza essersi prima convertito all'Islam: divieto, questo, ancora oggi in vigore e che  all'origine della maggior parte delle conversioni che si registrano ai nostri giorni nei paesi occidentali, dove vivono immigrati dai paesi arabi. La doppia professione di fede spiega anche il diverso trattamento riservato ai non credenti caduti sotto la dominazione islamica: devono convertirsi o essere messi a morte, se pagani e politeisti; possono conservare la loro fede, sottoponendosi per al pagamento di un'apposita imposta e rinunciando ad ogni forma di proselitismo, se appartenenti a una religione monoteista rivelata in un libro sacro, come ad esempio la Bibbia o i Vangeli.
Il secondo pilastro  la preghiera, per chiedere a Dio perdono e benedizione, che si recita in due modi, ma sempre con il viso rivolto verso la Mecca: in forma anche individuale cinque volte al giorno al richiamo del muezzin, in un edificio consacrato al culto o in uno spazio qualsiasi isolato dal suolo da un tappeto, e in forma comunitaria, in moschea, il venerd a mezzogiorno. La preghiera del venerd, che  seguita dal sermone dell'Yiman (direttore della preghiera), ha lo scopo di mantenere vivo tra i credenti lo spirito comunitario e di riaffermare la loro uguaglianza davanti a Dio, al di l di ogni distinzion etnica o sociale, l'yiman, che non  un sacerdote, ma un qualsiasi musulmano studioso di testi sacri e come tale riconosciuto dalla sua comunit, ha il compito di commentare i problemi del momento alla luce del Corano, nel quale in linea di principio  possibile trovare risposta a tutti gli interrogativi umani. Di qui la grande autorit morale che ha sempre avuto - e ancora oggi ha - nei riguardi sia dei fedeli sia del potere politico.
Il terzo pilastro  il ramadan, al quale si  gi accennato: nell'intero mese, consacrato alle pratiche di devozione, alla lettura e all'approfondimento della fede in generale,  proibito dall'alba al tramonto bere, mangiare (oggi anche fumare) e avere rapporti sessuali. Il divieto non vale durante la notte, utilizzata spesso negli ambienti pi evoluti per divertimenti profani, condannati ovviamente dai dignitari religiosi. Il ramadan, la cui osservanza, affievolitasi negli anni del secondo dopoguerra,  oggi in piena ripresa anche tra i musulmani che vivono in Europa, si conclude con una grande festa, la "festa di rottura del digiuno".
Quarto dovere fondamentale del credente , a patto che ne abbia le possibilit materiali, il pellegrinaggio alla Mecca, almeno una volta nella vita: pellegrinaggio che si svolge in un'epoca precisa e secondo un rito minuzioso. Continuazione, come si  visto, di una consuetudine preislamica, esso  un atto di purificazione, ma nello stesso tempo mira a rinsaldare la fede e a mantenere viva la solidariet tra i musulmani sparsi per il mondo.
Il quinto pilastro  l'elemosina legale o di purificazione (zakah), diversa dall'elemosina volontaria ed equivalente a un decimo del reddito. Ad essa erano tenuti i fedeli benestanti, per soccorrere i loro fratelli indigenti; oggi viene versata nelle casse delle moschee a titolo volontario.
A questi cinque pilastri alcuni musulmani ne aggiungono un sesto, la guerra santa (jihad), considerata in genere l'equivalente della crociata cristiana. Essa ha invece un significato pi ampio, indicando non soltanto la guerra vera e propria per diffondere l'Islam nel mondo intero e per difenderne il territorio dagli attacchi degli infedeli, ma anche la lotta che ogni credente deve condurre contro se stesso e le sue cattive inclinazioni: lo stesso digiuno del ramadan  una sorta di jihad personale. Alcuni teologi, richiamandosi al passo del Corano in cui si dice che non ci deve essere "alcuna costrizione in campo religioso") negano che la guerra santa faccia parte dei doveri di un musulmano e attribuiscono un carattere di santit alle sole guerre che Maometto fu costretto a intraprendere quando si trovava a Medina. I suoi successori, tuttavia, fecero del jihad un uso strumentale, lanciando gli Arabi alla conquista del mondo e alla conversione degli infedeli.
Il Corano, come si  detto, dovrebbe dare una risposta a qualsiasi interrogativo umano, ma ben presto fu chiaro che questo non era possibile. Si fece ricorso perci anche alla sunna, vale a dire alla tradizione relativa al comportamento tenuto da Maometto in alcune particolari circostanze. Questa tradizione, raccolta dai suoi pi diretti discepoli,  destinata a diventare una delle basi fondamentali del diritto musulmano.


5.5
La comunit musulmana delle origini e il califfato elettivo

Come si evince da quanto si  detto finora, il messaggio di Maometto accoglieva aspetti non marginali della societ e della cultura del mondo arabo, quali la pratica della razzia da parte dei Beduini, la poligamia (fino a un massimo di quattro mogli), la schiavit (gli schiavi potevano per convertirsi all'Islam ed essere affrancati), il pellegrinaggio e il culto della Pietra nera. Dava per a quel mondo una configurazione completamente nuova, superandone l'esasperato particolarismo di carattere tribale e organizzandolo, in nome di una nuova fede, intorno a un'autorit centrale, che era temporale e religiosa insieme.
A questo esito, tanto pi sorprendente se si considera il brevissimo arco di tempo in cui fu raggiunto, non si arriv tuttavia in maniera incontrastata e poco manc che la morte di Maometto non rimettesse tutto in discussione. Ma  opportuno, a questo punto, riprendere il racconto dal momento dell'arrivo del Profeta e dei suoi seguaci a Medina. Qui egli si fece costruire una casa, che divenne anche luogo di preghiera e di riunione, riuscendo a raccogliere intorno a s gran parte degli abitanti della citt, a eccezione degli Ebrei, che successivamente, avendo mutato la loro diffidenza in aperta ostilit, furono cacciati via o sterminati. Nello stesso tempo i ripetuti attacchi alle carovane che si muovevano tra La Mecca e la Siria e l'Egitto, se fornivano i mezzi di sopravvivenza ai musulmani di Medina e permettevano di rinsaldare i legami al loro interno, costituivano una seria minaccia al commercio dei Meccani e facevano crescere continuamente il prestigio di Maometto. Di qui la reazione dei Quraishiti che, dopo aver tentato con alterna fortuna la sorte delle armi, dovettero prima accettare una tregua e consentire nel 629 a Maometto di fare il pellegrinaggio alla Kaaba, e poi avvicinarsi a lui, convertendosi all'Islam e aprendogli alla fine le porte della citt: era il 20 ramadan dell'anno 8 (11 gennaio 630). Da allora crebbe di continuo il numero delle trib beduine che si convertirono o si allearono semplicemente, accettando di pagare un tributo. Lo stesso facevano le comunit cristiane, che potevano cos continuare a praticare la loro religione sotto la protezione dei musulmani (dhimmi erano detti i protetti).
Intanto l'aggressivit e il dinamismo delle trib arabe venivano indirizzati verso obiettivi sempre pi lontani, fino a lambire i confini dell'impero bizantino, che per non sembra siano stati superati finch Maometto rimase in vita. Alla sua morte, avvenuta nel 632 a Medina, al ritorno da un pellegrinaggio alla Mecca (indicato nella letteratura araba come il Pellegrinaggio dell'addio), insorsero contrasti tra i suoi seguaci per la designazione di un "sostituto" (khalifa, califfo). Questi avrebbe dovuto reggere la comunit (umma) non sulla base di un suo ruolo profetico, ma secondo lo spirito di Maometto, non essendo concepibile l'esistenza di altri profeti dopo di lui. La scelta cadde su Abu Bakr, uno dei primi seguaci del profeta nonch suo suocero e membro del gruppo influente dei Quraishiti. Riconosciuto dalle popolazioni sedentarie, ebbe la meglio su altri pretendenti, quali Al e Abbas, rispettivamente cugino e zio di Maometto. Alcune trib beduine non riconobbero per la sua autorit, riprendendo la loro autonomia e abbandonando anche l'Islam, mentre la situazione generale si complicava con la comparsa di altri profeti. Il califfo reag con energia, ristabilendo in meno di un anno il suo controllo su tutta la penisola arabica e lanciando gi nel corso del 633 le sue truppe in direzione dell'Iraq e, l'anno dopo, verso la Siria.
La sua scomparsa nel 634 riapr la spinosa questione della successione, che fu risolta ancora per qualche decennio attraverso l'elezione, da parte della comunit musulmana, di membri del ristretto gruppo dei parenti e dei primi compagni del profeta (periodo del califfato elettivo); la situazione era resa per sempre pi difficile dal continuo esplodere di atti di violenza, di cui  prova evidente il fatto che i primi tre successori di Abu Bakr morirono assassinati. La tensione culmin in vera e propria rottura (fitna) con l'ascesa al califfato del gi menzionato Al, genero di Maometto, il quale, sentendosi poco sicuro in Arabia, stabil la sua sede a Kufa, nel basso Iraq, arrecando cos un duro colpo alla Mecca e a Medina, destinate a non recuperare pi il loro ruolo politico. Deposto sulla base di una sentenza che lo ritenne colpevole dell'assassinio del suo predecessore Othman, si mantenne in armi con i suoi seguaci, che furono detti "sciiti", cio il "partito" (shi'a) di Al, contrapposto alla maggioranza dei musulmani ortodossi, detti "sunniti", perch si richiamavano al Corano e alla tradizione. La sua morte violenta nel 661 segn, con la fine del califfato elettivo, anche l'avvio per la giovane comunit musulmana di una nuova fase storica, caratterizzata dal superamento del regime teocratico fondato sul Corano e sulla sunna, e dall'adozione di forme organizzative pi complesse.


APPROFONDIMENTI

Islam e cristianesimo

Pur essendosi ispirato sia al Giudaismo sia al Cristianesimo nell'elaborazione della sua dottrina, Maometto ruppe ben presto i ponti con le due grandi religioni monoteistiche, quando si rese conto che ebrei e cristiani non erano affatto disposti ad accettare le nuove verit di fede. Mentre per la rottura con il Giudaismo fu radicale e violenta, pi pacato fu l'atteggiamento nei riguardi di Ges.
"I maggiori simpatizzanti verso i Credenti li troverai in coloro che dicono: Noi siamo Cristiani" (V, 88). In particolare la simpatia del profeta  tutta per la figura di Ges, considerato il pi grande dei profeti del passato e di cui si narrano sia la nascita sia episodi dell'infanzia (questi ultimi riportati anche nei Vangeli apocrifi, cio non riconosciuti dalla Chiesa):
Quindi Maria concep Ges, e si appart con lui in una localit lontana. I dolori del parto la condussero presso il tronco di una palma, ed essa esclam: Oh fossi morta io, prima che ci avvenisse, e fossi come una cosa dimenticata! Le grid allora una voce dal di sotto: Non rattristarti, il tuo Signore ha posto un ruscello ai tuoi piedi. Scuoti verso di te il tronco della palma, e questa far cadere su di te datteri freschi e maturi. Mangiane quindi, bevi e sta tranquilla... Venne quindi col bambino dalla sua gente, portandolo con s, e quelli dissero: O Maria, tu hai fatto una cosa inaudita! O sorella di Aronne, non fu il padre tuo un uomo malvagio n fu tua madre donna dissoluta. Allora essa addit il bambino; ma quelli dissero: Come parleremo con chi  ancora bambino, nella culla? Disse il bambino: In verit, io sono il servo di Dio; egli ha dato a me il Libro e mi ha costituito profeta.
Mi ha fatto, ancora, benedetto ovunque mi trovi e mi ha ingiunto di fare la Preghiera e l'Elemosina, finch sar in vita. Mi ha fatto, inoltre, ossequiente verso mia madre, n mi ha fatto superbo e ribelle e la pace sia su di me il giorno in cui nacqui, il giorno in cui morir e il giorno in cui sar risuscitato a vita (XIX, 22-33).
Subito dopo per il Corano introduce un elemento di netta differenziazione dal Cristianesimo, dichiarando che Dio non pu avere figli: "Questo  Ges, figlio di Maria; esso  il verbo di verit, di cui dubitano. Non si addice a Dio di prendersi alcun figlio; sia gloria a Lui" (XIX, 34-35).
Se l'Islam fu intransigente nel negare a Cristo la qualit di figlio di Dio, lo fu altrettanto il Cristianesimo nel negare a Maometto la qualit di profeta.
"Ciascuna delle due religioni pretende infatti di essere la sola depositaria della rivelazione finale di Dio all'umanit, e nessuna delle due ammette salvezza al di fuori del proprio credo. Da un punto di vista cristiano, rappresentando il Cristianesimo la fine del processo di rivelazione, ogni rivelazione successiva, cos come quella musulmana,  falsa e dannosa. Da un punto di vista musulmano, essendo il Cristianesimo pi antico, la sua rivelazione, cos come quella giudaica,  incompleta, superata, alterata, ma non falsa in se stessa n in se stessa dannosa" (R. Rubinacci, Cristianesimo, Islamismo, Giudaismo e politica nei paesi del Mediterraneo, in "Civilt del Mediterraneo", 2, 1991, pp. 17-26). Ciononostante i rapporti tra Cristianit e Islam all'inizio dell'espansione musulmana non furono ostili e molte comunit cristiane dell'impero bizantino e di quello persiano, stremate dalle contese religiose e dal fiscalismo imperiale, accolsero gli Arabi come liberatori, continuando poi a professare la loro fede. Fu solo nell'VIII secolo che la situazione nei territori conquistati cominci a cambiare, per effetto dell'attrazione che l'Islam prese ad esercitare sulle popolazioni locali, soprattutto per ragioni economiche e di prestigio sociale; si tratt tuttavia di un processo assai lento, che, ad esempio, port alla completa islamizzazione dell'Africa settentrionale non prima del Decimo secolo.



5.6
La prima fase dell'espansione islamica

Le lotte per la successione al Profeta non solo non avevano frenato lo slancio espansivo della comunit musulmana, ma anzi lo avevano esaltato, perch i successi esterni, consentendo ai conquistatori di arricchirsi con il bottino di guerra, servivano anche a sopire, sia pur temporaneamente, i contrasti interni. Il risultato fu che in poco pi di venti anni, con una rapidit di cui non esistono altri esempi nella storia delle conquiste militari, l'impero persiano fu completamente spazzato via e quello bizantino amputato di gran parte dell'Africa del Nord e della Siria. All'origine di questi strepitosi successi non ci furono per solo l'entusiasmo e l'aggressivit dei conquistatori, ma anche la debolezza di Persiani e Bizantini, che si erano combattuti a lungo tra di loro senza esclusione di colpi; al che si aggiungevano, nel caso dei Bizantini, i contrasti interni di natura religiosa e l'eccessiva pressione fiscale, per cui Egiziani e Siriani finirono con l'accogliere gli Arabi come liberatori.
Il governo di territori cos vasti e la stabilizzazione in essi di nuclei sempre pi consistenti di conquistatori resero ben presto evidenti l'inadeguatezza degli ordinamenti politici e sociali assai agili, che avevano caratterizzato l'Arabia preislamica. Intanto fu subito chiaro che all'uguaglianza teorica di tutti i musulmani, prevista dal Corano, corrispondeva una realt ben diversa. I primi compagni di Maometto e successivamente i capi delle trib e dei clan che si erano uniti a lui acquisirono, infatti, un ruolo egemone, destinato a farsi sempre pi saldo man mano che crescevano le conquiste e i vantaggi materiali che ne scaturivano. A questo  da aggiungere che dopo la scomparsa di Maometto ci fu una ripresa di vitalit dei clan familiari, che il Profeta era riuscito a ridimensionare in nome della comunanza di fede e della comune sottomissione a lui, mentre lo stesso sistema tribale, che del resto mai era stato messo in discussione, veniva esaltato dalle guerre di conquista, condotte da eserciti reclutati su basi tribali.
Rispetto ai musulmani arabi, i quali facevano parte delle trib, i non arabi convertiti all'Islamismo, non essendo in esse inseriti, vennero a trovarsi su un piano di inferiorit, in quanto soggetti (mawali = clienti) alla protezione di un capo trib. Dal punto di vista religioso e fiscale erano equiparati agli altri musulmani, ma non potevano entrare nell'esercito, per cui non partecipavano n alla spartizione del bottino di guerra n all'assegnazione di terre. La situazione cambi tuttavia agli inizi dell'VIII secolo, quando, per esigenze di carattere militare legate a nuovi progetti espansionistici, fu consentito il reclutamento di mawali, pagati con regolare stipendio. Sia i musulmani arabi sia i nuovi convertiti, a loro volta, formavano comunit distinte rispetto alle popolazioni sottomesse.
Anzi, all'inizio evitarono perfino di stabilirsi nelle citt, creando nelle loro vicinanze grandi accampamenti, da cui ebbero poi origine le future metropoli provinciali, quali Kx turchia TWsnra in Iran. Fustat (= Il Cairo) in Egitto, Kairouan in Tunisia. I cristiani gli ebrei, che, come si  detto, costituivano la categoria dei dhimmi, conservavano la loro religione e gran parte della loro organizzazione sociale, pagando, oltre alla tassa speciale in segno di soggezione, un'imposta ordinaria in rapporto al reddito. L'una e l'altra erano di entit non elevata, per cui nel complesso la dominazione araba risultava non gravosa per le popolazioni sottomesse, quando non veniva addirittura accolta di buon grado.
Per il governo dei territori conquistati fu necessario provvedere a un apparato amministrativo, che fu in buona parte quello ereditato dalle precedenti dominazioni bizantine e persiane, per cui in genere rimasero al loro posto i vecchi funzionari. Ad essi si sovrapposero gli esponenti della nuova amministrazione araba. A capo di ogni provincia fu posto un governatore (amir, emiro), assistito da un corpo di guardie nonch da un giudice e da un responsabile del diwan, vale a dire dell'apparato finanziario, che amministrava non solo gli introiti dei bottini di guerra - di cui un quinto spettava allo Stato e i quattro quinti ai combattenti - ma anche le entrate regolari, costituite dalle tasse pagate dagli infedeli e dalle elemosine, volontarie e non, versate dai musulmani.
Il governo di territori cos estesi e di un apparato amministrativo che si faceva sempre pi complesso man mano che assimilava strumenti e metodi di quelle che erano state o erano ancora le formazioni politiche pi avanzate del tempo, comportava inevitabilmente il rafforzamento del ruolo del califfo. Questi, analogamente a quanto era gi avvenuto con i capi delle popolazioni germaniche insediatesi nei territori dell'impero romano, tendeva, sul modello bizantino e persiano, a dare stabilit al suo potere, e quindi a trasmetterlo ereditariamente.
Una forte spinta in tale direzione si registr gi sotto il governo del terzo califfo elettivo, Othman (644-656), del clan degli Omayyadi, il pi potente all'interno dell'aristocrazia quraishita della Mecca. Egli si appoggi infatti ai membri del suo clan, di cui favor l'ascesa ai vertici dell'amministrazione dello Stato; si volse per nello stesso tempo anche ad allargare la base del suo potere, creando, attraverso l'assegnazione di terre ai guerrieri arabi stanziati nei territori occupati, una vasta clientela politica, legata a s e alla propria famiglia. E fu appunto appoggiandosi ad essa che gli Omayyadi, dopo aver perso temporaneamente il califfato a favore di Al, tornarono al potere nel 660 con Muawija, il quale depose Al e diede inizio a una lunga serie di califfi omayyadi (660-750).


5.7
La ripresa dell'espansione islamica
e la crisi della dinastia omayyade

La stabilizzazione del potere nell'ambito della dinastia regnante, che dalla forza stessa delle cose veniva spinta ad accentuare l'aspetto politico della funzione di califfo rispetto a quello religioso, coincise con la ripresa del movimento espansivo e con il rafforzamento dell'apparato statale, che si tent di rendere uniforme in tutti i territori conquistati. Mentre la capitale veniva trasferita a Damasco, in Siria, forse per esercitare una maggiore pressione sull'impero bizantino, rimasto l'avversario principale, particolare attenzione veniva dedicata all'Iraq, dove gli sciiti si mantennero a lungo in armi, minacciando l'unit dell'impero. Ma non erano solo le trib sciite a dar vita a frequenti tentativi di rivolta: episodi di insofferenza si registravano, infatti, un po' dovunque, prova evidente che l'accettazione dell'Islam non aveva fatto sparire del tutto il tradizionale spirito di clan. Ciononostante gli Omayyadi riuscirono ad esercitare una fortissima spinta espansiva in tutte le direzioni. Il primo obiettivo fu Costantinopoli, che fu attaccata non soltanto per terra ma anche per mare, dato che la conquista della Siria e dell'Egitto aveva consentito ai califfi di utilizzare i cantieri navali di Tripoli, Tiro, Acri e Alessandria, per allestire una poderosa flotta da guerra con equipaggi siriani, libanesi e palestinesi. I ripetuti assedi alla citt (l'ultimo nel 717-718) non riuscirono a vincerne la resistenza n ad arrecare un colpo decisivo ai Bizantini, che anzi passarono alla controffensiva, distruggendo nel 677 la flotta araba. Valsero per a indebolirli, costringendoli a restare sulla difensiva, mentre gli Arabi cominciavano a correre in lungo e in largo il Mediterraneo orientale, attaccando ripetutamente le isole di Cipro, Creta e Rodi, e diventando poi padroni incontrastati del Mediterraneo occidentale.
Nello stesso tempo fu ripresa l'espansione in direzione dell'Africa settentrionale, che in meno di cinquant'anni fu interamente conquistata fino alla costa atlantica - Cartagine cadde nel 698 - nonostante l'accanita resistenza dei Bizantini e dei Berberi. Questi, guidati da una profetessa, la Kahina, inflissero agli invasori ripetute sconfitte, ma alla fine dovettero piegarsi. Convertitisi rapidamente all'Islamismo, mantennero tuttavia un forte spirito di autonomia, aderendo al movimento dei Kharigiti, i quali contestavano l'ereditariet del potere califfale e rivendicavano l'uguaglianza di tutti i musulmani, tra cui anche i nuovi convertiti. Nel 711 poi gli Arabi, rinforzati da contingenti di Berberi, passarono le colonne di Ercole, approdando sul promontorio che fu chiamato Gebel (= monte) el-Tarik (Gibilterra), dal nome del comandante dell'esercito musulmano, Tariq ibn Ziyad. Conquistata la Spagna (al-Andalus) in soli cinque anni grazie ancora una volta alla buona accoglienza della popolazione locale, gli invasori passarono in Gallia. E qui, pur essendo stati sconfitti nel 732 a Poitiers, mantennero per qualche anno il controllo della Provenza e della Linguadoca, ritirandosi poi in Spagna, dove era in atto una rivolta dei contingenti berberi. Intanto i califfi omayyadi lanciavano un'altra grandiosa offensiva in direzione dell'Asia centrale e dell'India, raggiungendo nel 710-14 il bacino dell'Indo a sud e quello del Syr-Daria a nord (che segna oggi il confine tra l'Afghanistan e il Turchestan orientale). Anche in questi territori la conversione all'Islamismo fu rapida, mentre l'insediamento degli Arabi favoriva lo sviluppo dell'urbanesimo e dei commerci, con la fioritura di centri quali Bukhara e Samarcanda (oggi nell'Uzbekistan).
In Asia centrale, per, pi che altrove si rivel difficile la convivenza dei nuovi convertiti con i dominatori arabi, che concentravano nelle loro mani la propriet delle terre, per cui scoppiarono violente rivolte, destinate a rivelarsi fatali per la dinastia omayyade.


5.8
L'avvento degli Abbasidi e l'apogeo della civilt araba

La situazione precipit nel 747 in seguito a un'insurrezione armata promossa dagli Abbasidi, che si ritenevano i legittimi successori di Maometto in quanto discendenti da al-Abbas, suo zio paterno. Impadronitisi del potere con l'appoggio degli sciiti e ucciso l'ultimo califfo omayyade, spostarono il centro dell'impero dalla Siria all'Iraq, per esercitare un maggiore controllo sulla regione pi inquieta dal punto di vista politico e religioso.
Qui al-Mansur, il vero artefice del successo della dinastia abbaside, fond nel 762 la nuova capitale, Baghdad. Nello stesso tempo fu avviata una riorganizzazione dello Stato sul modello dell'assolutismo monarchico di stampo orientale. Ad esso aderiva la nuova configurazione del ruolo del califfo, considerato dagli Abbasidi non pi vicario di Maometto, ma rappresentante di Dio in terra e, come tale, al di sopra dei comuni mortali. E cos, mentre i califfi tendevano ad allontanarsi sempre di pi dai sudditi, per vivere circondati da cortigiani all'interno del loro palazzo, il potere effettivo si veniva concentrando nelle mani di potenti funzionari, che riuscirono a volte a costituire vere e proprie dinastie.
Tra questi innanzitutto il visir, al quale faceva capo l'amministrazione centrale dello Stato con la sua complessa gerarchia di funzionari, ora reclutati non pi soltanto tra gli Arabi, ma anche tra i mawali, soprattutto iraniani.
Novit furono introdotte anche nel reclutamento dell'esercito, che perse la precedente struttura di carattere tribale, risultando ormai formato in misura sempre maggiore da mercenari non arabi, iraniani, berberi, ma soprattutto turchi. Concepito come strumento di potere nelle mani dei sovrani, pass in effetti sotto il controllo dei capi militari (amir), che acquistarono un ruolo via via crescente, mettendosi poi anche alla testa di movimenti secessionistici. N a frenare la tendenza valse l'istituzione, nel 936, di un capo supremo dell'esercito, l'emiro degli emiri (amir al-umara), che fu posto addirittura al di sopra del visir, di cui si volevano limitare i poteri. Le nuove forme di reclutamento sia dei funzionari sia degli eserciti si inserivano, a loro volta, in un pi ampio processo evolutivo, tendente a ridurre il predominio degli Arabi e ad affermare l'uguaglianza davanti allo stato di tutti i musulmani, considerati parte di una sola grande comunit, di cui il califfo, che portava il titolo di amir almuminin (capo dei credenti), era la guida.
Espressione e nello stesso tempo potente fattore di unit religiosa e culturale si rivel la lingua araba. Essa fu non soltanto il principale mezzo di comunicazione tra i tanti popoli entrati a far parte del mondo musulmano, ma anche la lingua della cultura, che registr al tempo degli Abbasidi una grandissima fioritura in tutti i campi, trovando in Baghdad il suo centro principale. Grazie infatti all'apporto di Iraniani, Indiani, Sabei (da Saba, capitale dell'omonimo regno) e cristiani di varia origine, la cultura araba si svilupp in campi nuovi, quali la medicina, la filosofia, la fisica, l'astronomia, la matematica (con la nascita, nel Decimo secolo, dell'algebra e della trigonometria), la geografia: campo, quest'ultimo, in cui si mise a frutto, anche per le esigenze connesse all'amministrazione di cos vasti territori, la conoscenza del mondo acquisita attraverso le guerre di conquista e i lunghi viaggi dei mercanti. Contemporaneamente erano in piena fioritura anche gli studi di carattere giuridico e letterario, in cui maggiore fu l'apporto pi propriamente arabo.
Al confronto con il quadro delineato finora, l'arte non sembra aver conosciuto nell'et degli Abbasidi lo splendore raggiunto al tempo degli Omayyadi, al quale risalgono i monumenti pi insigni dell'architettura arabo-musulmana sia religiosa sia civile, come le moschee di Gerusalemme e di Damasco, e i castelli di Siria, Palestina e Giordania; ma neanche l'arte abbaside fu priva di originalit, come mostrano le moschee di Samarra (non lontano da Baghdad) e del Cairo.
A questa fioritura nel campo delle lettere, delle scienze e delle arti si univa, e ne costituiva anzi il presupposto materiale, un grande slancio anche sul piano economico, di cui beneficiarono non soltanto le regioni del mondo islamico, ma anche quelle che con esso erano in contatto, come ad esempio Bisanzio e l'Italia meridionale, che svolsero un ruolo di raccordo tra Occidente e mondo arabo-musulmano. Il principale settore produttivo era, come dovunque nel Medioevo, quello agricolo. In esso si registrarono notevoli cambiamenti sia in riferimento al regime della propriet - che si and concentrando nelle mani di militari, funzionari dello Stato e commercianti - sia nell'ambito delle tecniche agrarie, attraverso il perfezionamento dei sistemi di irrigazione, l'introduzione di nuove colture, l'incremento delle coltivazioni destinate sia all'alimentazione umana sia all'industria tessile (cotone, seta, piante tintorie) e la razionalizzazione dei criteri di avvicendamento delle colture.
Uno stimolo assai forte al mondo agricolo veniva dalle citt, che ripresero e accentuarono ancora di pi il ruolo centrale che avevano svolto nel mondo ellenistico-romano, talch pu dirsi che la civilt arabo-musulmana sia stata una civilt eminentemente urbana.
Non soltanto, infatti, furono fondate nuove citt, ma sia le vecchie sia le nuove ebbero un notevole incremento demografico, diventando sedi di attivit produttive e commerciali nonch di vita intellettuale, a un livello del tutto sconosciuto in Occidente, e di gran lunga superiore anche a quello delle citt dell'area bizantina.
Allo sviluppo dell'artigianato, che port alla nascita di quartieri specializzati, in cui si concentravano tutti quelli che esercitavano la stessa attivit, si aggiunse, assumendo ben presto una posizione dominante, quello del commercio. Questo trasse nuovo impulso dalla nascita di grandi centri di consumo e di scambi, quale Baghdad, ma contribu a sua volta a farne crescere altri, come Alessandria d'Egitto, avvantaggiata dallo spostamento dal golfo Persico al mar Rosso della rotta commerciale che collegava l'oceano Indiano con il Mediterraneo. Di qui il ruolo egemone, che sul piano economico e sociale acquisirono negozianti e grandi commercianti, vera e propria borghesia mercantile, che diede impulso anche alle attivit finanziarie e bancarie. I guadagni per venivano investiti, oltre che nel commercio, anche nel settore edilizio e in agricoltura. La formazione di grandi propriet e l'esodo rurale in direzione delle citt avevano reso, infatti, altamente produttivi gli investimenti nelle zone suburbane, dove, grazie a nuove tecniche agricole e al lavoro di salariati e di schiavi, era possibile realizzare grosse eccedenze produttive da destinare al mercato cittadino.



5.9	
La rottura dell'unit islamica

Un mondo come quello arabo-musulmano, cos complesso e articolato, con la sua brillante civilt urbana, il suo elevato livello culturale, il suo commercio carovaniero e marittimo, la sua avanzata agricoltura, aveva una superiorit schiacciante nei riguardi del mondo cristiano. Ci nonostante rivelava al suo interno elementi di debolezza, che ne avrebbero di l a non molto minato la stabilit e l'unit. Innanzitutto l'aumento della richezza, prodotto dallo sviluppo del commercio e dalle guerre di conquista, aveva accentuato gli squilibri sociali all'interno del mondo musulmano, anche se tendeva ad attenuarsi la distinzione tra arabi e non arabi. In particolare la concentrazione delle terre nelle mani di alti funzionari statali, capi militari ed esponenti della borghesia mercantile faceva s che queste categorie godessero di privilegi fiscali ai danni dei piccoli coltivatori, che preferivano perci cedere le loro terre ai grandi proprietari e mettersi sotto la loro protezione.
Lo stesso grandioso sviluppo delle citt era avvenuto a spese delle campagne, con la conseguenza che queste si andavano spopolando, mentre nelle citt si formavano gruppi sempre pi consistenti di miserabili e di emarginati, pronti a insorgere quando le loro condizioni di vita diventavano insostenibili. I progressi notevoli dell'agricoltura araba che destavano la meraviglia degli osservatori stranieri, non devono far dimenticare, infatti, che si trattava di un fenomeno concentrato fondamentalmente nelle zone suburbane.
Il mondo agricolo nel suo complesso era invece alle prese con problemi drammatici, quali la mancanza di acqua e la scarsit di manodopera, per cui un peggioramento delle coondizioni climatiche o uno sconvolgimento di natura politico-militare poteva provocare effetti catastrofici, in maniera non molto diversa da quello che avveniva allora in altre parti del mondo.
Ma non furono questi squilibri di carattere strutturale a mettere in crisi l'impero abbaside. Fu piuttosto l'insorgere di fortissime spinte autonomistiche, alla base delle quali c'erano non soltanto motivazioni di carattere etnico e religioso, ma anche ambizioni di governatori locali e rivalit all'interno della dinastia regnante. Queste spinte furono in qualche modo contenute nel primo secolo dell'era abbaside, quando sul trono sedevano califfi di prim'ordine, quali al-Mansur, Harun al-Rashid (il califfo dell'opera Le mille e una notte), al-Mamun, ma divennero in seguito incontrollabili. All'inizio, inoltre, la formazione di dinastie locali di emiri non mise formalmente in discussione l'unit dello Stato, dal momento che fu sempre riconosciuto l'alto dominio del califfo, il cui nome veniva ricordato nella predica del venerd ed era riportato sulle monete. Gi agli inizi del Decimo secolo, tuttavia, le tensioni interne al mondo islamico si fecero pi acute. Il titolo di califfo fu rivendicato sia dalla dinastia dei Fatimiti, i quali, atteggiandosi ad alfieri dello Sciismo, avevano acquisito il controllo di gran parte dell'Africa del Nord nonch della Siria e della Palestina, sia dall'emiro di Cordova. Questi era discendente di quell'unico superstite della famiglia omayyade, che era sfuggito al massacro operato dagli Abbasidi, rifugiandosi in Spagna, dove le truppe siriane fedeli alla sua famiglia nel luglio del 756 lo avevano proclamato emiro.
Tentativi di secessione si registrarono anche nella parte centro-orientale dell'impero (Iraq, Iran, Afghanistan), soggetta alla pressione di trib turche, spinte verso occidente dai Cinesi e dai Mongoli. I Turchi furono per ben presto accolti nell'esercito come mercenari, islamizzandosi e diventando, soprattutto quelli che appartenevano alla trib dei Selgiuchidi, il sostegno principale della dinastia abbaside. Questa, tra Undicesimo e Dodicesimo secolo, fu cos addirittura in grado di intraprendere tentativi espansionistici in direzione del mondo cristiano, riuscendo poi a mantenersi al potere fino al 1258, quando Baghdad fu messa a ferro e a fuoco dalle orde mongole di Hulagu Khan.


5.10
Gli Stati islamici di Egitto e Spagna

Non essendo possibile in questa sede seguire da vicino le vicende delle varie formazioni politiche che nascevano e si disfacevano continuamente all'interno del mondo islamico, concentriamo piuttosto la nostra attenzione su quelle che furono in contatto pi stretto con l'Europa, condizionandola fortemente sia sul piano politico sia su quello economico e culturale. Innanzitutto al-Andalus, vale a dire la parte centro-meridionale della Spagna e del Portogallo di oggi, un territorio quindi molto pi vasto dell'attuale Andalusia (la parte della penisola iberica a nord del fiume Duero, rimasta in mano ai Visigoti, forma invece il regno delle Asturie).
Divenuta, come si  detto, nel 756 un emirato praticamente indipendente dal governo di Baghdad e nel 929 un califfato, la Spagna musulmana, grazie a una politica di piena tolleranza nei riguardi di cristiani ed ebrei, alla centralizzazione del suo apparato politico-amministrativo, che si avvaleva anche di schiavi cristiani affrancati, e a una serie di emiri di notevoli capacit, raggiunse in poco tempo una grande prosperit economica e un livello assai alto di civilt. Sul finire del Decimo secolo la capitale Cordova poteva rivaleggiare con Baghdad non soltanto come centro di traffici commerciali, ma anche sul piano artistico e letterario.
 questo il periodo in cui fu realizzata anche una politica espansionistica ai danni sia dei cristiani del Nord, ai quali nel 997 fu tolta Santiago di Compostela (sede di un famoso santuario, meta di pellegrinaggi), sia dei Berberi musulmani del Marocco dell'Algeria occidentale, sottratti al controllo dei Fatimiti dell'Egitto. Nel giro di qualche decennio, per, il ritorno offensivo dei cristiani e l'esplodere di conflitti interni, misero in crisi il califfato omayyade, che scomparve nel 1031, frantumandosi in una serie di piccoli Stati.
Il processo di disgregazione politica fu interrotto dagli Almoravidi, una dinastia berbera che, dopo essersi imposta in Marocco in nome del ritorno alla stretta osservanza delle prescrizioni del Corano, nel 1086 estese il suo dominio anche sulla Spagna. Dopo aver inflitto ai cristiani del Nord ripetute sconfitte, fu a sua volta soppiantata da un'altra dinastia berbera, quella degli Almohadi, che, anch'essa in nome del ritorno all'islamismo puro, tra il 1139 e il 1147 inglob il dominio degli Almoravidi in un vasto impero, esteso dalla costa atlantica del Marocco alla Grande Sirte (Libia). Ma ormai il dinamismo espansivo dell'Islam si scontrava con quello dell'Europa cristiana, per cui  opportuno interrompere qui il discorso sulla Spagna musulmana, per riprenderlo nei prossimi capitoli.
Una storia non meno brillante visse contemporaneamente l'Egitto ad opera della dinastia dei Fatimiti, i quali crearono un califfato autonomo, estendendo il loro dominio su tutto il Maghreb e sulla Sicilia. Al successo politico si accompagn un grande slancio economico, grazie al ruolo che l'Egitto si trov a svolgere nel commercio tra l'oceano Indiano e il Mediterraneo. Alla prosperit del paese contribuirono anche i cristiani, ma soprattutto gli ebrei, che godettero di piena libert di culto e potettero svolgere indisturbati le loro attivit, grazie alle quali Il Cairo, fondata appena nel 969, divenne gi agli inizi del secolo seguente il pi grande centro commerciale dell'epoca.


APPROFONDIMENTI

LE GRANDI CORRENTI DELL'ISLAM

Analogamente a quanto era avvenuto con il Cristianesimo, il trionfo definitivo dell'Islam, parallelamente alla nascita del califfato ereditario degli Omayyadi, segn la rottura con gli ideali egualitaristici delle origini e l'affermarsi di posizioni conservatrici, che per non furono capaci di annullare del tutto la carica contestatrice dell'ordine costituito, insita nel messaggio di giustizia del Profeta: carica contestatrice, che nel corso dei secoli riaffior di continuo e che oggi  presente nei movimenti islamici rivoluzionari.
Tralasciando le numerosissime correnti che ebbero una limitata diffusione nel tempo e nello spazio, le due pi importanti, alle quali gi si  accennato nel testo, sono il Kharigismo e lo Sciismo. I kharigiti ("coloro che sono usciti") furono in origine i sostenitori di Al, genero di Maometto, i quali, respingendo ogni forma di patteggiamento con gli antagonisti omayyadi, si distaccarono da lui e si ritirarono in zone isolate, per costruire una societ islamica ideale. In nome della loro intransigente fedelt al Corano, dichiararono "terra di empiet" tutto il territorio dell'impero sottratto al loro controllo e condussero una guerriglia incessante contro il califfato nell'Africa del nord, in Arabia, in Mesopotamia e in Iran. Il Kharigismo, pur non essendo mai riuscito a dar vita a ben definiti organismi politico-religiosi per la sua stessa intrinseca opposizione a ogni forma di potere secolare,  rimasto tuttavia sempre vivo in settori sia pur marginali della cultura islamica, fino a riaffiorare prepotentemente in alcuni movimenti di contestazione dei nostri giorni.
Un ruolo politico di grande rilievo svolsero invece gli sciiti, che grazie alla dinastia dei Fatimiti costruirono un vasto stato nell'Africa del Nord. Essi ritengono che il capo della comunit dei credenti (iman) sia l'unico legittimo interprete del Corano e quindi possa essere espresso soltanto dalla stirpe di Maometto attraverso la discendenza di sua figlia Fatima e del marito Al. Dopo la morte di questi si opposero tenacemente agli Omayyadi, sostenendo i diritti, prima, di Hassan e poi di Hussein, figli di Al. Il secondo nell'ottobre del 680 fu sconfitto e giustiziato a Karbala, oggi una delle citt sante dello Sciismo, in Irak. L'avvenimento, detto ashura,  tuttora commemorato con processioni di carattere penitenziale, come simbolo della lotta dei seguaci di Dio contro gli oppressori.
Gli sciiti, tuttavia, non costituiscono un movimento unitario, essendo divisi al loro interno in molte sette, tra cui quella dei "duodecimani", detti cos perch aspettano il ritorno sulla terra del dodicesimo iman, scomparso nell'874. Nell'attesa essi hanno sempre considerato illegittimo il sovrano del momento, pur senza contestarlo apertamente, sentendosi legati piuttosto al clero sciita. Con la comparsa dell'ayatollah Khomeini in Iran questo atteggiamento di autonomia e di distacco dal potere politico si  trasformato in disobbedienza civile e poi in aperta rivolta, sfociata infine nella presa del potere da parte dello stesso Khomeini e nella formazione dell'attuale regime politico iraniano.
Kharigismo e Sciismo sono considerati eresie dalla maggioranza dei musulmani, seguaci invece del Sunnismo, dottrina ispirata a un realismo politico, che consent di conciliare il Corano con gli esempi forniti dagli atti e dai detti del Profeta e con le interpretazioni dei dottori riconosciuti dalla comunit. Nel suo ambito si vennero formando, tra Settimo e Nono secolo, quattro scuole, in concorrenza tra di loro nel corso dei secoli, che hanno preso nome dai rispettivi fondatori: hanafita, malekita, chafeita e hanbalita; l'ultima, di tendenza rigorista,  quella a cui si ispira la dinastia dei Wahabiti, oggi al potere in Arabia Saudita.


5.11
La Sicilia islamica

Per completare il quadro dell'espansione islamica nel Mediterraneo,  necessario ora volgere lo sguardo a un'altra regione dell'Europa, che per quasi tre secoli fece parte di quel mondo, ricevendone un'impronta assai forte. Si tratta della Sicilia, contro la quale gli Arabi, muovendo dalla costa africana, operarono incursioni fin dal 625, ma con maggiore frequenza dopo il loro insediamento in Ifriqiya (attuale Tunisia) e la conquista di Cartagine nel 698. Un'operazione di conquista vera e propria fu avviata solo nel giugno dell'827 ad opera della dinastia degli Aghlabiti, i quali avevano ottenuto nell'800 dal califfo Harun al-Rashid di trasformare in ereditario l'emirato di Ifriqiya. Dopo lo sbarco a Mazara e lo scontro vittorioso con i Bizantini nei pressi di Corleone, l'esercito invasore, formato da circa diecimila uomini, tra Arabi, Berberi e Andalusi, si diresse verso Siracusa, capoluogo dell'isola, che oppose una resistenza destinata a protrarsi per mezzo secolo. Nel frattempo, grazie anche all'arrivo di truppe fresche, procedeva l'avanzata in altre direzioni e nell'831 cadde Palermo, allora centro di secondaria importanza, ma che in poco tempo sarebbe diventata una delle grandi metropoli dell'Islam.
Completata intorno all'840 la conquista della Sicilia occidentale, i musulmani proseguirono verso oriente, impadronendosi di Messina tra l'842 e l'843, nel mentre bande pi o meno consistenti compivano incursioni sul continente, inserendosi prepotentemente, come si vedr meglio pi avanti, nel quadro politico assai mosso e variegato dell'Italia meridionale. L'insorgere di violenti contrasti tra Arabi e Berberi cre per qualche decennio una situazione di stallo, se non di vero e proprio caos, di cui per i Bizantini non furono in grado di approfittare. E cos alla ripresa delle ostilit si ebbe la conquista, prima, di Siracusa, il 21 maggio 878, e poi di quasi tutto il resto dell'isola. Le ultime fortezze in mano ai Bizantini, Taormina e Rametta, caddero, per, solo tra il 962 e il 965. Costituitasi in emirato indipendente sotto la dinastia dei Kalbiti, l'isola conobbe per circa un secolo un periodo di floridezza e di benessere, di cui era espressione il rigoglio della vita urbana, descritto dai geografi arabi. Palermo, in particolare, divisa in cinque quartieri, era ricca di splendidi edifici sacri e profani, e centro di attivit commerciali e artigianali, assai intense nei quartieri in cui si concentravano i negozi e il mercato. La ricchezza di sorgenti e di acque correnti, oltre ad assicurare il rifornimento idrico della popolosa citt, consent anche lo sviluppo nelle zone circostanti di quella che pu essere considerata l'agricoltura pi avanzata del tempo. Diversamente da quel che avveniva in tante altre parti del mondo arabo-musulmano, il livello assai alto dell'agricoltura siciliana non fu per raggiunto solo in ristrette aree suburbane, ma nel complesso dell'isola. Crebbe, pertanto, fortemente la produzione di grano, frutta, ortaggi, cotone e canapa, prodotti tipici dell'agricoltura siciliana, che alimentarono una forte esportazione sia verso l'Africa sia verso il mondo cristiano; ma furono introdotte anche nuove colture, come quelle degli agrumi, dei gelsi, della palma da dattero e del papiro, che consentirono a loro volta lo sviluppo di industrie di varia natura, promosse e gestite direttamente dallo Stato. Cos a Palermo e a Siracusa si produceva nei laboratori statali una carta di papiro di qualit non inferiore a quella egiziana e che veniva in parte esportata. Assai richiesti fuori dell'isola - in Egitto, a Napoli, a Salerno - erano anche le stoffe pregiate, tra cui il lino e la seta, nonch i prodotti dell'industria mineraria, alimentata dai giacimenti di oro, argento, ferro, piombo, mercurio, zolfo, antimonio, allume, presenti soprattutto nella zona dell'Etna.
La Sicilia non era fiorente solo di traffici e di attivit produttive, ma anche di studi, sia quelli tradizionali di diritto e di interpretazione del Corano e della sunna sia quelli sviluppatisi pi di recente, quali la filologia e la storiografia. Un posto di particolare rilievo ebbe sempre la poesia, che era stata assai praticata nel mondo arabo gi in et preislamica.
Qualcuno ha voluto ricollegare a questa tradizione la fioritura della poesia siciliana dell'et di Federico Secondo (prima met del Tredicesimo secolo), ma senza aver potuto apportare prove valide.
Non pu essere, tuttavia, considerato del tutto casuale che la prima poesia in volgare sia fiorita in quella parte dell'Italia in cui l'interesse per questo genere letterario era diffuso da secoli. Quello che comunque  indubbio  che i due secoli e mezzo di dominazione arabo-musulmana lasciarono nell'isola un'impronta evidentissima almeno fino al pieno Duecento. Destinata ad attenuarsi in seguito, questa impronta non scomparve del tutto, come mostrano i prestiti linguistici in settori quali la toponomastica, l'antroponimia, l'agricoltura, i mestieri, l'abbigliamento, i generi alimentari, gli utensili domestici, e le sopravvivenze dell'arabismo siciliano sia negli usi e costumi sia nell'edilizia e nell'urbanistica.
Nel delineare la parabola complessiva del mondo arabo-musulmano, dalla fulminea ascesa iniziale ai ripetuti sussulti interni e al declino finale, si  solo raramente fatto cenno a quello che intanto avveniva in Occidente, in quello spazio europeo di civilt che tra Settimo e Ottavo secolo si and faticosamente delineando intorno all'iniziativa politica dei Franchi e della Chiesa di Roma: uno spazio di civilt, come si vedr fra poco, per almeno due-tre secoli contrassegnato dal carattere fortemente disgregato degli ordinamenti politico amministrativi, dalla povert della vita culturale e dal livello assai basso dell'agricoltura e delle attivit produttive in genere.


5.12
Gli Arabi, il Mediterraneo e l'Europa

Nel paragrafo iniziale di questo capitolo si  parlato delle tesi contrapposte di Pirenne e Lombard sul ruolo che gli Arabi avrebbero avuto nel determinare tutto questo, e non  il caso di riprendere ora quel dibattito. Quello che per va ribadito  che l'espansine dell'Islam non cre una frattura netta nella storia del Mediterraneo. Anche nei momenti pi drammatici delle guerre e delle razzie continuarono i contatti diplomatici e gli scambi culturali. Ma quello che pi conta, dal punto di vista della funzione del Mediterraneo,  che continuarono i traffici dei prodotti tipici di quell'area, l'olio, i cereali, i tessuti, il papiro; anzi le razzie contribuirono allo sviluppo di una nuova voce del commercio mediterraneo, gli schiavi, assai richiesti sia in Occidente che in Oriente.
A questo  da aggiungere che la civilt araba, risultato di un sincretismo culturale capace di coinvolgere, come si  visto, culture e civilt lontanissime tra di loro, oper - soprattutto per il tramite della Spagna, ma anche attraverso la Sicilia - come fattore di stimolo sull'Occidente, quando esso trov in se stesso le energie per andare alla ricerca di nuove forme politiche e di nuovi valori spirituali.


DALLA "TESI PIRENNE" ALLA NUOVA ARABISTICA


Il dibattito storiografico

Come gi si  accennato, sulla tesi di Pirenne relativa all'incidenza avuta dall'espansione araba sulla nascita dell'Europa si  sviluppato un lungo dibattito, al quale sono stati dedicati varii lavori, che consentono di avere un quadro completo delle posizioni degli storici che se ne sono occupati.
Basti qui citare la prefazione di O. Capitani all'edizione italiana del 1973 di Maometto e Carlomagno (Roma-Bari, Laterza) e il saggio di P. Delogu, Alle origini della "tesi Pirenne", in "Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo", 100 (1995-96), pp. 297-325, nel quale la genesi della famosa tesi viene ricostruita in maniera assai acuta e convincente. Ad essi  da aggiungere il recente lavoro di G. Petralia, A proposito dell'immortalit di "Maometto e Carlomagno" (o di Costantino), in "Storica", 1 (1995), pp 37-87, che ha ripreso il problema su basi nuove, distinguendo innanzitutto tra fortuna della tesi Pirenne e importanza della questione da lui sollevata. Per quanto riguarda la prima, Petralia prende atto della sua insostenibilit essendo stato dimostrato senza ombra di dubbio che la crisi economica e commerciale era gi in atto in Occidente in et romano-germanica, aggiungendo che su questo piano "la sconfitta di Pirenne si profilava gi mentre egli pensava e scriveva". Questo per nulla toglie alla necessit di ripensare i fondamenti dell'intera questione, rivitalizzata alla luce dell'opera dello storico, antropologo ed economista ungherese Karl Polanyi (1886 1964), il quale riteneva che la moderna economia di mercato, capace di determinare tutti i rapporti all'interno della societ, non fosse l'unica forma possibile di distribuzione dei mezzi di sussistenza e che nelle societ pre moderne i meccanismi dello scambio erano condizionati non solo e non tanto dalle leggi della domanda, dell'offerta e del profitto, quanto dalle istituzioni politiche e religiose, e dalle esigenze di integrazione sociale.
Alla luce di questa impostazione e attraverso un dibattito anche assai aspro tra gli storici dell'economia antica  venuto emergendo il ruolo fondamentale svolto dall'apparato imperiale romano nello scambio e nella circolazione dei beni, e quindi il sostegno da esso dato alla crescita economica, con la conseguenza che fu la sua dissoluzione tra Quarto e Quinto secolo a innescare la crisi economica e sociale, da considerare pertanto anteriore all'espansione araba del VII-VIII secolo. Ma se Maometto non fu all'origine della nascita dell'Europa, avrebbe contribuito nondimeno, prima, alla sua fioritura economica tra la fine dell'VIII e gli inizi del Decimo secolo, e poi al suo definitivo decollo tra Decimo e Undicesimo secolo, grazie alla concentrazione di risorse che si ebbe a Baghdad, la megalopoli islamica che aveva preso il posto di Roma e Costantinopoli, e alla domanda da essa alimentata, che si irradiava, con effetti propulsivi, sull'intero continente euroasiatico. In questa prospettiva interpretativa, che si basa soprattutto sulle valutazioni fatte dagli archeologi dei ritrovamenti di monete musulmane (i dirhem), il grande commercio a distanza, che per Pirenne spiegava, con la sua crisi, la dissoluzione del sistema economico-sociale del Mediterraneo tardo-antico, recupera il suo ruolo come fattore del risveglio dell'Occidente. L'orientamento della ricerca  oggi comunque quello di privilegiare l'indagine in aree pi circoscritte, sull'esempio di quanto ha fatto Pierre Bonassie per la Catalogna, regione di particolare interesse, data la sua posizione di frontiera tra il mondo musulmano e l'Occidente cristiano. Dal suo libro La Catalogne du milieu du Xe  a la fin du XIe sicle: croissance et mutations d'une societ, Toulouse, Association des publications de l'Universit de Toulouse-Le Mirail, 1975-76, appare che effettivamente l'oro musulmano stimol gli scambi interni a partire dalla fine del Decimo secolo, ma esso vi giunse non per l'acquisto di merci locali bens attraverso gli stipendi versati dai califfi di Cordova ai loro mercenari catalani.
Sull'importanza delle economie regionali e degli scambi interlocali e interregionali ha messo l'accento anche R. Delogu nel saggio richiamato all'inizio.
Parallelamente al dibattito sulla tesi Pirenne si  avuto nei decenni centrali del Novecento un ampliamento degli orizzonti della ricerca sul mondo arabo-islamico, che in precedenza era stata caratterizzata da una certa angustia, essendo stata a lungo operante la tendenza a considerare la storia di quella civilt in primo luogo come storia religiosa dell'Islam. Sono apparsi cos tutta una serie di studi dedicati alla storia etico-politica, letteraria, artistica, economica e sociale dell'Islam e dei popoli da esso raccolti, a partire da quello arabo: studi che hanno inserito a pieno titolo la storiografia orientalistica nell'ambito della storiografia europea contemporanea, rivitalizzandola attraverso il contatto con le scienze sociali (sociologia, economia, antropologia, etnologia, etnolinguistica) e con le discipline capaci di fornire allo storico quelle informazioni che non  dato di trovare nelle tradizionali fonti scritte, tra cui soprattutto l'archeologia. Vi hanno contribuito anche islamisti italiani di fama mondiale, tra i quali sono da ricordare Giorgio Levi della Vida (1886-1967), studioso della storia culturale della Spagna musulmana, e Francesco Gabrieli (1904-1996), autore di numerose opere dedicate alla storia, alla letteratura e all'arte dell'Islam antico e moderno, nonch autore di varii saggi sull'impatto che le invasioni arabe ebbero sull'Italia: saggi culminati poi nel volume Gli Arabi in Italia (in collaborazione con U. Scerrato), Milano, Scheiwiller, 1979. Sono da ricordare della sua produzione anche i volumi Storici arabi delle crociate (terza edizione, Torino, Einaudi, 1963), che ha fornito al lettore occidentale un panorama delle crociate viste dall'altra parte, e La storiografia arabo-islamica in Italia, Napoli, Guida, 1975, che fa il punto delle ricerche compiute in Italia tra Settecento e Novecento: opera, quest'ultima, di cui costituisce un prezioso aggiornamento il saggio di V. Fiorani Piacentini-C. Sarnelli Cerqua, Le civilt islamiche, in La storiografia italiana degli ultimi vent'anni. I. Antichit e Medioevo, a cura di L. De Rosa, Roma-Bari, Laterza, 1989, pp. 277-310.


Bibliografia

Di K. Polanyi sono da ricordare: La grande trasformazione, Torino, Einaudi, 1974 (trad. dell'originale del 1944); La sussistenza dell'uomo Torino, Einaudi, 1989 (opera postuma, pubblicata originariamente a NewYork nel 1977). Un quadro degli orientamenti maturati in seguito al dibattito innestato dalle sue teorie  in D.C. North, Istituzioni, cambiamento isttuzionale, evoluzione dell'economia, Bologna, il Mulino, 1994.
Qui si indicano le opere pi recenti relative alla storia dell'Islam.
Trattazioni di carattere generale: F. Gabrieli, L'Islam nella storia, Bari, Dedalo, 1966; G. Levi Della Vida, Arabi ed Ebrei nella storia, a cura di F.
Gabrieli e F. Tessitore, Napoli, Guida, 1984; R. Mantran, L'espansione musulmana dal Settimo all'XI secolo, Milano, Mursia, 1978; G. Kepel, L'Islam, supplemento al n. 29 di "Storia e Dossier", Firenze, Giunti, 1989; M.j Lombard, Splendore e apogeo deelll'Islam (VIII-XI secolo), Milano, Rizzoli 1991; A. Hourani, Storia dei popoli arabi, Milano, Mondadori, 1992; I. M Lapidus, Storia delle societ islamiche, vol. I, Torino, Einaudi, 1993.
In particolare, per la storia politica: K.L. Lambton, Stafe and Government ir medieval Islam, Oxford, University Press, 1981; B. Lewis, Il linguaggio politico dell'Islam, Roma-Bari, Laterza, 1991. Per la storia economica inserita nel contesto pi ampio del Mediterraneo orientale: E. Ashtot Storia economica e sociale del Vicino Oriente nel Medioevo, Torino Einaudi, 1982. Per la letteratura: F. Gabrieli, Storia della letteratura araba Firenze-Milano, Sansoni-Accademia, 1967. Nella prospettiva del confronto con l'Occidente: N. Daniel, Gli Arabi e l'Europa nel Medioevo, Bologne il Mulino, 1981; B. Badie, due stati. Societ e potere in Islam e Occidente, Genova, Marietti, 1991; W.M. Watt, L'Islam e l'Europa medievale, Milano, Mondadori, 1991. Per la Sicilia, oltre all'opera classica di M. Amari, Storia dei musulmani di Sicilia (pubblicata in 3 volumi negli anni 1854-1872 e, in nuova versione, a cura di C.A. Nallino, negli anni 1938-39),  da vedere U. Rizzitano, Storia e cultura nella Sicilia saracena, Palermo Flaccovio, 1975.


La nascita dell'Europa


Parte II

Economia e societ nell'Alto Medioevo

6.1
Il paesaggio e l'ambiente

Mentre il mondo bizantino riusciva a salvaguardare i tratti fondamentali della civilt ellenistico-romana e quello arabo a elaborare una brillante civilt urbana, l'Occidente cristiano conosceva tra Sesto e Ottavo secolo una grave decadenza dell'urbanesimo antico e un processo involutivo, che investiva tutti i settori della societ. I segni dell'involuzione sono gi evidenti nel paesaggio, di cui le scarse fonti del tempo ci trasmettono concordemente un'immagine di abbandono e di degrado. Ovunque le citt scompaiono o vedono fortemente ridotta la loro estensione, nel senso che i loro abitanti ne occupano solo un'area ristretta, in genere quella meglio difendibile, come nel caso di Roma, oppure lasciano in piedi l'antica cinta muraria, come a Napoli, ma destinano all'interno di essa ampi spazi a orti e giardini. Le ricerche pi recenti, stimolate dalla tesi di Pirenne sugli effetti catastrofici dell'espansione araba sulla struttura urbana dell'Occidente, hanno dimostrato da un lato che il fenomeno non ebbe dappertutto la stessa intensit, ma dall'altro che esso invest anche quelle aree, che secondo lo storico belga ne erano state immuni, come ad esempio l'Italia meridionale. Qui infatti, nonostante il persistere di saldi legami con il mondo bizantino e arabo, ugualmente scomparvero parecchie citt o per il degrado che colp vaste zone o semplicemente perch gli abitanti si spostarono in localit vicine, pi facilmente difendibili:  quel che avvenne, ad esempio, con Gaeta, nata nell'VII secolo dal declino dell'antica Formia, e con Capua, fondata nell'856 in un'ansa del Volturno, dopo che nell'84 era stata abbandonata la Capua romana, che sorgeva nel sito dell'attuale Santa Maria Capua Vetere.
N a scomparire erano solo le citt, ma anche quella fitta rete di villaggi, disseminati nei pressi delle vie di maggiore traffico, che avevano dato un'impronta caratteristica al popolamento e all'insediamento di et romana. Anche a tal proposito non bisogna pensare che il fenomeno si presentasse dovunque con la stessa intensit e con gli stessi tempi: cos, ad esempio, in Italia  al sud pi precoce che al nord, e nel complesso molto pi intenso nelle pianure e nelle aree urbanizzate, aperte alle scorrerie degli invasori, che nelle aree pi interne e montuose.
A risentirne fu anche la rete viaria, che era stata il vanto dello Stato romano e che si era mantenuta efficiente non solo per gli interventi dei funzionari imperiali, ma anche per le cure delle popolazioni locali, che ne avevano la manutenzione. Anche qui non sono possibili facili generalizzazioni, perch la situazione varia da una regione all'altra; nell'insieme per la rete viaria antica, gi indicata come deteriorata nel Quarto secolo, risulta nell'Alto Medioevo completamente sconvolta. Innanzitutto, gli antichi tracciati, se pure restano in uso, hanno perduto il manto di selciato, di cui sopravvivono solo pochi avanzi tra il fango e la polvere. Ma, a decretarne nella maggior parte dei casi l'abbandono, non sono tanto le peggiorate condizioni di percorribilit, quanto piuttosto il venir meno degli scambi e dell'intensa vita di relazione, che in precedenza collegavano ville rustiche e villaggi alle citt, e queste tra di loro. La vita economica e sociale, come vedremo pi avanti, si svolge ormai intorno a nuovi centri di aggregazione, per cui fu inevitabile che la rete viaria si venisse ristrutturando attraverso l'abbandono di antichi percorsi e la creazione di nuovi.
Abbandono di citt, di villaggi, di strade significa, d'altro canto, regresso nell'organizzazione del territorio e quindi peggioramento delle condizioni ambientali. A interrompersi non  soltanto la manutenzione delle strade, ma anche quella degli argini dei fiumi nonch la canalizzazione delle acque e la sistemazione dei pendii, per cui ovunque si registrano asportazione di terra dai fianchi delle colline e avanzata delle paludi, mentre aumentano sempre di pi le terre lasciate incolte. Tanto per dare un dato esemplificativo sia della vastit sia, in alcune aree, della precocit del fenomeno, si pu ricordare il dato della Campania, dove gi nel 395 d.C. furono cancellati dai ruoli dell'imposta fondiaria, perch improduttivi, ben 528.042 iugeri di terra, pari a pi di 130.000 ettari.


6.2
Il bosco tra realt e rappresentazione mentale

Parallelamente si assisteva a una dilatazione delle foreste, la cui estensione si era notevolmente ridotta nelle regioni mediterranee in seguito ai disboscamenti operati nell'antichit. Ancora una volta il fenomeno ebbe intensit diversa nelle varie zone. In quelle a clima pi secco, dove per giunta il popolamento e lo sfruttamento del suolo erano sempre pi intensi, non rinacquero mai grandi boschi, anche se, come ritengono alcuni storici il clima fu in quei secoli un po' pi freddo e umido. Le foreste caratterizzavano invece fortemente le regioni al di l del Reno, dove, come si  visto, il tipo di agricoltura praticato dalle popolazioni germaniche aveva intaccato solo in misura minima il manto boschivo. Al di l della zona delle foreste, oltre l'Elba e il Danubio, si estendevano invece le steppe sconfinate dell'Europa orientale, sia pur intervallate da foreste e paludi.


APPROFONDIMENTI

L'Italia dell'alto medioevo

Lupi, orsi, cervi, caprioli e cinghiali, specie oggi in Italia in pericolo di estinzione, erano molto numerosi nel Medioevo, soprattutto nei secoli anteriori al Mille, quando foreste e boscaglie ricoprivano larga parte della penisola.
L'orso  attestato in quasi tutte le regioni dell'arco alpino e degli Appennini, dal Trentino alla Lombardia, all'Emilia, alla Toscana, al Lazio, fino alla Campania, dove Gregorio Magno lo menziona sui monti del Sannio. All'inizio veniva cacciato liberamente, ma gi intorno al 1200 i signori dei luoghi pretendevano il pagamento di un canone, consistente a volte in una parte della preda. Nel Trecento nelle macellerie di Lucca se ne vendeva ancora regolarmente la carne, che per in un trattato del tempo viene considerata "pesante da digerire".
Molto apprezzata era invece la carne dei cinghiali, ma soprattutto dei cervi e dei caprioli, diffusissimi in area padana e in tutte le basse pianure paludose e incolte, dove  documentata anche la presenza del bue selvatico fino al IX-X secolo, e del bufalo selvatico fino al XII; sulle pendici delle Alpi e degli Appennini erano assai comuni stambecchi e camosci.
Cervi e caprioli (ma anche daini) venivano cacciati tra maggio e agosto, quando erano pi grossi; i cinghiali in autunno, dopo la caduta delle ghiande.
Non per l'approvvigionamento alimentare, ma per necessit di difesa, era invece praticata con accanimento la caccia al lupo, pericoloso non solo per le greggi, ma anche per donne e bambini; e ci soprattutto in inverno, quando, spinto dalla fame, si inoltrava nei villaggi e giungeva finanche alle porte delle citt. Che il pericolo da esso rappresentato fosse reale,  dimostrato anche dal gran numero di santi, ai quali si attribuiva la facolt di difendere dai suoi assalti o almeno un miracolo, in cui protagonista era il lupo.

Nell'insieme, comunque, il bosco ebbe nella vita delle popolazioni dell'Alto Medioevo, e in misura minore anche per quelle dei secoli seguenti, un'importanza che andava al di l dell'ambito economico e materiale, per investire la sfera della psicologia o, come oggi si usa dire, dell'immaginario. Innanzitutto nelle foreste si praticava liberamente la caccia. La situazione, come si vedr, cambier in seguito, quando gli esponenti della nobilt in misura crescente si riserveranno il diritto di cacciare una selvaggina divenuta pi rara. Ma nell'Alto Medioevo c'era abbondanza di animali selvatici e scarsit di cacciatori, per cui i prodotti della caccia costituivano una componente importante dell'alimentazione contadina, contribuendo a dare alla dieta delle popolazioni rurali una variet, che si perder successivamente in seguito all'impiego quasi esclusivo di cereali.

Nelle foreste si raccoglievano, inoltre, i frutti spontanei, la legna per il riscaldamento, per la fabbricazione degli attrezzi agricoli e per la costruzione di case, palizzate, apparati di difesa. Anche nell'Antichit le case dei contadini e degli stessi abitanti delle citt erano in buona parte di legno; il che spiega, ad esempio, la rapidit e la vastit dell'incendio di Roma al tempo di Nerone. Ora per l'impiego del legno era molto pi diffuso, essendo assai raro quello della pietra, ricavata spesso dallo smantellamento di edifici e monumenti di et romana, che venivano trasformati in vere e proprie cave di pietra e marmo.
I boschi, soprattutto quelli di quercia, erano anche il pascolo ideale per gli animali e per i porci in particolare, al punto che la loro estensione veniva calcolata in base al numero di maiali che potevano nutrire (sembra che per l'allevamento di un porco si ritenesse necessaria una superficie di bosco pari a 0,70-0,75 ettari). Un tipo particolare di bosco era quello di castagno, perch ben presto in molte zone perse lo stato selvaggio e fu oggetto di cure attente, per ricavarne, attraverso gli innesti, prodotti di qualit sempre migliore per l'alimentazione umana, oltre che legno per i pi svariati usi, tra cui la costruzione di barche e navi. Lo stesso, sia pur in misura minore, accadde con il faggio, utile sia per la costruzione di mobilio sia soprattutto per il largo impiego dei suoi frutti, le faggine (o faggiuole), per l'allevamento dei maiali.
Il bosco, per, con la sua penombra e il suo silenzio, era anche il regno del meraviglioso e del mistero, popolato di streghe, diavoli, mostri, briganti nonch di eremiti e di santi, per cui costituiva lo sfondo pi frequente della narrativa popolare e dei racconti a carattere agiografico).


6-3
Il calo demografico

Come era stato possibile un cos grande cambiamento dell'assetto e dell'organizzazione del territorio rispetto all'et antica? All'origine di tutto c'era lo spopolamento di citt e campagne. Il fenomeno  difficilmente quantificabile, perch sono molto scarsi per questo periodo i dati in possesso degli storici, ma tutti sono convergenti nel prospettarci per i secoli V-VIII l'immagine di un popolamento assai rado e di grandi spazi vuoti tra un insediamento e l'altro, per cui il pontefice Gregorio Magno e Paolo Diacono, lo storico dei Longobardi, avevano l'impressione che un grande silenzio avvolgesse la terra.
A questo risultato non si era giunti all'improvviso, bens attraverso un lento declino iniziato almeno dal II-III secolo, per cui le popolazioni germaniche furono accolte all'interno dei confini dell'impero anche con la prospettiva di favorire il ripopolamento delle zone periferiche. I Germani tuttavia non erano in numero sufficiente per ribaltare completamente la situazione. Oggi gli storici sono infatti concordi nel credere che la loro pressione sui confini romani nascesse non da una situazione di sovraffollamento nelle loro regioni di origine, ma, come abbiamo gi detto, dal livello assai basso della loro agricoltura e dalla pressione che su di essi esercitavano altre popolazioni seminomadi pi aggressive.
Gli Ostrogoti che arrivarono in Italia sono valutati, infatti, intorno ai 100.000 e l'incirca altrettanti si crede che fossero i Longobardi, mentre ancora di meno (80.000) dovevano essere i Vandali di Genserico, che si imposero in Africa.
A livelli demografici tanto bassi si giunse per una serie di fattori, che operarono contemporaneamente o in successione, ma comunque interagendo l'uno con l'altro. Guerre e devastazioni certamente provocarono vuoti nella popolazione, anche se sono da considerare esagerati i pochi dati che ci trasmettono le fonti del tempo, come ad esempio lo storico bizantino Procopio di Cesarea, che parla di 10 milioni di morti provocati dalla guerra greco-gotica, laddove gli abitanti dell'Italia agli inizi del Sesto secolo dovevano essere poco pi di 4 milioni. In condizioni normali questi vuoti sarebbero stati colmati in tempi pi o meno brevi, ma ci risult impossibile in un periodo in cui le devastazioni si ripetevano e ad esse si sommavano grandi epidemie di peste, vaiolo, tubercolosi, per non parlare poi della malaria, che tendeva ormai a diventare endemica nelle zone soprattutto le pianure costiere - in via di impaludamento. Cos lo stesso Procopio di Cesarea ci informa dell'arrivo in Italia nel 542-543, vale a dire in piena guerra greco-gotica, di una grande epidemia di peste bubbonica, che, partita dall'Etiopia, si propag a tutti i paesi del Mediterraneo e che avrebbe fatto 300.000 vittime nella sola Costantinopoli.
Un'epidemia di grandi proporzioni, d'altro canto, era ancora pi devastante, dal punto di vista demografico, delle uccisioni provocate da guerre e saccheggi, perch lasciava la popolazione fortemente debilitata, facendo cos abbassare fortemente l'indice di natalit. A ci si univa anche il fatto che organismi debilitati erano pi esposti al contagio; il che spiega l'incredibile ripetersi di ondate epidemiche, almeno una ventina nei secoli VI- VIII.
Se infine, per quel che riguarda l'Italia, si considera che ai vuoti nella popolazione, provocati dalla guerra greco-gotica e dalla peste, si aggiunsero a partire dal 568-569 le devastazioni operate dai Longobardi, si comprende come si sia giunti di recente ad attribuire al nostro paese intorno ai 2 milioni e mezzo di abitanti per gli inizi del Settimo secolo, vale a dire circa un terzo della popolazione del Primo secolo, valutata a poco meno di 7 milioni e mezzo.
La crisi demografica, tuttavia, non ebbe ovunque la stessa gravit, essendo legata anche alle condizioni locali del popolamento. Cos, ad esempio, fu massima in Italia, ma minore in aree meno densamente popolate, come la Spagna, i Balcani, la Scandinavia, e ancora minore in Inghilterra, per non parlare poi delle regioni dell'Europa orientale, dove il clima freddo e la popolazione assai rada non erano elementi favorevoli al propagarsi del contagio.


6.4
La centralit della campagna

Il calo demografico, dove pi e dove meno, e indipendentemente dal motivo che lo aveva determinato, aveva ovunque conseguenze immediate sull'economia e sul paesaggio agrario. Con le citt scomparse o ridotte a poche migliaia o addirittura a poche centinaia di abitanti, che in buona parte provvedevano ai loro bisogni alimentari mediante gli orti e le terre coltivate, presenti sia all'interno che all'esterno delle mura, si allentarono di molto i quei flussi di scambio, che in et romana avevano creato uno stretto collegamento tra citt e campagna. Si allentarono, ma non si interruppero mai, e ci soprattutto in Italia, dove le citt, ancorch immiserite, rimasero per numero e consistenza demografica di gran lunga superiori a quelle delle altre regioni europee. Ma su di esse ci soffermeremo a lungo pi avanti. Qui  opportuno descrivere il mondo delle campagne, che costituivano la realt pi importante dei secoli di cui ci stiamo occupando.
Il primo elemento da prendere in considerazione  il livello assai basso della produttivit, dovuto al carattere rudimentale degli attrezzi agricoli e alla perdita di buona parte di quelle conoscenze tecniche, che erano state accumulate in et romana. Queste, come si  visto nel primo capitolo, non erano mai state assai elevate, dato che la larga disponibilit di schiavi non aveva fornito stimolo al progresso tecnologico;  indubbio per che ora la situazione era peggiorata di molto sia per le diminuite capacit gestionali dei grandi proprietari terrieri, pi abituati al maneggio delle armi che alla conduzione delle loro aziende, sia per la crisi delle citt, in grado di assorbire i prodotti della campagna solo in quantit assai limitate. D'altra parte, la crisi dell'artigianato cittadino e la scarsa disponibilit di denaro da parte dei contadini facevano s che questi cercassero di produrre da s quegli utensili e quei prodotti, che non erano pi in condizione di comprare al mercato. Di qui una certa tendenza all'autoconsumo e alla diversificazione della produzione, per cui ogni famiglia contadina non coltivava un pezzo di terra compatto, una serie di appezzamenti pi o meno distanti tra di loro e collocati in zone a diversa vocazione agricola: qui l'orto e la vigna, l il terreno coltivato a cereali, l un pezzo di castagneto.
Per alcune zone gli storici dell'agricoltura hanno individuato un modello organizzativo ben preciso, caratterizzato dall'esistenza intorno al villaggio di tre zone concentriche caratterizzate da una produttivit, che diminuiva man mano che ci si allontanava dal centro. A ridosso del villaggio c'era una prima fascia di terre intensamente coltivate a orti vigneti, dove gli agricoltori impiegavano il poco concime prodotto dagli animali domestici.
Subito al di l di essa c'era un'ampia zona coltivata a cereali, dove dopo il raccolto gli animali di tutti gli abitanti del villaggio potevano liberamente pascolare, a prescindere dalla propriet o dal possesso dei varii appezzamenti di terreno. Infine si aveva la fascia dei prati, dei boschi e dell'incolto in genere, ugualmente accessibile a tutti per il pascolo la pesca, la caccia e la raccolta di legna e dei frutti spontanei. Questo schema per solo poche volte si ritrova adottato in maniera completa, essendo la realt, soprattutto nelle zone pi vicine alla citt, molto pi varia e articolata, per cui terreni coltivati a ortaggi e altri a cereali appaiono distribuiti in maniera meno ordinata. Vi contribuiva anche il fatto che, contrariamente a quel che si  portati a credere, la popolazione contadina n allora n nei secoli seguenti viveva concentrata nei villaggi, essendo tutt'altro che rari i casi di dimore sparse nei campi.
A prescindere comunque dal tipo di insediamento e dalla distribuzione delle colture, quello che pu dirsi con certezza  che la produttivit delle terre era buona negli orti, ma assai bassa nelle terre coltivate a cereali, che rendevano in media due-tre volte la quantit di frumento seminato e solo un po' di pi con la semina di grani inferiori, quali orzo, segale, panico, che per avevano una minore capacit nutritiva. Considerato che dopo il raccolto bisognava conservarne una parte per la prossima semina e versarne un'altra al proprietario del fondo, nel caso assai frequente che il coltivatore della terra non ne era anche proprietario, si comprende come alla famiglia contadina restasse ben poco per il suo nutrimento; di qui la necessit di integrare i prodotti della terra con la pesca, la caccia e l'allevamento.
L'integrazione dell'allevamento con l'agricoltura non era, tuttavia, agevole in area mediterranea, dove n allora n per molti secoli ancora si usc da un paralizzante circolo vizioso. La natura arida del terreno, provocata dalla scarsit delle piogge, non consigliava un'aratura profonda, che avrebbe ulteriormente ridotto l'umidit delle zone sottostanti, tanto pi che la scarsa disponibilit di animali da lavoro, quali buoi e cavalli, rendeva impossibile l'impiego di aratri pi grandi. Nello stesso tempo, per, la bassa produttivit, tenendo i contadini sempre al limite della sussistenza, impediva loro di accumulare risorse, per dotarsi di attrezzi meno rudimentali e di animali da utilizzare sia per la produzione di concime sia per il lavoro nei campi. In mancanza di buoi e cavalli, erano capre, pecore e maiali la normale dotazione della famiglia contadina, ma essi non fornivano concime, perch erano tenuti allo stato brado e non chiusi in recinti o stalle.
La scarsit di concime animale era in parte compensata con tecniche alternative, quali il sovescio (interramento di parte delle piante) o il debbio (incendio delle stoppie), ma il sistema pi usato, l'unico che veramente consentisse di non impoverire troppo il terreno e di farlo continuare a produrre, era il maggese, vale a dire il riposo dopo ogni raccolto (maggese deriva infatti da maggio, periodo in cui il campo lasciato a riposo si ricopriva di erba). Nel periodo che qui ci interessa - e, in area mediterranea, ancora per molto tempo dopo - il riposo durava un anno (rotazione biennale). Il terreno era diviso in due parti: ogni anno una met era coltivata e l'altra restava a riposo; l'anno dopo avveniva il contrario.  vero che nella parte rimasta a maggese pascolava il bestiame, ma l'utilizzazione solo della met della terra disponibile contribuiva a tenere assai basso il reddito della famiglia contadina, sulla quale gravavano per giunta oneri di ogni genere.


6.5
L'organizzazione della curtis

Come gi si  accennato, il contadino in genere non era proprietario della terra che coltivava e a volte neanche degli animali che allevava; spesso non era proprietario neanche di se stesso, essendo di condizione servile. Per spiegare tutto questo, dobbiamo tornare un po' indietro nel tempo e risalire agli ultimi secoli dell'et romana, quando i grandi proprietari fondiari cominciarono a ridurre la superficie delle loro aziende coltivata in gestione diretta, sia perch non c'era pi la grande disponibilit di schiavi di un tempo sia perch il declino delle citt non consentiva un largo smercio di prodotti agricoli. In queste condizioni l'importante non era tanto avere abbondanza di beni, quanto piuttosto di uomini, una "merce" che il calo demografico dianzi descritto rendeva sempre pi preziosa. Di qui la tendenza ad accasare parte degli schiavi, cio a dotarli di un pezzo di terra e di una casa - di un marno, come si diceva in varie regioni (dal latino manere, "risiedere") -, in modo che potessero provvedere al loro mantenimento e a quello della loro famiglia. Al padrone erano tenuti a corrispondere una parte del raccolto e un certo numero di giornate lavorative o corves (operae, in latino) in determinati periodi dell'anno, oltre a prestazioni in natura (per lo pi polli, uova, oggetti di artigianato domestico) a Natale, a Pasqua e in occasione di altre festivit: prestazioni, che avevano pi che altro un valore simbolico, dovendo perpetuare il ricordo della dipendenza personale. Gli schiavi prima nella casa del padrone vengono definiti nei documenti prebendari, da praebenda, termine che indicava il vitto loro fornito.
Concessioni di parti dell'antica azienda il grande proprietario faceva da tempo anche a coltivatori di condizione libera, ma privi di terra, ai quali richiedeva per una quota minore di raccolto e un numero non alto di giornate lavorative (due o tre al mese, contro le due o tre alla settimana, dovute non di rado dagli ex schiavi). A questi coloni liberi, man mano che con la crisi del potere imperiale si riduceva la presenza dello Stato, si andavano affiancando e ben presto assimilando nelle condizioni di vita quei piccoli proprietari delle aree circostanti, che ora, non trovando protezione nei funzionari pubblici finivano inevitabilmente per chiederla ai grandi proprietari fondiari della zona. Questi infatti, avevano abbandonato le citt esposte alle scorrerie degli invasori e si erano costrute nelle loro terre residenze fortificate, difese dai loro servi e dal seguito armato che erano riusciti a procurarsi. A loro si rivolgevano ora i piccoli proprietari liberi dei dintorni, i quali in cambio di protezione erano disposti a rinunciare a diritti che non erano pi in grado di far valere. Preferivano perci donare o vendere al grande proprietario le loro terre e diventare suoi coloni, riprendendo spesso in affitto le stesse terre cedute: in questo modo si gravavano del pagamento di un canone (in natura, in denaro o misto), ma si legavano in qualche modo a un potente, assicurandosene la protezione. L'intensit del fenomeno, efficacemente descritto da Salviano di Marsiglia, scrittore del Quinto secolo, fu diversa da una regione all'altra dell'Europa, in relazione al grado di sopravvivenza di un apparato pubblico, capace di garantire un minimo di giustizia e di difesa. In Italia, comunque, pu dirsi che non si giunse mai alla scomparsa totale della piccola propriet, detta allodio (dal tedesco all-hod, "propriet piena"), che si mantenne soprattutto nelle zone pi vicine alle citt e nelle aree rimaste pi a lungo sotto il governo di Bisanzio, quali la Romagna, le Marche, la Puglia centro-meridionale, la Campania costiera, la Calabria meridionale.
Il risultato di questo processo fu che le grandi propriet - sia quelle rimaste in possesso dell'aristocrazia romana sia quelle passate ai capi germanici sia infine quelle pervenute a chiese e monasteri - si vennero articolando in terre date in concessione a coloni liberi o di condizione servile, e terre gestite direttamente dal proprietario attraverso amministratori di sua fiducia. Le prime formavano il massaricio o pars mussando, (da massari, cio "coloni"), le altre la riserva padronale o dominicum o pars dominica (da dominus, "signore"). Contrariamente a quel che si crede, per, era tutt'altro che frequente il caso in cui una o entrambe le parti formassero un blocco compatto, dato che spesso i mansi si incuneavano nella riserva e quest'ultima si componeva di terre sparse, inframmezzate anche da campi appartenenti a coltivatori liberi o ad altri grandi proprietari.
L'insieme delle due parti formava la curtis o villa, termini che in origine indicavano soltanto la residenza del proprietario e il complesso degli edifici indispensabili per il funzionamento di una grande azienda agricola: locali di abitazione dei servi, stalle, depositi di attrezzi, cantine, frantoi, forni, locali adibiti alla produzione del vino e della birra, laboratori artigiani. In seguito vennero impiegati anche per indicare il complesso di beni, che direttamente o indirettamente facevano capo alla curtis o villa. Questa, per, non era formata soltanto dal massaricio e dalla riserva, ma anche da una terza parte, composta da boschi, prati, stagni, terre incolte, che, come sappiamo, erano indispensabili per la sopravvivenza delle famiglie contadine; su di essi i coloni avevano dei diritti d'uso, legati al manso che tenevano in concessione.
Una storica inglese, Eileen Power, ha descritto efficacemente, sulla scorta delle fonti del tempo, la vita che si svolgeva in una curtis. Il contadino, libero o servo, coltivava il suo manso con l'aiuto della moglie e dei figli, e tirando personalmente l'aratro, se non poteva disporre di un bue o di un cavallo, come capitava di frequente nelle regioni mediterranee.
Contemporaneamente qualche altro membro della famiglia, in genere un bambino, teneva d'occhio pecore e capre o il maiale: occupazione alla quale si dedicava il contadino stesso nei numerosi giorni di inattivit, provocati dal carattere estensivo dell'agricoltura allora praticata. Molto tempo era dedicato anche allo sfruttamento dell'incolto attraverso la caccia, la pesca e la raccolta di legna e frutti spontanei. Un'altra parte ancora era assorbita dalle prestazioni d'opera sulla riserva padronale in determinati giorni e periodi dell'anno, in genere in coincidenza con i pi impegnativi lavori agricoli, come ad esempio l'aratura, la mietitura, la fienagione, la vendemmia. In quei giorni il colono usciva di casa all'alba, per raggiungere il posto in cui avrebbe dovuto prestare la sua corve. L avrebbe lavorato tutto il giorno, affiancato da altri coloni come lui o dagli schiavi, che vivevano ancora nella casa del proprietario. Il loro numero, destinato a ridursi fortemente in seguito, era ancora consistente alla fine del Nono secolo, quando se ne contavano, ad esempio, ancora 750 nelle 85 corti e corticelle di Santa Giulia di Brescia.


6.6
Il ruolo delle prestazioni d'opera

A questo punto si pongono alcuni interrogativi. Innanzitutto, che consistenza aveva il fenomeno delle prestazioni d'opera? In che misura erano indispensabili per lo sfruttamento della riserva padronale? Una risposta la forniscono i polittici, vale a dire gli inventari dei beni dei grandi monasteri, i pi antichi dei quali provengono dalla Francia settentrionale e risalgono agli inizi del Nono secolo. Il pi noto e ricco di informazioni ai nostri fini  quello fatto compilare fra l'811 e l'829 dall'abate del monastero parigino di Saint-Germain-des-Prs, che possedeva ben 25 ville. Le 21 descritte nel polittico avevano un'estensione di 32.750 ettari, di cui 16.020 destinati alla gestione diretta e la parte restante divisa in 1.646 mansi, di cui 1.430 coltivati da contadini liberi e 216 da servi; liberi e servi fornivano in tutto 50.000 giornate lavorative all'anno. Non conoscendo il numero dei servi che vivevano nella riserva, non possiamo dire con precisione in che misura le 50.000 corves coprissero il fabbisogno lavorativo delle ville del monastero.
Certamente si trattava di un apporto assai consistente, specie se si considera che gli ettari della riserva destinati alla coltivazione non erano i 16.020 dianzi menzionati, ma solo 4.836, dato che i restanti 12.184 erano coperti da boschi. Lo stesso pu dirsi per il complesso patrimoniale di Santa Giulia di Brescia, dal cui polittico, compilato fra l'879 e il 906, risulta la disponibilit, per la coltivazione della riserva padronale, di ben 60.000 corves.
Un altro dato interessante, su cui riflettere,  il rapporto tra la parte coltivata della riserva e quella formata dai mansi, che erano quasi interamente costituiti da arativi, per cui essi, nel caso di Saint-Germain-des-Prs, sostanzialmente coprivano una superficie pi che tripla rispetto alla riserva. Questo dato ovviamente non pu essere generalizzato, sia perch le propriet dei monasteri erano in genere meglio organizzate rispetto alle altre sia perch la situazione variava anche all'interno dei patrimoni monastici, in rapporto alle condizioni ambientali. Quello che per pu dirsi con sufficiente approssimazione  che si cercava di stabilire un certo equilibrio tra le terre date in affitto e quelle in conduzione diretta, nel senso che l'estensione di queste ultime era in rapporto al numero di prestazioni d'opera, su cui era possibile fare affidamento. Non pu essere, infatti, considerato casuale che in diverse corti dell'Italia settentrionale il massaricio occupasse i due terzi gli arativi e la riserva padronale il restante terzo. Si trattava, beninteso, di un equilibrio sempre precario, perch l'estensione di una curtis era soggetta a continue variazioni: nel caso degli enti ecclesiastici, in seguito a nuove donazioni di terre; nel caso dei patrimoni dei laici, soprattutto a causa di divisioni ereditarie e di donazioni a chiese e monasteri; ma ci non toglie che il problema fosse sentito, in un'epoca in cui, come si  detto, c'era estrema penuria di uomini.
Ed  proprio l'integrazione tra riserva e massaricio, resa possibile dalle prestazioni d'opera dei contadini dipendenti, l'elemento caratteristico di questo tipo di organizzazione produttiva, che si indica abitualmente con l'espressione di economia curtense. Ad essa si d nell'opinione corrente il significato di economia volta all'autoconsumo e quindi priva di sbocchi esterni, ma si tratta di una semplificazione che rischia di non far cogliere appieno la realt. Certo, non pu negarsi che la curtis mirasse a produrre al suo interno tutto il necessario, ma a questo tendevano anche i contadini dipendenti e i piccoli coltivatori liberi, dato che il declino delle citt aveva ridotto di molto il volume degli scambi nei mercati locali. L dove, per, era possibile vendere l'eccedenza della produzione e rifornirsi sul mercato di quegli utensili, che solo in maniera rudimentale potevano essere costruiti dai servi impegnati nei laboratori curtensi, non si esitava a farlo.  questo, ad esempio, il caso delle corti dei monasteri della Pianura padana, che avevano magazzini a Pavia lungo le rive del Ticino e a Milano, oltre che a Bergamo, Cremona, Mantova, Bologna, Parma, Piacenza. Per lo stesso motivo l'abbazia molisana di S. Vincenzo al Volturno per tempo si preoccup di acquisire punti di appoggio in una citt come Napoli, dove i traffici commerciali, sia con l'Oriente sia a livello locale, non si erano mai interrotti.
A ci bisogna aggiungere che i prodotti dell'agricoltura e dell'artigianato curtensi non sempre venivano consumati sul posto. Parecchi proprietari disponevano, infatti, di pi corti, nelle quali abitualmente si recavano per consumare quanto vi era stato accumulato, ma a volte lo facevano anche trasportare nel luogo della loro residenza abituale.
Questa, ovviamente, era una necessit per i monasteri, i quali, dovendo provvedere anche a ospitare e a nutrire poveri e pellegrini, avevano bisogno di grandi risorse alimentari; di qui l'organizzazione di grandi servizi di trasporto, che mobilitavano centinaia di persone, in genere servi prebendari, ma non di rado anche coloni tenuti a questo tipo particolare di corves. Il trasporto di prodotti da una corte all'altra, nell'ambito di uno stesso complesso padronale, o al mercato era legato anche alle diverse vocazioni produttive delle varie corti, alcune delle quali, sorgendo in zone ricche di giacimenti ferrosi o di salgemma, erano attrezzate per l'estrazione di ferro e sale, e per la lavorazione dei metalli.
Un altro equivoco che bisogna eliminare, a proposito della curtis,  quello che concerne la sua origine e diffusione. La divisione tra terre gestite direttamente dal proprietario e terre date in concessione a coloni risaliva, come si  detto, gi all'et romana, ma il collegamento organico tra le due parti sembra che sia avvenuto in area franca e che da qui si sia diffuso, a partire dalla fine dell'VIII secolo, nel resto dell'Europa. L'organizzazione curtense non giunse, tuttavia, mai a ricoprire l'intero territorio n del regno dei Franchi n delle altre regioni europee, sia perch coesistettero con essa altre forme di produzione, legate alla piccola propriet contadina, sia perch lo stesso collegamento tra riserva e massaricio non fu dovunque n molto stretto n stabile nel tempo:  questo, ad esempio, il caso dell'Italia meridionale.


Le origini dei poteri signorili

Finora si  parlato della curtis o villa sempre ed esclusivamente dal punto di vista della produzione agricola e, per ragioni di chiarezza espositiva, si  indicato con il termine di proprietario colui che ne era il titolare.  giunto ora il momento di cominciare a indicarlo con il termine pi appropriato di signore, perch in effetti tale egli era, anche quando si trattava di una chiesa o di un monastero. Ma, come si era giunti a questa evoluzione da proprietario a signore? Sia sui servi prebendari sia su quelli casati era normale che il proprietario-signore avesse pieni poteri, esigendo da loro totale obbedienza.  vero che con la diffusione del Cristianesimo le condizioni di vita dei servi erano migliorate, essendo stato loro riconosciuto il diritto sia di avere una famiglia sia di possedere beni, ma ci nondimeno restavano sotto il pieno dominio dei padroni. Per giunta in questo periodo la Chiesa non era arrivata ancora a condannare la schiavit. In origine la condizione dei servi era quindi nettamente distinta da quella dei coloni liberi, i quali erano dipendenti dal proprietario del loro fondo solo dal punto di vista economico. Man mano per che i funzionari pubblici cominciavano a configurarsi come oppressori o a scomparire del tutto, cresceva il ruolo dei grandi proprietari fondiari come protettori dei loro dipendenti e dei piccoli proprietari delle terre circostanti, sui quali fu inevitabile che esercitassero, insieme alla protezione, anche poteri di giustizia e di comando. Si trattava di decidere in merito a piccole controversie o di organizzare un minimo di difesa contro predoni e invasori o, ancora, di prestare le sementi per la semina e il grano per far fronte a una carestia: insomma, si moltiplicavano di continuo le occasioni per le quali i coloni liberi e i piccoli coltivatori della zona circostante si ritrovavano sempre di pi dipendenti dal potente proprietario fondiario.
N si trattava solo di una dipendenza di fatto, priva di riconoscimento formale. Gi per l'VIII secolo, infatti, abbiamo documenti relativi all'uso, peraltro risalente all'et tardo-romana, di riconoscere per iscritto l'autorit del signore, in cambio della sua promessa di protezione e aiuto sia nel reperimento dei mezzi di sussistenza sia nei confronti di di pericoli esterni.  la pratica della commendatio, termine latino che indica appunto l'atto dell'affidarsi a qualcuno, per averne protezione: pratica, del resto, non del tutto sconosciuta alle popolazioni germaniche, presso le quali era diffuso il mundio, vale a dire la protezione su donne e bambini, e su tutte le categorie di persone bisognose di aiuto.
Le stesse prestazioni d'opera, che nel caso dei coloni liberi erano solo il corrispettivo della terra data in affitto, si configuravano inevitabilmente come un segno di soggezione, per cui appena possibile si cercava di riscattarle con canoni in denaro. Questo scivolamento dei contadini verso una condizione pi o meno grave di soggezione personale fu, tuttavia, un processo assai lento, che dur secoli e non giunse dovunque agli stessi esiti.


6.8
Economia naturale ed economia monetaria.


La storiografia economica dei primi decenni del Novecento ha fatto spesso ricorso, nell'ambito del dibattito sulle origini del capitalismo, alla distinzione aristotelica tra economia naturale ed economia monetaria, indicando con la prima definizione un'economia priva di commerci, e quindi caratterizzata da una circolazione monetaria assai limitata: un'economia, che sembrava coincidere in pieno con quella dell'Europa alto-medevale.
Questa sostanzialmente era anche, come si  detto, l'opinione del Pirenne, il quale attribuiva all'espansione araba la ruralizzazione dell'Europa e la rarefazione dei commerci, con conseguente crisi delle citt. Oggi, grazie anche alle ricerche che hanno tratto stimolo dalle tesi dello storico belga, le nostre conoscenze al riguardo sono progredite di molto.
Ne  risultato cos il quadro di un'Europa dei secoli VI-VIII certamente impoverita e ripiegata su se stessa, ma senza che questo significasse assenza assoluta di commerci e ritorno a scambi in natura. Gi abbiamo accennato all'impossibilit per la curtis di raggiungere l'autosufficienza produttiva, alla quale al massimo potevano aspirare quei pochi signori ed enti ecclesiastici in possesso di pi corti, specializzate in settori produttivi diversi, tra cui la lavorazione dei metalli e la produzione di tessuti. A ci  da aggiungere che un po' dovunque  documentata l'esistenza di fiere e mercati locali, nei quali i contadini potevano vendere le loro eccedenze, per procurarsi il denaro necessario per pagare il canone, che a volte era parte in natura e parte in denaro. Senza contare poi che gli abitanti di una corte non vivevano isolati dagli altri, dato che spesso risiedevano in villaggi i cui abitanti facevano capo a corti diverse.
Le stesse citt, ancorch immiserite e ridotte a poche centinaia o a qualche migliaio di abitanti, continuavano a ospitare artigiani, che evidentemente non lavoravano solo per i loro concittadini, ma anche per i contadini dei dintorni. Occasioni per recarsi in citt, del resto, non mancavano: i contratti agrari delle zone suburbane prevedevano che i coloni portassero in citt, direttamente alla casa del padrone, i prodotti che gli dovevano; alla chiesa cattedrale bisognava recarsi per far battezzare i bambini o per ricevere la cresima.

Si trattava in ogni caso di un commercio che riguardava pochi tipi di beni e di valore assai modesto: un commercio per il quale bastavano le monete d'argento, che infatti continuarono ad essere coniate anche da piccole zecche, dipendenti dai signori locali.
Non era necessaria, invece, la disponibilit di monete d'oro, ormai sempre pi rare sia perch venivano fuse per ricavarne oggetti preziosi, soprattutto per gli usi liturgici, sia perch esse da tempo prendevano la via dell'Oriente, dove servivano per l'acquisto di beni di lusso, quali spezie, stoffe preziose, profumi, papiro. Il commercio di questi prodotti, infatti, contrariamente a quel che pensava Pirenne, non si interruppe mai, come pure non scomparve in Occidente la circolazione dell'oro; solo che a circolare non erano monete occidentali, che nessun organismo politico era pi in grado di coniare, bens arabe o bizantine.
Il fatto  che, nonostante il suo impoverimento, l'Europa era pur sempre in grado di esportare qualcosa in Oriente, come legno, metalli, pelli, schiavi provenienti dai paesi slavi (il nome schiavo deriva appunto da slavo). Questi traffici a lunga distanza, che si svolgevano lungo l'Adriatico e i corsi del Rodano, del Reno e del Volga, non esercitarono allora nessuno stimolo sull'economia locale, che rimase a lungo depressa, come se non ci fosse stata alcuna comunicazione tra i mercati locali e il commercio internazionale. Essi contribuirono tuttavia a tenere aperta una strada, che si riveler preziosa, appena la societ europea, intorno al Mille, manifester un forte slancio espansivo.
Intanto, per,  da precisare che non tutto l'Occidente era economicamente depresso e non dovunque i traffici languivano. Un caso eccezionale, evidenziato gi dal Pirenne, era costituito da quelle regioni che erano rimaste ben collegate con l'Oriente bizantino e arabo, vale a dire l'Italia meridionale, Ravenna e le lagune venete da Grado a Chioggia. In Italia meridionale non solo il commercio con l'Oriente non conobbe mai interruzioni, ma molto presto fu svolto da operatori locali, soprattutto amalfitani, gaetani, salernitani, baresi, che si sostituirono ai mercanti orientali. Contemporaneamente cresceva la potenza di Venezia, la cui flotta commerciale gi nel Nono secolo aveva raggiunto dimensioni di un certo rilievo.



LE ORIGINI DEL SISTEMA CURTENSE

Il dibattito storiografico

Il dibattito sul sistema curtense ha preso avvio nella prima met dell'Ottocento, colorandosi ben presto di quelle stesse implicazioni di carattere ideologico che caratterizzavano la storiografia romantica nel suo complesso.
Il primo problema ad essere affrontato fu quello della continuit o non continuit rispetto ai modelli di organizzazione della grande propriet in et tardo-antica: problema che vide impegnati soprattutto gli storici del diritto e per il quale si delinearono le due posizioni contrapposte dei germanisti e dei romanisti. I primi furono rappresentati da studiosi quali Karl Friedrich von Eichhorn (1781-1854), Heinrik Leo (1799-1878), Otto von Gierke (1841-1921), i quali, sia pur in forme diverse, videro nella curtis una novit introdotta dai Germani, anche se destinata a raggiungere la sua piena maturit tra Ottavo e Nono secolo: fu allora, infatti, che arriv al punto finale di dissoluzione l'originaria "comunit di marca", cio la primitiva societ germanica formata da uomini liberi e uguali, ed emerse in maniera chiara una societ differenziata, che vedeva in posizione dominante quelli che erano diventati pi potenti degli altri.
I romanisti, tra i quali storici di grande fama, quali Barthold Georg Niebuhr (1776-1831), Theodor Mommsen (1817-1903), Numa Denis Fustel de Coulanges (1830-1889), sostenevano invece la continuit non solo delle tradizioni agrarie romane ma anche del regime fondiario e del paesaggio agrario tardo-antico. La loro posizione usc rafforzata dalla scoperta in Tunisia, fra il 1879 e il 1896, di una serie di epigrafi che documentavano l'esistenza nelle grandi propriet (saltus) imperiali del Secondo secolo d.C. di sistemi di organizzazione che somigliavano a quello curtense, dal momento che prevedevano prestazioni d'opera analoghe alle corves medievali.
Anche in Italia il dibattito coinvolse soprattutto gli storici del diritto, tra i quali prevalse decisamente la tesi della continuit e di una lenta evoluzione non sconvolta da irruzioni esterne. Se ne sono fatti sostenitori nel corso del tempo, e fino ai nostri giorni, Giuseppe Salvioli (1857-1928), Pier Silverio Leicht (1874-1956), Cinzia Violante, ai quali si sono aggiunti gli storici stranieri che si sono occupati dell'Italia. Unica voce discorde quella di Giampiero Bognetti (1902-1963), il quale in un saggio del 1958 (La propriet della terra nel passaggio dal mondo antico al Medioevo occidentale, rist. nella sua opera L'et longobarda, vol. IV, Milano, Giuffr, 1968, pp. 67-89) ha sottolineato con forza la rottura operata dai Longobardi nella storia d'Italia e quindi anche lo sconvolgimento da loro provocato nell'assetto economico-sociale e nell'organizzazione territoriale della penisola.
Negli ultimi decenni sia in Italia sia in Francia e in Germania il panorama delle ricerche si  fatto molto pi articolato e complesso, grazie anche agli apporti di altre discipline, in particolare l'archeologia, per cui le questioni dibattute vanno ora molto al di l del problema della continuit o della non continuit rispetto all'organizzazione della grande propriet di et romana. Per quanto riguarda l'Italia in particolare, la tendenza prevalente, dopo gli studi di Gino Luzzatto (1878-1964), di Pierre Toubert, di Vito Fumagalli e degli allievi di quest'ultimo Massimo Montanari e Bruno Andreolli,  di considerare la curtis classica (divisione tra pars dominica e pars massaricia con relative prestazioni d'opera dei massari sul dominico) come un modello importato dai Franchi alla fine dell'VIII secolo, anche se in precedenza gi vagamente conosciuto, ma realizzatosi in forme diversificate nelle varie zone in rapporto alle condizioni ambientali e alle forme preesistenti di insediamento: diversificazione che giunge fino al punto che in alcune aree la pars dominica risulta assai ridotta se non quasi inesistente, configurandosi come un semplice centro amministrativo.  questo, ad esempio, il caso del territorio dipendente dall'abbazia molisana di S. Vincenzo al Volturno, studiato da Mario Del Treppo e da Chris Wickham.
Per un quadro completo e aggiornato della problematica relativa al sistema curtense  assai prezioso il saggio di P. Toubert, Le strutture produttive nell'Alto Medioevo: le grandi propriet e l'economia curtense, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. I, pp. 51-89, al quale sono da affiancare i suoi libri Feudalesimo mediterraneo, Milano, Jaca I Book, 1980; Dalla terra ai castelli. Paesaggio, agricoltura e poteri nell'Italia medievale, Torino, Einaudi, 1995 (soprattutto le pp. 115-250). Per l'Italia in particolare sono da vedere: B. Andreolli-M. Montanari, L'azienda curtense in Italia. Propriet della terra e lavoro contadino nei secoli VIII-XI, Bologna, CLUEB, 1983; AA. W, Le prestazioni d'opera nelle campagne italiane del Medioevo, Bologna, CLUEB, 1987; E. Saracco Previdi, Convivere nella Marchia durante il Medioevo. Indagini e spunti di ricerca, Ancona, Deputazione di storia patria per le Marche, 1986; E. Archetti Giampaolini, Aristocrazia e chiese nella Marca del Centro-Nord tra Nono e Dodicesimo secolo, Roma, Viella, 1987; P. Gaietti, Una campagna e la sua citt. Piacenza e il territorio nei secoli VIII-X, Bologna, CLUEB, 1994; G. Pasquali, Contadini e signori della bassa. Insediamenti e "deserti" del Ravennate e del Ferrarese nel Medioevo, Bologna, CLUEB, 1995.
Per un inquadramento nel contesto dell'economia alto-medevale si pu partire dal Primo densissimo saggio di G. Petralia, A proposito dell'immortalit di "Maometto e Carlo magno" (o di Costantino), in "Storica", (1995), pp. 38-87. Sono da segnalare in ogni caso G. Duby, L'economia rurale nell'Europa medievale. Francia, Inghilterra, Impero (secoli IV-XV), Roma-Bari, Laterza, 1970; Le grand domane aux epoques mrovingienne et carolingienne, a cura di A. Verhulst, Gent, Belgisch Centrum voor Landelijke Geschiedenis, 1985; R. Fossier, Infanzia dell'Europa. Economia e societ dal Decimo al Dodicesimo secolo, Bologna, il Mulino, 1987; L'economie medievale, a cura di P. Contamine, Paris 1993.
I lavori di Del Treppo e Wickham a cui si  fatto riferimento sono, rispettivamente: La vita economica e sociale in una grande abbazia del Mezzogiorno: S. Vincenzo al Volturno nell'alto Medio Evo, in "Archivio storico per le Provincie napoletane", 74 (1954), pp. 31-110; Studi sulla societ degli Appennini nell'alto Medioevo.
Contadini, signori e insediamento nel territorio di Valva (Sulmona), Bologna, CLUEB, 1982.
Il libro di Eileen Power che  stato utilizzato per descrivere la vita di un contadino all'interno di una curtis  Vita nel Medioevo, Torino, Einaudi, 1966, pp. 11-36.


Bibliografia
Per l'origine dei poteri signorili e per i rapporti tra curtis e signoria rurale: Curtis e signoria rurale: interferenze tra due strutture medievali, a cura di G. Sergi, Torino, Scriptorium, 1997. Per la servit: M. Bloch, La servit nella societ medievale, Firenze, La Nuova Italia, 1975; F. Paner, Servi e rustici. Ricerche per una storia della servit, del servaggio e della libera dipendenza rurale nell'Italia medievale, Vercelli, Societ storica vercellese, 1990; E. Conte, Servi medievali. Dinamiche del diritto comune, Roma, Viella, 1996.
Sull'agricoltura medievale in generale e su quella dell'Italia alto-medevale in particolare: R. Grand-R. Delatouche, Storia agraria del Medioevo, Milano, Il Saggiatore, 1968; B.H. Slicher Van Bath, Storia agraria dell'Europa occidentale (509-1850), Torino, Einaudi, 1972; V. Fumagalli, Terra e societ nell'Italia padana. I secoli Nono e X, Torino, Einaudi, 1976; M. Montanari, L'alimentazione contadina nell'Alto Medioevo, Napoli, Liguori, 1979; Le campagne italiane prima e dopo il Mille. Una societ in trasformazione, a cura di B. Andreolli, V. Fumagalli, M. Montanari, Bologna, CLUEB, 1985; G. Gomet, Le paysan etson outil. Essai d'histoire tecnique des crales (France, VIII-XV siecle), Rome, cole franaise de Rome, 1992; B. Andreolli, Contadini su terre di signori. Studi sulla contrattualistica agraria dell'Italia medievale, Bologna, CLUEB, 1999.
Sul paesaggio e l'ambiente: Il bosco nel Medioevo, a cura di B. Andreolli e M. Montanari, Bologna, CLUEB, 1988; V. Fumagalli, Uomini e paesaggi medievali, Bologna, il Mulino, 1989; L'ambiente vegetale nell'alto Medioevo, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, 1990; G. Ortalli, Lupi genti culture. Uomo e ambiente nel Medioevo, Torino, Einaudi, 1997; E. Anti, Santi e animali nell'Italia padana. Secoli IV-XII, Bologna, CLUEB, 1998.
Sulla popolazione in et tardo-antica e alto-medevale la bibliografia  costituita per lo pi da opere che trattano l'intero Medioevo, a partire dal vecchio, ma ancora indispensabile K.J. Beloch, Storia della popolazione d'Italia, trad. it. dell'ed. tedesca degli anni 1937-1961, Firenze, Le Lettere, 1994. Sono da vedere anche: J.C. Russell, La popolazione europea dal 500 al 1500, in Storia economica d'Europa. I. Il Medioevo, Torino, UTET, 1979; R. Comba-l. Naso, Demografia e societ nell'Italia medievale (secoli IX-XIV), Cuneo, Societ per gli studi storici della provincia di Cuneo-Sides, 1994.
Per un quadro d'insieme della problematica della demografia storica  utilissimo il saggio di R. Comba, La demografia nel Medioevo, in La storia.
I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. I, pp. 3-28, ricco di indicazioni bibliografiche per varie regioni europee.





L'impero carolingio e le origini
del feudalesimo



7.1
L'ascesa dei Pipinidi

L'ambiente e il paesaggio agrario, che abbiamo descritti nel capitolo precedente, fecero da sfondo a eventi di natura politica e militare destinati a segnare profondamente i destini dell'Europa, anzi a creare le premesse per la nascita stessa dell'Europa. Al centro di essi fu il regno dei Franchi, che, come abbiamo detto, conobbe dopo la morte di Clodoveo un progressivo indebolimento del potere regio e l'emergere di quattro organismi politici, la Neustria, l'Austrasia, l'Aquitania e la Borgogna, in concorrenza tra di loro e percorsi all'interno da forti tendenze autonomistiche da parte dell'aristocrazia e, nel caso dell'Aquitania, da rivolte a base etnica. Nel corso del Settimo secolo la lotta per l'egemonia si venne restringendo all'Austrasia e alla Neustria (cui si era unita la Borgogna). Ne erano protagonisti non i sovrani dei due regni, bens i loro maestri di palazzo o maggiordomi (dal latino maiores domus), effettivi detentori del potere. All'inizio il successo sembr arridere a quelli della Neustria, ma nel corso della seconda met del Settimo secolo si imposero definitivamente i maestri di palazzo dell'Austrasia, detti Pipinidi in quanto discendenti da Pipino di Landen. Artefice delle fortune della famiglia fu Pipino Secondo di Heristal, il quale dal 687 al 714 fu arbitro assoluto del potere in Austrasia, Neustria e Borgogna, mentre l'Aquitania si veniva configurando come una realt indipendente dall'antico regno dei Franchi.
Suo degno successore fu il figlio Carlo Martello, il quale, dopo aver superato l'opposizione dei suoi stessi familiari che gli contestavano la legittimit della nascita, intraprese un'energica e fortunata opera di ricomposizione politico-territoriale: rinsald innanzitutto il suo potere in Austrasia, Neustria e Borgogna, e lo estese subito dopo alle regioni nelle quali fino ad allora il dominio franco non si era imposto in maniera defintiva, quali la Frisia (oggi divisa tra Olanda e Germania), l'Alemannia e la Turingia, (entrambe nell'attuale Germania). Pass infine a occuparsi dell'Aquitania, sotto l'incalzare anche del pericolo degli Arabi, i quali, dopo aver travolto il regno dei Visigoti, avevano valicato i Pirenei, spingendosi fin in Borgogna. La vittoria che egli riport su di loro a Poitiers nel 732 non valse a ricacciarli al di l dei Pirenei, dato che essi conservarono il possesso della Settimania (attuale Linguadoca), ma gli confer un enorme prestigio e il ruolo di campione della cristianit.
Questo gli consent, dopo la scomparsa senza eredi diretti del re merovingio Teodorico Quarto nel 737, di lasciare il trono vacante e di comportarsi, fino alla morte il 22 ottobre del 741, come un re a tutti gli effetti. Tra l'altro, divise il regno tra i figli, come era in uso tra i sovrani merovingi, assegnando al primogenito Carlomanno l'Austrasia, l'Alemannia e la Turingia, e al pi giovane Pipino il Breve la Neustria, la Borgogna e la Provenza.
I due fratelli non furono, per, in grado di proseguire sulla strada intrapresa dal padre, per cui due anni dopo, per venire a capo dell'opposizione di parte dell'aristocrazia, soprattutto nelle regioni periferiche, ripristinarono la monarchia merovingia, elevando al trono un re fantasma, Childerico III. Nello stesso tempo seguivano con interesse, non facendogli mancare il loro sostegno, l'attivit missionaria intrapresa da un monaco anglosassone, Bonifacio, il quale, in stretto accordo con papa Zaccaria (741-752), si era recato a predicare il Vangelo a Frisoni e Sassoni, ancora legati ai culti pagani. Si tratt di un'impresa assai ardua, che Bonifacio non riusc a portare a termine, finendo ucciso dai Frisoni nel 754; ma la sua opera si rivel assai importante per l'acquisizione definitiva di quelle regioni all'influenza della Chiesa romana e al dominio dei Franchi. Egli, infatti, punt subito a dare salde basi organizzative alla sua opera di evangelizzazione, creando una serie di distretti ecclesiastici, facenti capo a centri fortificati preesistenti, che divennero pertanto sedi vescovili. Subito dopo volse il suo zelo pastorale allo stesso regno dei Franchi, dove, come egli scriveva a papa Zaccaria nel 742, l'organizzazione ecclesiastica e la vita religiosa in generale erano in profonda crisi, con le sedi episcopali "affidate a laici bramosi di possedere, a chierici adulteri, a libertini". E cos i concili, che non si tenevano pi dal 680, furono convocati per ben tre volte tra il 742 e il 744, dando avvio a un riordinamento complessivo della Chiesa franca attraverso la sostituzione dei prelati indegni, la nomina dei titolari delle sedi vacanti e il ripristino della disciplina ecclesiastica.
Intanto si preparava un grosso evento, destinato a creare le premesse per una forte accelerazione dell'opera intrapresa dal missionario anglosassone: nel 747 Carlomanno abdicava, ritirandosi nel monastero di Montecassino e lasciando campo libero al fratello Pipino, che di l a poco ritenne giunto il momento di dare sanzione formale al suo potere. Nel 750, secondo il racconto degli Annales regni Francorum, invi a papa Zaccaria due ambasciatori, per chiedergli se dovesse essere re chi ne aveva il titolo o chi deteneva il potere effettivo, e il papa si sarebbe pronunciato a favore di quest'ultimo. La testimonianza degli Annales non pu essere presa alla lettera, perch si tratta di una fonte che riporta la versione ufficiosa della corte franca, ovviamente interessata a dare legittimit all'operato di Pipino. Non pu negarsi, tuttavia, che allora il papato fosse orientato a stabilire un saldo collegamento con la rinascente potenza franca, in cui vedeva l'unico sostegno contro la ripresa dell'espansionismo longobardo in Italia. Certo  che nel 751 Pipino, rinchiuso in convento Childerico III, si fece acclamare re da un'assemblea di grandi a Soissons, facendosi poi ungere con l'olio santo da Bonifacio e da altri vescovi, secondo l'uso degli antichi re giudaici, gi adottato dai re visigoti di Spagna. In questa maniera Pipino mostrava di intendere il suo ruolo in modo diverso rispetto ai merovingi: l'approvazione pontificia e l'unzione di Bonifacio davano al suo potere un fondamento sacro, facendolo discendere direttamente da Dio e quindi ponendo le premesse per la nascita di una monarchia di diritto divino. E a rendere ancora pi chiara questa nuova realt, oltre che per consolidare la sua dinastia, si fece consacrare di nuovo nel 754, insieme ai due figli Carlomanno e Carlo, dal pontefice Stefano II, recatosi in Francia per chiedere il suo aiuto contro i Longobardi.


7 2
Le basi della potenza dei Pipinidi e le origini del feudalesimo

Ma che cosa aveva consentito a Pipino di Heristal, Carlo Martello e Pipino il Breve di ricostituire l'antica unit politica dei Franchi e di creare le premesse, come vedremo tra poco, per il loro rinnovato slancio espansivo? Indubbiamente all'origine di tutto sono da porre le loro capacit politiche, ma esse si esplicarono innanzitutto nell'aver intuito le enormi potenzialit politiche e militari insite nell'istituto della clientela armata.
Abbiamo gi avuto occasione di mettere in risalto come in origine i popoli germanici fossero per definizione popoli di uomini in armi e come quest'attitudine guerriera si fosse venuta attenuando con la loro trasformazione in proprietari terrieri: attenuando, ma non annullando, per cui la partecipazione all'esercito regio restava pur sempre una prerogativa, oltre che un dovere, di tutti i franci homines, vale a dire degli uomini liberi.
Quell'attitudine si conservava, per, intatta in alcune minoranze guerriere, e anzi si potenziava agli inizi dell'VIII secolo con la diffusione di nuove tecniche militari, provenienti dal mondo delle steppe asiatiche, come il combattimento d'urto a cavallo, grazie all'introduzione della staffa, che dava al cavaliere una maggiore stabilit sul cavallo, consentendogli di lanciarsi al galoppo con la lancia in resta ed esaltandone quindi la forza d'urto. Si trattava in genere di giovani guerrieri, facenti parte del seguito armato dei sovrani (trustis) e di quegli esponenti della nobilt, che, continuando la tradizione dell'antico comitatus e a imitazione della trustis regia, avevano mantenuto intorno a s un numero pi o meno grande di uomini armati. Riducendosi, con la fine delle guerre di conquista, la possibilit di ricompensarli con i frutti di razzie e scorrerie, ai capi militari non restava che tenerli presso di s, tra i loro familiares, o accasarli, mediante la concessione di terre. In cambio essi si impegnavano, mediante un giuramento, a prestare il servizio militare in determinate circostanze, che con il passare del tempo si vennero definendo sulla base della consuetudine.
Come si pu intuire, l'espediente non era sostanzialmente diverso da quello che lo stesso capo militare adottava per lo sfruttamento delle sue terre, ugualmente date in concessione in cambio di prestazioni di lavoro, vale a dire delle corves sulla riserva padronale. La differenza - e non di poco conto - consisteva nella qualit del servizio, vile nel caso del contadino, prestigioso nel caso del guerriero, trattandosi di una societ pur sempre fortemente impregnata di valori militari. Accadde cos che l'ingaggio del guerriero venisse formalizzato con una vera e propria cerimonia (detta poi dell'omaggio) e sancito con un giuramento di fedelt, nel mentre il termine di origine celtica vassus (servitore, giovane) subiva un cambiamento di significato, nobilitandosi e passando a indicare il cavaliere legato al suo signore da un vincolo di fedelt personale. Per indicare invece la ricompensa della fedelt e del servizio, si prese a usare il termine feudo, che sub ugualmente un'evoluzione semantica, passando dal significato originario di bestiame, e di bene mobile in generale, a quello di bene fondiario, essendo il vassallo generalmente retribuito con la concessione di terre: concessione, che avveniva anch'essa in maniera solenne, attraverso una cerimonia di investitura.
La conseguenza del diffondersi dei rapporti vassallatico-beneficiari - il termine beneficium  l'equivalente latino di feudo - era che all'interno dell'esercito regio venivano acquistando un ruolo preminente i nuclei vassallatici, che vi operavano al comando dei rispettivi capi. Questa preminenza era legata non solo alla prestanza fisica e all'abilit nell'uso delle armi, ma anche a un pi efficace armamento, che ormai non era pi alla portata di un qualsiasi uomo libero, ancorch dotato di beni. Le nuove tecniche di combattimento richiedevano infatti, oltre alla disponibilit di cavalli, l'uso di un'armatura pi pesante, in grado di difendere dalla violenza del combattimento d'urto; e un tale tipo di equipaggiamento costava l'equivalente di venti buoi da lavoro. Di seguiti armati cos equipaggiati i Pipinidi disponevano con maggiore larghezza rispetto ad altre famiglie dell'aristocrazia, potendo contare su una larga base fondiaria nei loro possedimenti dell'Austrasia; al tempo di Carlo Martello puntarono decisamente all'ampliamento delle loro clientele vassallatiche, attingendo sia alle terre del fisco regio sia, soprattutto, all'enorme patrimonio di monasteri e chiese vescovili.
L'ovvia opposizione di vescovi e abati fu aggirata lasciando agli enti ecclesiastici la propriet di quei beni, che venivano concessi ai vassalli dei Pipinidi in cambio del versamento di un canone e come corrispettivo di un servizio armato, da prestare in difesa della cristianit minacciata dagli Arabi. N fu solo questa la novit. Carlo Martello non si limit, infatti, a ingaggiare nuovi cavalieri e a dotarli di beni, ma intraprese un vasto reclutamento tra gli esponenti stessi dell'aristocrazia, gi dotati di seguiti armati.
Il risultato fu che intorno alla sua famiglia si cre un vasto aggregato di clientele militari e politiche, che si sovrapponevano all'apparato monarchico merovingio, svuotandolo di contenuto; il che spiega come Pipino il Breve potesse spodestare l'ultimo sovrano di quella dinastia, senza incontrare alcuna resistenza.


7.3
La ripresa dell'espansionismo franco e la conquista dell'Italia

Con questa forte macchina da guerra, ereditata dal padre e da lui ulteriormente potenziata, Pipino il Breve diede inizio a una nuova fase di espansione dei Franchi in Europa, A farne le spese, come gi sappiamo, furono per primi i Longobardi, che con il re Astolfo (749-756) erano ugualmente impegnati in una politica di espansione in Italia, volta a eliminare i residui possedimenti che vi avevano i Bizantini. Davanti all'avanzata di Astolfo, che nel 751 aveva conquistato Ravenna e il ducato di Spoleto, minacciando da vicino la stessa Roma, il pontefice Stefano Secondo (752-757) si rec nel 754 in Francia, dove, come si  detto, rinnov l'unzione con l'olio santo a Pipino e ai figli, e confer al re il titolo di patrizio dei Romani, vale a dire, in sostanza, di protettore della Chiesa romana: titolo, sul quale il papa fece immediatamente leva per chiedere un suo intervento in Italia contro Astolfo. Non gli fu facile, tuttavia, convincerlo, perch negli ambienti di corte c'era un forte partito filolongobardo, capeggiato dal fratello del re, monaco a Montecassino. Non  chiaro se in quella circostanza Pipino si sia effettivamente impegnato, con la cosiddetta promissio Carisiaca (da Carisium, nome latino di Quierzy sur Oyse, dove si svolse il negoziato), a cedere alla Chiesa di Roma tutti i territori posti a sud della linea Luni-Monselice, vale a dire l'intera Italia centro-meridionale, come sostiene il biografo del papa; n  dato di sapere se durante le trattative si fece riferimento al Constitutum Constantini, il falso documento con il quale l'imperatore Costantino avrebbe ceduto Roma e l'Italia al papa Silvestro. E certo tuttavia che allora il papato era gi proteso alla creazione di un suo dominio territoriale in Italia centrale e che la compilazione della falsa donazione di Costantino risale proprio a quell'epoca. La spedizione militare di Pipino in Italia avvenne nel 755 e mostr chiaramente la differenza di potenziale bellico esistente tra i due regni.
Astolfo, alla testa di un esercito formato dagli uomini liberi che avevano risposto all'eribanno regio, cio alla chiamata alle armi da parte del re, fu travolto dalle schiere franche alla Chiusa di S. Michele, trovando poi rifugio in Pavia, dove si arrese dopo un breve assedio. Pipino, non essendo interessato a forzare la situazione, si accontent della sua promessa di cedere al papa Ravenna e gli altri territori sottratti ai Bizantini. Bast per che egli lasciasse l'Italia, perch Astolfo si rimangiasse le sue promesse, riprendendo gli attacchi a Roma. Nel 756 intraprese perci una nuova spedizione, e questa volta sconfisse definitivamente il re longobardo, imponendogli la cessione immediata alla Chiesa di Roma - o, meglio, ai "beati apostoli Pietro e Paolo", come allora si diceva - degli ex territori bizantini della costa romagnola, da lui conquistati.
Anche questa volta Pipino si limit a onorare il suo titolo di patrizio dei Romani, tanto pi che il nuovo re Desiderio, succeduto in quello stesso anno al defunto Astolfo, mostrava propositi meno bellicosi nonch la volont di intrattenere rapporti di amicizia con i Franchi. A sancire il nuovo corso della politica longobarda, intervenne il matrimonio dei figli di Pipino, Carlomanno e Carlo, con le principesse Gerberga e Ermengarda, secondo la tradizione figlie di Desiderio. E in effetti la pace dur un buon quindicennio, durante il quale scomparvero alcuni dei personaggi fin qui menzionati: nel 757 papa Stefano, nel 768 Pipino, nel 771 Carlomanno.
Carlo (detto poi Magno, cio grande), rimasto unico sovrano, ripudi la moglie Ermengarda e scacci la vedova del fratello coi figli, che si rifugiarono presso re Desiderio.
Questi improvvisamente mosse un attacco ai territori da poco consegnati al pontefice e alla stessa Roma, approfittando anche dei contrasti che frequentemente scoppiavano tra clero e famiglie dell'aristocrazia romana. Si scontr, per, con l'irriducibile ostilit del nuovo pontefice Adriano Primo (772-778), che chiese l'intervento di Carlo.
Questa volta le cose andarono diversamente. Carlo, sconfitto nel 773 Desiderio in Val di Susa, allo sbocco nella Pianura padana, lo costrinse a rinchiudersi in Pavia e, una volta che si fu arreso dopo dieci mesi di assedio, lo fece prigioniero, portandolo poi con s in Francia. Spezzato, infine, un tentativo di resistenza di suo figlio Adelchi, che fu costretto a rifugiarsi presso l'imperatore d'Oriente, nel giugno del 774 cinse a Pavia la corona di re dei Longobardi. Formalmente si tratt quasi soltanto di un cambio di dinastia, perch la maggior parte dei duchi e degli esponenti dell'aristocrazia longobarda si sottomisero al vincitore e conservarono i loro patrimoni fondiari, mentre restavano in piedi l'apparato politico-amministrativo e le leggi preesistenti.
Cambiamenti pi radicali furono introdotti invece nel 776, quando, in seguito a un tentativo di riscossa dei duchi, ci fu una larga immissione nella penisola di conti e vassalli franchi, che assicurarono al sovrano un pi saldo controllo del nuovo regno, affidato a suo figlio Pipino. Con loro arrivarono in Italia anche i rapporti vassallatico-beneficiari, ormai largamente sperimentati nei territori franchi, conoscendo subito una grande diffusione.
Essi, infatti, non si presentavano come una novit assoluta, ma come la forma matura e perfezionata di quei rapporti di gasindiato e di generica clientela armata che avevano praticato anche i Longobardi, al pari delle altre popolazioni germaniche.


7.4	
Le altre conquiste di Carlo Magno

Gli anni che seguirono la conquista del regno longobardo videro Carlo impegnato in una serie incessante di guerre, sia per rendere effettiva la sua autorit su regioni solo normalmente soggette ai Franchi, quali la Borgogna e la Provenza, sia per estenderla a nuovi territori. Nel 778 condusse un forte corpo di spedizione al di l dei Pirenei, con l'obiettivo di giungere fino all'Ebro e mettere fine una volta per sempre alla minaccia dei musulmani di Spagna, meglio noti come Mori o Saraceni, ma dopo la conquista di Pamplona fu costretto a ritirarsi, per far fronte ad una rivolta dei Sassoni. Durante la ritirata, tra le gole dei Pirenei, presso Roncisvalle, la retroguardia cadde in un'imboscata dei Baschi, molti guerrieri persero la vita. Tra essi il conte di palazzo Rolando, entrato nella leggenda per l'eco enorme che l'episodio, di per se stesso di scarsa importanza militare, ebbe nell'opinione pubblica, grazie all'opera di poeti e cantastorie, che celebrarono nelle corti e nelle piazze dell'Europa cristiana le imprese dei cavalieri cristiani contro i musulmani. c' da dire per che Carlo soffr molto per quella perdita, se ancora agli inizi del Nono secolo i gi menzionati Annales regni Francorum registrano il suo dolore. Su quel fronte ritorn, tuttavia, prima dell'801, quando diede inizio a una nuova campagna, che procedette molto lentamente e tra difficolt di ogni genere, ma che si concluse nell'813 con la creazione di un nuovo distretto di confine, la Marca hispanica, comprendente la Navarra e buona parte della Catalogna, con capitale Barcellona.
Nel tempo intercorso tra la prima e la seconda spedizione in Spagna Carlo era stato fortemente impegnato su almeno altri due fronti molto difficili, lungo le frontiere settentrionali e orientali. Al Nord ci vollero quasi trent'anni e massacri spaventosi per venire a capo dell'ostinata resistenza dei Sassoni, i quali, prima ancora del dominio rifiutavano il Cristianesimo, che Carlo tentava di imporre loro con la forza. Se, i nobili finirono con il piegarsi, convertendosi in massa, i contadini si mantennero ancora a lungo in armi, sotto la guida dell'eroe nazionale Vitikindo. Quando finalmente ebbero termine le operazioni belliche nell'804, fu possibile completare l'opera iniziata da Bonifacio, dando alla regione un saldo ordinamento ecclesiastico, incentrato su una rete di diocesi dipendenti dagli arcivescovi di Magonza e Colonia, e assimilandola culturalmente al mondo francocattolico.
Difficolt comport anche il controllo della Frisia, che pure era stata evangelizzata da Bonifacio. Una rivolta nel 784, scoppiata in concomitanza con una sollevazione dei Sassoni, sembr sul punto di infrangere il dominio franco, ma la sconfitta dei Sassoni indusse definitivamente alla resa i Frisoni, che furono incorporati nel regno di Carlo. Allo stesso esito si giunse con la Baviera, il cui duca Tassilone aveva conservato il suo dominio, dichiarandosi nel 757 vassallo di Pipino il Breve. Gi nel 763 aveva mostrato per di voler riprendere la sua libert di movimento, espandendosi in Carinzia e Austria, e legandosi strettamente al re dei Longobardi Desiderio. Rimasto isolato dopo la sconfitta di Desiderio, giur di nuovo fedelt a Carlo nel 781, ma poi tent ancora di riprendere la sua autonomia, suscitando cos la pronta reazione del re franco, che nel 788 incorpor Baviera, Carinzia e Austria nel suo regno, internando in un monastero l'infido vassallo.
Con queste ultime annessioni il dominio di Carlo si estendeva su un territorio vastissimo, comprendente tutta l'Europa centrale, dalla Spagna al mare del Nord, al bacino inferiore dell'Elba, al medio Danubio, all'Italia centrale. Attorno ad esso gravitava un'area ugualmente assai vasta, sulla quale egli esercitava un'influenza pi o meno profonda, ma pur sempre forte, e di cui faceva parte sia l'Italia meridionale, rimasta sotto il dominio del duca longobardo di Benevento, sia una fascia assai larga di territorio, che dalla face dell'Oder arrivava all'Adriatico, attraverso buona parte delle attuali Polonia, Boemia, Slovacchia, Ungheria, Croazia e Serbia. Per giungere a questo risultato, furono necessarie ripetute spedizioni, alternate a campagne missionarie, contro le popolazioni slave ancora pagane, ma soprattutto contro i temibili Avari, che dalla Pannonia compivano continue incursioni e razzie in direzione di Germania e Austria, ma che costrinse alla fine alla conversione al Cristianesimo e alla stabilizzazione all'interno dei loro confini.


7.5
L'incoronazione imperiale di Carlo Magno

Il continuo dilatarsi del territorio soggetto al dominio diretto o all'influenza franca andava di pari passo con il consolidarsi, nell'animo di Carlo, della consapevolezza del suo enorme potere e, soprattutto, delle responsabilit che gli derivavano dal ruolo di protettore della Chiesa, in quanto patrizio dei Romani. A fargliene cogliere tutta l'importanza erano gli uomini di cultura, che egli aveva chiamati presso di s da ogni parte d'Europa e alle cui dotte conversazioni amava essere presente, quando i numerosissimi impegni militari non lo portavano in giro per l'Europa. Si trattava di monaci ed ecclesiastici; il che non sorprende in un'epoca in cui la cultura, scomparse da tempo le scuole cittadine e l'aristocrazia colta dell'et romana, era appannaggio esclusivo dei monasteri e degli ambienti vescovili. Sul contributo da loro dato al funzionamento complessivo dell'apparato dello Stato avremo modo di tornare tra poco; qui ci preme piuttosto mettere in risalto il ruolo decisivo che svolsero nell'aiutare Carlo ad acquisire un'ideologia del potere, capace di proiettarlo in una dimensione politica nuova, assimilabile a quella degli imperatori cristiani dell'antica Roma.
Man mano, inoltre, che cresceva la sua potenza, il sovrano vedeva attribuirsi dalla curia pontificia prerogative e funzioni che erano proprie dell'imperatore bizantino. Nello stesso tempo anch'egli mostrava di ispirarsi al modello imperiale romano e in particolare a Costantino, che cerc di imitare nelle sue azioni pi significative, tra cui la fondazione di Costantinopoli. Fond, infatti, anch'egli una citt capitale, Aquisgrana (oggi Aachen, in Germania), ispirandosi ai modelli antichi nella disposizione e nella forma degli edifici.
Lo si vede soprattutto dai tre edifici, che il biografo Eginardo considera pi qualificanti: l'aula del palazzo, la basilica e il portico. L'aula fu esemplata su quella costantiniana di Treviri e destinata a cerimonie e assemblee; il che segna il superamento della tradizione franca della hall come luogo di riunione e banchetto, dormitorio comune della famiglia e della corte: usi a cui furono destinati altri locali del palazzo. La basilica, a pianta centrale e a forma di ottagono articolato in due piani sovrapposti, ebbe a modello la chiesa di S. Vitale di Ravenna, che a sua volta ripeteva l'architettura della cappella palatina di Costantinopoli. Aula e cappella, che per comodit avrebbero dovuto essere vicine, furono invece tenute distanti e collegate mediante una galleria coperta, cos come avveniva in et tardo-antica nei palazzi imperiali. Nonostante per questa assunzione a tutti i livelli di modelli imperiali, Carlo continuava nei suoi atti ufficiali a far uso dei titoli tradizionali di "re dei Franchi, re dei Longobardi e patrizio dei Romani"; ma sul finire dell'VIII secolo un concorso fortuito di circostanze gli consent di conseguire un solenne riconoscimento del ruolo politico che si era conquistato in Europa.
Dal 797 occupava il trono di Costantinopoli l'imperatrice Irene, che si era impadronita della corona, facendo accecare e imprigionare il figlio Costantino VI, e arrecando grave danno al prestigio della dignit imperiale, talch gli Annali dell'abbazia di Lorsch, in Germania, potevano registrare che "era venuto meno allora presso i Greci il nome di imperatore ed essi erano governati da una donna (femineum imperium apud se habebant)". A questa situazione di sostanziale vacanza al vertice della massima istituzione politica della Cristianit si aggiungeva la debolezza dello stesso papato, retto dal 795 da papa Leone III, fortemente contestato da esponenti della nobilt romana, che lo accusavano di spergiuro e adulterio. La situazione precipit il 25 aprile del 799, quando il papa, che si stava recando in processione a S. Lorenzo in Lucina, fu aggredito, ferito e imprigionato nel monastero di Sant'Erasmo, dal quale pot uscire solo grazie all'intervento di due missi franchi (di questi funzionari regi parleremo tra poco). Raggiunto Carlo a Paderborn, in Germania, e implorato il suo aiuto, fu sotto buona scorta riaccompagnato a Roma, dove il re stesso giunse il 24 novembre dell'800. Poich le accuse contro il pontefice erano assai gravi, fu convocata per il 1 dicembre una grande assemblea di prelati e di laici, davanti alla quale il 23 di quello stesso mese Leone Terzo giur sulla propria innocenza, ottenendo cos la riabilitazione.
Le fonti non ci dicono cosa sia avvenuto nei ventitre giorni intercorsi tra la convocazione dell'assemblea e il giuramento del pontefice, ma  difficile che siano stati tutti dedicati all'esame del suo comportamento e di quello degli aristocratici che lo avevano aggredito. Certo  che due giorni dopo, nella chiesa di S. Pietro, durante la celebrazione liturgica del Natale, Leone Terzo pose sul capo di Carlo una corona, mentre il popolo romano ripeteva per tre volte l'acclamazione: "A Carlo augusto, coronato da Dio, grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria!". Su questo episodio, che ebbe una vasta eco nell'opinione pubblica del tempo ed  registrato da varie fonti, sono stati versati nel corso dei secoli fiumi di inchiostro, soprattutto per accertare il ruolo svolto dai personaggi che vi furono coinvolti: oltre a Carlo e a Leone III, il popolo romano, i conti franchi presenti alla cerimonia, i prelati dell'assemblea che aveva giudicato il papa. Le tesi prospettate, in contrasto tra di loro per il maggiore o minore credito attribuito a una piuttosto che a un'altra delle fonti oggi disponibili, ruotano intorno al problema della paternit dell'iniziativa: fu un'improvvisazione del pontefice o una cerimonia adeguatamente preparata insieme a Carlo? Da quanto si  detto finora dovrebbe emergere chiaramente che il re franco era gi da tempo culturalmente pronto per la promozione a imperatore e che le discordanze tra le fonti dipendono unicamente dal punto di vista dei loro autori, interessati ad accentuare il ruolo del papa e dei Romani o dei Franchi. La questione non  di poco conto in relazione allo sviluppo successivo dei rapporti tra Chiesa e impero. Quello che pu dirsi con certezza  che nel dicembre dell'800 arbitro della situazione era Carlo Magno e che Leone Terzo non era in grado di imporgli alcunch, come vorrebbe far credere Eginardo, biografo di Carlo. Nello stesso tempo, per, con l'atto dell'incoronazione il papa riaffermava la supremazia religiosa della Chiesa di Roma, l'unica autorit capace di dare legittimit e quindi funzione sacrale a un potere, che ormai si imponeva a gran parte della Cristianit occidentale.
Per la promozione ad imperatore Carlo Magno avrebbe potuto fare a meno del papa, solo se fosse stato in grado di ottenere quel titolo da Costantinopoli, che si considerava unica depositaria della tradizione imperiale dell'antica Roma; ma questo era impossibile, data la scarsa reputazione di cui godevano a Bisanzio i sovrani dell'Occidente, considerati ancora semibarbari. Infatti le reazioni agli avvenimenti romani della notte di Natale oscillarono tra ostilit e derisione: lo si vede dalla Cronografia della principessa bizantina Teofane, che ci presenta il novello imperatore "unto dal pontefice dalla testa ai piedi".
Anzi, appena fu ripristinata la legittimit costituzionale con la deposizione di Irene e l'ascesa al trono dell'imperatore Niceforo (802-811), scoppi un vero e proprio conflitto tra i due imperi, che termin solo nell'812, quando il nuovo imperatore Michele Primo (811-813) riconobbe a Carlo il titolo imperiale, in cambio della cessione di territori nell'Istria e nella Dalmazia, e alla rinuncia a ogni pretesa su Venezia.
Con Bisanzio la questione era risolta una volta per sempre; restava invece aperta quella dei rapporti con il papato. Per Carlo tutto era chiaro: a lui spettava la difesa della Cristianit occidentale dall'assalto dei pagani nonch la protezione e il controllo dell'apparato ecclesiastico, in modo da assicurare la diffusione della "dottrina cattolica" e il mantenimento della disciplina ecclesiastica; al papa sarebbe spettato soltanto pregare per assicurare la protezione divina sugli eserciti imperiali e sul popolo cristiano. Il papato per non poteva accettare un ruolo cos marginale, per cui dopo la morte dell'imperatore la questione fu riaperta e, questa volta, in un contesto politico alquanto diverso.


L'ordinamento pubblico carolingio

Intanto la stretta compenetrazione tra Stato e Chiesa sotto la guida del potere politico andava al di l dell'ambito ideologico, per tradursi in concreta azione di governo. Mentre, infatti, agli ecclesiastici si conferivano incarichi di natura politica e il compito di fare da contrappeso al potere dei conti, i funzionari pubblici venivano incaricati di assistere i vescovi nell'espletamento delle loro funzioni religiose. Ma andiamo per ordine.
Innanzitutto va precisato che Carlo Magno non aveva n i mezzi n la volont di rendere perfettamente omogenei i vasti territori soggetti al suo dominio. In essi, pertanto, come gi si  visto per l'Italia longobarda, rimasero in vigore gran parte degli ordinamenti e delle leggi preesistenti, soprattutto nell'ambito del diritto privato. Novit di carattere legislativo si ebbero per lo pi in materia di diritto pubblico e di funzionamento dell'apparato ecclesiastico. L dove non giunse a costituire regni dotati di larga autonomia e affidati ai figli, come in Aquitania e in Italia, Carlo mir a creare distretti pi o meno grandi e territorialmente coerenti, a capo dei quali pose funzionari pubblici con il titolo di conte e con il compito di provvedere soprattutto alla difesa e all'amministrazione della giustizia. Nelle zone di nuova conquista o di frontiera, dove era necessario un maggiore impegno militare, i distretti, chiamati marche, avevano una maggiore estensione ed erano affidati a funzionari chiamati marchesi. Grandi distretti erano anche i ducati, alcuni dei quali ebbero un carattere nazionale, nel senso che rappresentavano una forma di riconoscimento dell'identit nazionale di alcuni popoli, ancora recalcitranti a un pieno inserimento nel mondo carolingio, come i Bavaresi e i Bretoni, Conti, marchesi e duchi erano reclutati a volte sul posto, ma l dove era necessario esercitare un pi efficace controllo su popolazioni irrequiete si attingeva alla schiera dei vassalli diretti del re o alle famiglie in pi stretto contatto con la corte franca. In breve tempo, tuttavia, gli immigrati franchi si radicarono sul posto, per cui divenne normale che i funzionari pubblici avessero una base patrimoniale pi o meno grande e saldi rapporti familiari all'interno del distretto loro affidato. La loro opera era ricompensata non soltanto con il prestigio e la potenza che la carica (honor) comportava, ma anche con i proventi di multe e confische e, soprattutto, con il reddito prodotto dai beni terrieri, che costituivano la normale dotazione della carica (res de comitatu). Senza contare poi che il conte, marchese o duca spesso gi deteneva dal sovrano terre in feudo o le riceveva posteriormente all'entrata in carica, volendo il re accoglierlo tra i suoi vassalli, per assicurarsene ancora di pi la fedelt. Il risultato di tutto questo fu che nelle mani del funzionario pubblico veniva a concentrarsi un vasto patrimonio, formato da terre che egli deteneva a titoli diversi, alcune in quanto beni di famiglia (allodi), altre come beneficio in quanto vassallo del re, altre infine a titolo di compenso per la carica pubblica che ricopriva. La distinzione, chiara a livello giuridico, lo era assai meno nella realt concreta, per cui si tendeva a far s che le res de comitatu si confondessero con le altre ed entrassero a far parte del patrimonio della famiglia, unitamente alla carica pubblica. Si trattava di un processo spontaneo, che il sovrano n poteva n voleva contrastare, dato che la preoccupazione maggiore era quella di avere funzionari fedeli; e davano maggiori garanzie quelli che provenivano da famiglie, che gi da tempo avevano dato prova di affidabilit.
Quello che invece era possibile fare, ed effettivamente si fece, fu di tenere sotto controllo i conti (lo stesso valeva ovviamente anche per marchesi e duchi), insediando all'interno dei loro distretti un gran numero di vassi dominici (i fedeli diretti del re). Essi erano sottoposti alla giurisdizione dei conti, sotto il cui comando raggiungevano l'esercito regio, ma la loro presenza all'interno della contea costituiva pur sempre un fattore di equilibrio rispetto al potere dei funzionari pubblici. Per raggiungere lo stesso scopo, si fece un ricorso sempre pi ampio all'immunit, un istituto giuridico nato in et romana, per sottrarre al fisco le terre del demanio imperiale, ma che gi allora e poi sempre pi frequentemente in et merovingia era stato adottato a favore di chiese e monasteri. All'originaria immunit fiscale ne era stata aggiunta per anche un'altra di carattere giurisdizionale, per cui nelle terre immuni non poteva entrare nessun funzionario pubblico per riscuotere imposte e per compiere arresti o altri atti di polizia, che erano demandati all'immunista, al titolare cio di quella speciale concessione. La presenza di enti immunitari all'interno della contea, creando isole di giurisdizione sottratte all'autorit del conte, ne riduceva ovviamente l'autorit, ma ancora una volta costituiva un freno alla crescita della sua potenza. Si volle evitare, tuttavia, un suo completo esautoramento, raccomandando agli enti ecclesiastici di procedere in accordo con il funzionario pubblico nella designazione dell'avvocato, l'agente che, per conto del vescovo o abate, provvedeva al mantenimento dell'ordine pubblico all'interno del territorio immune. Vedremo nel prossimo capitolo gli esiti di questo meccanismo di pesi e contrappesi.

Ora soffermiamoci sul funzionamento complessivo dell'ordinamento carolingio.
L'amministrazione dell'impero faceva capo al palazzo (palatium), termine che indicava sia la residenza del sovrano sia l'insieme dei funzionari e dei dignitari di corte, che formavano il suo seguito e svolgevano compiti particolari. Tra essi avevano un ruolo di primo piano tre ufficiali, che erano i pi stretti consiglieri dell'imperatore: l'arcicappellano, capo dei chierici del palazzo e preposto a tutti gli affari di natura ecclesiastica; il cancelliere, anch'egli un ecclesiastico, capo del personale addetto alla redazione di diplomi, lettere del re, testi legislativi; il conte o, pi spesso, i conti palatini, responsabili dell'amministrazione della giustizia, ma a volte incaricati anche di missioni speciali come delegati del re. Tra il personale di palazzo l'imperatore sceglieva di solito, ma non necessariamente, anche i missi dominici, vale a dire gli ispettori che ogni anno, a due a due (un laico e un ecclesiastico, in genere un vescovo) avevano il compito di visitare una determinata contea (o marca o ducato), per controllare l'operato sia degli ecclesiastici sia dei funzionari laici. I loro poteri erano assai ampi, dato che rappresentavano in tutto e per tutto l'imperatore, al quale dovevano fare rapporto al loro ritorno.
Questi funzionari, ai quali altri se ne aggiungevano di rango inferiore, nel loro insieme davano vita a un'amministrazione che indubbiamente rappresentava un progresso rispetto ai precedenti regni romano-germanici, ma che neanche lontanamente poteva reggere il confronto con quella di Costantinopoli. Tra l'altro la corte, con tutti i suoi dignitari e funzionari, non aveva una sede fissa, ma si spostava da un posto all'altro, per consumare in loco le risorse delle ville imperiali, le quali, data l'assenza di una regolare tassazione diretta, costituivano la fonte principale di entrata per lo Stato. La mobilit della corte assicurava poi un rapporto pi stretto con le realt locali, anche se gli spostamenti avvenivano solo nell'ambito delle regioni centrali dell'impero e sempre pi lunghi diventavano i soggiorni ad Aquisgrana.


7.7
L'attivit legislativa di Carlo Magno

Oltre che mediante i missi dominici, Carlo Magno cerc di dare un minimo di omogeneit all'impero attraverso un'intensa attivit legislativa, di cui erano espressione i capitolari, leggi formate da brevi articoli (capitulo) ed emanate nel corso di annuali assemblee dette placiti. Se ne tenevano in genere due all'anno: una a porte chiuse in ottobre, alla quale partecipavano i principali consiglieri e gli esponenti dell'alta aristocrazia, e nella quale si aveva uno scambio di idee sui problemi pi importanti del momento; l'altra, il placito generale, a maggio, con la partecipazione anche dei funzionari minori e di tutti i vassalli regi. La materia trattata nei capitolari riguardava, come si  detto, soprattutto il diritto pubblico e l'organizzazione ecclesiastica; ma alcuni di essi, i cosiddetti capitularia gibus addenda, si configuravano come integrazione alle leggi nazionali dei popoli che facevano parte dell'impero, intervenendo nel diritto privato e in quello penale.
Frequenti furono gli interventi legislativi in campo economico, sia per migliorare la gestione delle ville appartenenti al fisco regio (famoso  il Capitolare de villis) sia per proteggere le popolazioni rurali e il ceto dei piccoli proprietari fondiari, che costituivano ancora la base dell'esercito di popolo, dalla pressione della grande aristocrazia. Si cerc cos di frenare l'incetta dei prodotti agricoli da parte dei grandi proprietari, i quali, approfittando della povert dei contadini, acquistavano il grano al tempo del raccolto e lo rivendevano alla vigilia del raccolto successivo, quando cominciava a scarseggiare, realizzando notevoli guadagni. Sempre per proteggere i ceti meno abbienti, si tent anche di impedire eccessivi aumenti dei prezzi, fissandoli con un capitolare del 794. Si trattava, per, di interventi che difficilmente riuscivano a sortire l'effetto sperato, perch l'imperatore non aveva i mezzi per far rispettare le sue decisioni. L'esiguo apparato amministrativo, di cui poteva disporre, era infatti pur sempre formato da uomini provenienti da quella stessa classe sociale, che i provvedimenti regi si proponevano di colpire e con la quale ovviamente i funzionari pubblici erano solidali.
Attraverso i capitolari si riport un po' di ordine anche nel settore fiscale e monetario.
Dato che la scarsit di monete in circolazione e la mancanza di un capillare apparato burocratico rendevano impossibile ripristinare il sistema di imposte fondiarie in uso nel mondo romano, si regolament la riscossione di dazi e pedaggi su strade, ponti, valichi, in modo da non ostacolare ulteriormente gli scambi commerciali, gi poco fiorenti.
Allo stesso scopo miravano gli interventi in campo monetario, attraverso i quali si cerc di riportare sotto il controllo regio l'attivit delle zecche private, evitando che fossero messe in circolazione monete dotate di scarso prestigio, perch contenenti una piccolissima quantit di metallo prezioso. Data la scarsit dell'oro, tesaurizzato nelle chiese o esportato in Oriente, si punt, come si  gi accennato nel capitolo precedente, sulla coniazione di monete d'argento, il cui valore era pi aderente al livello degli scambi commerciali del tempo. La moneta circolante divenne allora il denaro, anche se nelle contrattazioni di beni di pi alto valore si continuava, per comodit, a far uso del soldo, divenuta una moneta di conto, cio non effettivamente coniata. I pagamenti erano fatti invece in denari, quotati 12 a 1 rispetto al soldo.


7.8
La riforma di chiese e monasteri

Non pochi capitolari furono dedicati alla riforma della Chiesa e dei monasteri. Si trattava di continuare l'opera di restaurazione ecclesiastica, intrapresa al tempo di Pipino il Breve da Bonifacio, e di estenderla a tutto l'impero.

In essa Carlo si impegn a fondo, e lo stesso fece Ludovico il Pio, suo figlio e successore.
Il motivo non era solo di carattere religioso, ma anche politico: gli ecclesiastici di corte venivano, infatti, elaborando la concezione di un impero coincidente con la comunit cristiana e retto in piena unit di intenti dall'imperatore e dal papa, sulla base di principi enunciati da papa Gelasio agli inizi del Quinto secolo.  vero che l'iniziativa era tutta nelle mani di Carlo Magno, che direttamente o indirettamente sceglieva vescovi e abati, ma egli era perfettamente consapevole delle sue responsabilit anche in ambito religioso, per cui fu molto attento nelle scelte: avere buoni vescovi e abati significava garantire il corretto funzionamento delle istituzioni ecclesiastiche, che, assicurando l'inquadramento della popolazione, contribuivano anche a dare stabilit al dominio carolingio.
Non era un caso perci che alla conquista di nuovi territori seguiva subito, insieme all'opera dei missionari, l'introduzione dei modelli organizzativi della Chiesa franca, articolata in province, diocesi e pievi: le prime erano rette da arcivescovi e comprendevano al loro interno un numero pi o meno grande di diocesi, che, a loro volta, erano divise in grandi circoscrizioni parrocchiali, dette pievi. Sia presso le pievi sia presso le chiese cattedrali (chiamate cos perch vi era collocata la cattedra del vescovo o dell'arcivescovo) viveva e operava un certo numero di chierici, tra i quali i capitolari carolingi cercarono al pi riprese di ripristinare la vita comune, come era stata praticata nelle prime comunit di preti e diaconi, formatesi intorno ai vescovi in et tardo-antica.
Uguale zelo si mostr anche nell'opera di riforma dei monasteri, che un po' dovunque erano sorti in et merovingia. Alla loro origine c'era l'opera convergente di monaci irlandesi e anglosassoni, che una sorta di inquietudine religiosa aveva portato in giro per l'Europa romano-germanica, e della nobilt franca, la quale, attraverso la protezione ai monasteri fondati da quei santi monaci, dava un ulteriore fondamento alla protezione militare e politica, che gi esercitava sulle popolazioni, soprattutto rurali. Molti di quei monasteri, ai quali venivano preposti come abati e badesse esponenti delle stesse famiglie nobili che li fondavano, erano per ben presto decaduti e avevano perso ogni prestigio religioso.
Vi avevano contribuito l'affievolirsi della disciplina interna e la dispersione del loro patrimonio ad opera di non pochi abati, i quali avevano pi familiarit con le clientele militari e le pratiche di governo che con i testi sacri e le funzioni liturgiche. Carlo Magno avvi perci un'opera di restaurazione della disciplina monastica, che sar portata a pieno compimento da Ludovico il Pio e dal suo consigliere Benedetto d'Aniane, e che fu attuata attraverso l'imposizione a tutti i monasteri della regola di san Benedetto, fino ad allora non ancora molto diffusa in Europa.
Per attuare questo vasto progetto di riforma, fu considerato indispensabile elevare il livello culturale di monaci e chierici. Furono istituite perci scuole presso le chiese cattedrali e i monasteri, nelle quali, oltre alle arti del trivio (grammatica, retorica e dialettica e del quadrivio (aritmetica, geometria, musica e astronomia), si insegnavano anche la teologia, il canto gregoriano e le norme (canoni) che regolavano la vita della Chiesa. Queste scuole venivano frequentate anche da esponenti delle famiglie nobili, destinati alla carriera di funzionari e amministratori pubblici. Desiderio di Carlo Magno sarebbe stato, tuttavia, quello di estendere a tutti i sudditi i benefici dell'istruzione, per cui pi volte sollecit i rettori delle pievi a istituire scuole rurali per i fanciulli.


7.9
La rinascita carolingia

Il rilancio dell'istruzione scolastica, dopo almeno due-tre secoli in cui solo in pochissimi centri monastici si era mantenuta in vita una qualche attivit di studio, traeva impulso da un gruppo di intellettuali, ovviamente ecclesiastici, che Carlo riun presso la sua corte di Aquisgrana, dando vita a quella che viene comunemente chiamata Accademia o anche Schola palatina. Non si tratt per n di una vera e propria scuola con programmi regolari di studio n di un'accademia in senso moderno, con una propria organizzazione e con organi direttivi, quanto piuttosto di un cenacolo di uomini di varia cultura, animato dal monaco anglosassone Alcuino di York, responsabile della riorganizzazione delle scuole nell'impero. Altri intellettuali eminenti, che soggiornarono ad Aquisgrana, contribuendo all'istruzione dei figli dei funzionari e dei dignitari di corte, furono lo storico longobardo Paolo Diacono, i grammatici Pietro da Pisa e Clemente Scoto, i poeti e teologi Paolino di Aquileia e Teodulfo di Orlans. Pi tardi rispetto a loro arriv Eginardo, che dopo la morte di Carlo Magno, nell'814, ne scrisse la biografia, prendendo a modello lo storico romano Svetonio.
Espressione e, nello stesso tempo, strumento assai importante della rinata attivit di studio e di recupero dei testi di autori classici e della bassa latinit fu la nuova scrittura carolina, che grazie alla sua leggibilit ebbe una grande diffusione in tutta Europa. Fu possibile cos mettere fine al particolarismo grafico, vale a dire al proliferare di scritture a carattere locale, spesso poco chiare, che erano di ostacolo a una pi ampia circolazione dei testi.
Come vedremo nel prossimo capitolo, l'imponente costruzione politica realizzata da Carlo Magno entr in crisi dopo la sua morte; ma questo non imped che continuasse la rinascita culturale, che anzi raggiunse il suo culmine dopo la met del Nono secolo, al tempo di Carlo il Calvo. Ci fu possibile, perch la sua base era costituita non tanto dai dotti della corte, quanto piuttosto dalle scuole e dai centri scrittori sorti presso monasteri e chiese vescovili. Sul finire di quel secolo la crisi del mondo carolingio si manifest anche sul piano culturale e religioso, ma essa fu meno grave che negli altri campi. In ogni caso non valse a cancellare quel patrimonio di cultura che, grazie all'apporto dei dotti chiamati da Carlo Magno anche da terre non soggette al suo dominio, aveva ormai un carattere non pi nazionale ma europeo, e come tale era destinato a diventare una componente essenziale della civilt dell'Europa occidentale.
L'opera degli uomini di Chiesa andr, peraltro, al di l dello stesso ambito culturale e religioso, dato che saranno essi a mantenere in vita anche nei momenti di pi acuta crisi politica, e sia pur in maniera a volte contraddittoria, l'idea dello Stato come fonte di ogni potere di comando e dell'impero come garante della pace e, in quanto tale, superiore alle varie dominazioni territoriali.


Il dibattito
storiografico

LE SPERIMENTAZIONI DEL POTERE


Nel corso della seconda met del Novecento si  andato progressivamente esaurendo il dibattito storiografico, assai vivace nei decenni precedenti, sull'incoronazione imperiale di Carlo Magno: dibattito che ha registrato un chiaro orientamento verso la tesi gi enunciata nel titolo del libro di L. Halphen, Charlemagne et l'empire carolingien, Paris, Michel, 1947, secondo il quale la dignit imperiale conferita alla persona di Carlo Magno andava tenuta distinta dalla nascita del nuovo impero, inteso come istituzione politica ispirata a modelli romani e cristiani, che fu invece opera, come si vedr nel capitolo seguente, della cultura giuridica e degli uomini di Chiesa dei primi decenni del Nono secolo. L'attenzione degli storici si  concentrata, invece, piuttosto sul funzionamento dell'apparato pubblico carolingio, che si  venuto rivelando meno omogeneo e compatto di quello che si era creduto nel passato, per cui  entrata in crisi la visione tradizionale della perfezione delle istituzioni create da Carlo, alla quale sarebbe seguito ben presto un progressivo deterioramento: lo ha osservato Giuseppe Sergi in un brillante saggio di sintesi, al quale si rinvia per un quadro pi articolato del problema. Qui si richiamano, per un primo approccio al nuovo orientamento storiografico, solo alcuni punti.
Cos, ad esempio, gi nel 1956 W.A. Eckardt ha mostrato che non corrisponde alla realt la convinzione che solo con i successori di Carlo Magno i missi dominici fossero diventati inamovibili, radicandosi nel territorio nel quale svolgevano il loro ministero (detto "missatico"), mentre in precedenza sarebbero stati nominati solo per compiti particolari e in ambiti territoriali di volta in volta diversi. In realt fin dall'inizio essi furono scelti all'interno delle famiglie pi importanti del luogo, di cui contribuirono a consolidare il prestigio, e svolsero per lo pi la loro funzione in maniera permanente; nel caso dei vescovi il missatico coincise con la loro diocesi.
Nuove acquisizioni si sono avute anche per un'altra figura emblematica dell'ordinamento carolingio, il conte, vale a dire il pi alto funzionario regio che, potendo essere sostituibile, era considerato espressione di una fase in cui le istituzioni carolinge avevano funzionato bene. Si  visto infatti che in realt risaliva gi al tempo di Carlo Magno la tendenza del sovrano a orientare le sue scelte verso un numero ristretto di famiglie a lui particolarmente legate, e di queste ultime a mantenere stabilmente la carica al proprio interno, facendo leva su di essa per costruire, sia pur con esiti diversi da un luogo all'altro, spazi di potere pi o meno compatti e omogenei: un quadro quindi, quello della rete delle contee, solo apparentemente omogeneo, per cui in un saggio del 1980 K.F. Werner, direttore dell'Istituto storico germanico di Parigi, ha potuto affermare che il titolo di conte non deve far pensare affatto a una situazione di uniformit assoluta all'interno dell'Europa carolingia. Allo stesso Werner si debbono osservazioni analoghe a proposito del titolo di marchese, che a suo parere non rinvia sempre e dovunque a un determinato tipo di distretto - quello di maggiore importanza militare -, vale a dire le marche, essendo stato attribuito di frequente anche ai titolari di ampie circoscrizioni politico-territoriali a prevalente base etnica (i cosiddetti regna). Ma al di l dei varii altri esempi che sarebbe possibile fare, basta sottolineare in questa sede l'importanza delle ricerche che Giovanni Tabacco ha portato avanti per alcuni decenni in un serrato confronto con la storiografia soprattutto tedesca: ricerche, i cui risultati saranno ampiamente utilizzati anche nei prossimi capitoli. Da esse  emerso con chiarezza come anche al tempo di Carlo Magno non esistesse un ordinamento statale uniforme e ben chiaro in tutte le sue articolazioni, ma fosse piuttosto in atto un equilibrio precario tra i poteri locali, che le aristocrazie tendevano a creare anche attraverso il controllo degli uffici pubblici, e i tentativi del sovrano di coordinarli: equilibrio, destinato in seguito a diventare sempre pi precario e a creare il contesto in cui si realizzarono quelle che lo stesso Tabacco ha indicato, in maniera suggestiva, ma perfettamente aderente alla realt storica, come "sperimentazioni del potere".

Il saggio di Sergi, L'Europa carolingia e la sua dissoluzione,  in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. II, pp. 231-262.
Di Sergi si veda anche il volume I confini del potere. Marche e signorie fra due regni medievali, Torino, Einaudi, 1995.
Di Eckardt  da vedere il saggio Die Capitularia missorum specialia von 802, in "Deutsches Archiv", 12 (1956), pp. 509-516. Del Werner si  tenuto presente il saggio Missus-marchio-comes, in Histoire compare de l'administration, Munchen, Artemis, 1980, ma si veda anche il volume Structures politiques du monde franc (VIe-XIe sicles), London, Variorum Reprints, 1979.
L'opera di Tabacco a cui si  fatto riferimento nel titolo di questo excursus storiografico  Sperimentazioni del potere nell'alto Medioevo, Torino, Einaudi, 1993, ma sono da vedere anche, oltre alle opere citate nei capitoli precedenti: Profilo di storia del Medioevo latino-germanico, Torino, Scriptorium, 1996; Le ideologie politiche del Medioevo, Torino, Einaudi, 2000.



Bibliografia

Per un inquadramento generale dell'et carolingia: i problemi dell'Occidente nel secolo VIII, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, 1973; Nascita dell'Europa ed Europa carolingia: un'equazione da verificare, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, 1981; R. Mckitterich The Frankish Kingdoms under the Carolingianx, London-New York, Longman, 1983; I Deug-Su, Cultura e ideologia nella prima et carolingia, Roma, Istituto storico italiano per il Medioevo, 1984; P. Rich, i Carolingi una famiglia che ha fatto l'Europa, Firenze, Sansoni, 1988.
Per le istituzioni carolinge: J. Ellul, Storia delle istituzioni: il Medioevo Milano, Mursia, 1976; M. Caravale, Ordinamenti giuridici dell'Europa medievale, Bologna, il Mulino, 1994; M. Ascheri, Istituzioni medievali, Bologna, il Mulino, 1994 (2a ed. 1999).
Per le origini del feudalesimo: M. Bloch, La societ feudale, Torino, Einaudi, 1987 (ed. orig. 1939-1940); R. Boutruche, Signoria e feudalesimo, Bologna, il Mulino, 1971-1974; G. Sergi, Lo sviluppo signorile e l'inquadramento feudale, in La Storia, cit., vol. II, pp. 367-393.
Per la riforma di chiese e monasteri, per i rapporti tra enti religiosi e dinamiche politico-sociali, e per la vita religiosa in generale: Agiografia alto medievale, a cura di S. Boesch Gajano, Bologna, il Mulino, 1976; M.C Muzzarelli, Una componente della mentalit occidentale: i Penitenziali nell'alto Medioevo, Bologna, Patron, 1980; F. Kempf-H.G. Beck-E. Ewigl J.A. Jungmann, Il primo Medioevo, vol. Quarto della Storia della Chiesa, dir. da H. Jedin, Milano, Jaca Book, 1983; F. Prinz, Ascesi e cultura. Il monachesimo benedettino nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1983; Mnchtun Kirche-Herrschaft 750-1000, a cura di D.R. Bauer-R. Hiestand-B. Kasten Sigmaringen, Thorbecke, 1998.
Per la rinascita carolingia: Libri e lettori nel Medioevo. Guida storica e critica, a cura di G. Cavallo, Roma-Bari, Laterza, 1977; P. Rich, coles et enseignement dans l'Occident chrtien de la fin du Ve siecle au milieu XIe siecle, Paris, Aubier Montaigne, 1979; A. Barbero, Carlo Magno, padre dell'Europa, Roma-Bari, Laterza, 2000.
Pagine interessanti sulla memoria di Carlo Magno nel corso dei secoli, e dell'Ottocento in particolare, ha scritto G. Albertoni, L'Italia carolingia Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1997.





LO SVILUPPO DEI RAPPORTI FEUDALI

8.1
Le difficolt della successione imperiale

La grandiosa costruzione politica, realizzata da Carlo Magno grazie alla sua figura di capo carismatico e alla sua capacit di valorizzare le competenze e i consigli dei collaboratori pi stretti, rivelava, come si  accennato, non pochi elementi di debolezza e di contraddizione, riconducibili al persistere di tradizioni di origine franca, non del tutto compatibili con i modelli di organizzazione politica che andavano elaborando gli intellettuali di corte. Il problema pi grave era quello della successione, per la quale il sovrano mostr di volersi attenere alla tradizione franca: nell'806 divise quindi i suoi domini tra i tre figli, assegnando al primogenito Carlo la maggior parte della Francia e le conquiste orientali, a Ludovico (il Pio) l'Aquitania e a Pipino l'Italia con la Baviera, e rinviando a un altro momento la designazione del successore al titolo imperiale. Ad eliminare per ogni incertezza, intervenne la morte prematura di Carlo e Pipino, per cui Ludovico nell'814 raccolse l'intera eredit paterna, compreso il titolo imperiale.
Egli era diverso da Carlo Magno sia per temperamento sia per la concezione che aveva del suo ruolo, essendo portato ad accentuare il carattere sacro del potere imperiale e, quindi, ad attuare una pi stretta compenetrazione tra Stato e Chiesa (o, meglio, tra regno e sacerdozio, come allora si diceva), accomunati nell'unica finalit di guidare la comunit cristiana verso la salvezza eterna. Una delle sue prime preoccupazioni fu pertanto quella di risolvere proprio il problema della successione, che rischiava di mettere in crisi il carattere unitario e universale dell'impero. Gi nell'817 eman perci una costituzione (ordinatio imperii), con la quale proclam l'indivisibilit dell'impero, che veniva destinato al primogenito Lotario, mentre agli altri due figli Pipino e Ludovico (detto poi il Germanico) assegnava territori periferici, quali l'Aquitania con la marca spagnola al primo e la Baviera al secondo. Lotario venne subito associato al governo e mandato in Italia, dove oper in maniera energica, emanando nuovi capitolari e imponendo nell'824 alla Sede Pontificia la famosa Constitutio romana, con la quale si stabiliva che il papa, regolarmente eletto dal clero e dal popolo romano, avrebbe dovuto prestare giuramento di fedelt all'imperatore prima di essere consacrato, vale a dire prima di prendere possesso della carica.
Ludovico per, debole com'era di carattere e per giunta con la seconda moglie Giuditta di Baviera molto pi intraprendente di lui, non riusc n ad attuare il proposito di non dividere ulteriormente il territorio dell'impero n a tenere a bada i figli minori, intorno ai quali si venivano coagulando gli interessi di famiglie aristocratiche e delle popolazioni dei territori periferici. Ne nacquero tensioni e scontri armati, che videro alla fine lo stesso Lotario ribellarsi al padre insieme ai fratelli. Per far fronte alla situazione, l'imperatore non trov di meglio che cercare di allargare la schiera dei suoi vassalli, moltiplicando le concessioni di benefici. Se, per, questo sembr produrre qualche effetto nell'immediato, alla lunga il rimedio si rivel inefficace, anche perch cos si impoveriva il patrimonio del fisco, che, come si  detto, costituiva la principale fonte di reddito per la monarchia.
Ugualmente ambivalente fu l'apporto degli uomini di Chiesa, che, proprio in coincidenza con la crisi profonda in cui stava cadendo l'impero, presero a definirne meglio la fisionomia sul piano dottrinale, insistendo sulla sua indivisibilit e sulla sua natura sacrale.
Essi per, soprattutto Agobardo arcivescovo di Lione e Giona vescovo di Orlans, enunciarono un principio nuovo, gravido di conseguenze per i secoli futuri: quando l'imperatore, per un qualsiasi motivo, non era in grado di assolvere ai suoi compiti di garante della pace e della giustizia, spettava alla Chiesa intervenire per guidarne l'azione e giudicarne il comportamento. In questo modo si ponevano le premesse per gli interventi dei pontefici nella sfera politica: interventi che porteranno alla rivendicazione di un vero e proprio dominio indiretto del papa sulle cose temporali (potestas indiretta in temporalibus), in quanto interprete qualificato della legge di Dio.
La situazione precipit con la morte di Ludovico il Pio, per cui si giunse allo scontro frontale tra Lotario e i fratelli Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo, succeduto nell'838 a Pipino. Dopo aver sconfitto l'imperatore a Fontenoy presso Auxerre, i ribelli stipularono nell'842 a Strasburgo un patto solenne, promettendosi aiuto reciproco alla presenza dei loro eserciti. Per farsi capire dai soldati del fratello, provenienti dalle regioni dell'attuale Francia, Ludovico il Germanico giur in lingua romana, cio in francese; per lo stesso motivo Carlo il Calvo si espresse in lingua teudisca, cio in tedesco, la lingua parlata dalle truppe di Ludovico. In questa maniera i due fratelli mostravano di avere chiara coscienza delle differenze etniche e linguistiche delle popolazioni dei loro rispettivi domini.
Il trattato di Verdun, che Lotario fu costretto ad accettare nell'843, sanc la definitiva divisione dell'impero: a Carlo il Calvo and la parte occidentale (Neustria, Aquitania e marca spagnola), a Ludovico il Germanico la parte orientale (Carinzia, Baviera, Alemannia, Turingia, Sassonia), a Lotario la parte centrale, vale a dire un ampio territorio, che dall'Italia centro-settentrionale, attraverso le attuali Provenza, Borgogna, Lorena e Olanda, arrivava al mare del Nord. Lotario conservava il titolo imperiale e una teorica superiorit sui regni dei fratelli, ma in realt al di fuori dei suoi domini non aveva alcun potere effettivo.

La sua posizione era poi ulteriormente indebolita dalla mancanza di omogeneit geografica, etnica e linguistica dei territori a lui soggetti, le cui parti transalpine nel giro di un trentennio finirono, infatti, con l'essere assorbite dai due regni vicini, che divennero cos confinanti. L'imperatore mor nell'855. Gli successe il figlio Ludovico II, che fu a lungo impegnato in Italia nella lotta contro i Saraceni, ai quali tolse Bari nell'871. Alla sua morte, nell'876, lo zio Carlo il Calvo consegu, con il dominio dell'Italia, anche la corona imperiale.
Nell'884 poi una fortunata coincidenza, vale a dire l'esaurirsi della discendenza diretta di Carlo il Calvo, permise al figlio di Ludovico il Germanico, Carlo il Grosso, di riunire di nuovo nelle sue mani tutta l'eredit di Carlo Magno.
Veniva cos coronato il sogno degli uomini di Chiesa di vedere ripristinata l'unit imperiale. Si tratt, per, di una restaurazione del tutto effimera, dato che gi nell'887 l'imperatore, rivelatosi impotente a fronteggiare le incursioni dei Normanni e gli intrighi della grande aristocrazia, ormai arbitra del potere, fu costretto ad abdicare e a ritirarsi in un monastero, dove mor l'anno dopo. Nella parte orientale venne elevato al trono e alla dignit imperiale Arnolfo di Carinzia; in Francia diventava re Oddone, conte di Angers (887-898), distintosi nella difesa di Parigi assediata dai Normanni; il regno d'Italia fu infine attribuito da un'assemblea di nobili a Berengario, marchese del Friuli, appartenente a una famiglia imparentata con i Carolingi.


8.2
La dissoluzione dell'ordinamento pubblico

La dissoluzione dell'impero andava per molto al di l del semplice smembramento in tre regni, dato che invest l'organizzazione politica del mondo carolingio a tutti i livelli, manifestandosi anche all'interno dei regni, delle contee e delle altre circoscrizioni pubbliche.
Ne fu coinvolta la stessa organizzazione ecclesiastica; il che non desta sorpresa, data la stretta compenetrazione tra Stato e Chiesa, che era stata realizzata ai tempi di Carlo Magno e di Ludovico il Pio. Nel passato la responsabilit maggiore veniva attribuita ai rapporti vassallatico-beneficiari, che avrebbero minato dall'interno l'ordinamento carolingio, consentendo ai conti e agli altri funzionari pubblici di considerare le loro cariche alla stregua di normali feudi e, come tali, trasmissibili ai loro eredi: i feudi, infatti, fin dall'inizio avevano mostrato la tendenza alla ereditariet. Oggi invece si ha di quel periodo una visione pi completa e articolata. Certamente gi nel corso del Nono secolo l'assimilazione tra honor comitale e beneficio vassallatico era pienamente in atto, e assai debole e discontinua era la capacit delle monarchie di coordinare in qualche maniera i poteri locali. Il fenomeno aveva, per, una portata pi grande e investiva, come si  detto, anche le contee, al cui interno il conte non riusciva ad esercitare una reale egemonia sui minori centri di potere. Fin pertanto con il limitare il suo raggio d'azione ai territori posti sotto il suo diretto controllo, costituiti dai beni di famiglia, dalle terre avute in feudo e da quelle che formavano l'appannaggio della carica pubblica; sulla parte restante della contea la sua egemonia era legata pi al suo dinamismo militare e alla capacit di mantenere clientele armate che al suo ruolo di funzionario regio. Accadde, inoltre, che egli stesso contribuisse non di rado alla dissoluzione dell'ordinamento pubblico, superando i confini della sua circoscrizione e creandosi salde basi di potere all'interno delle contee circostanti.
Strumento essenziale di dominio era la disponibilit di un gran numero di vassalli, che ormai, nel mentre si riducevano di numero quelli legati direttamente al re, facevano capo anche ai conti e ad altri signori locali. Era infatti del tutto privo di applicazione il capitolare del 778-779, che stabiliva il divieto per i potenti di circondarsi di seguiti armati.
Il conte - ma lo stesso valeva ovviamente per marchesi e duchi - operava quindi all'interno e all'esterno del suo distretto in concorrenza con altri poteri. Tra essi, innanzitutto le grandi signorie monastiche e vescovili, dotate di immunit e perci operanti in piena legalit come centri di potere autonomi. La concorrenza con il conte nasceva, per, anche dal loro espansionismo, dato che vescovi e abati pretendevano di considerare esenti dalla giurisdizione comitale non solo i territori per i quali era stata originariamente prevista tale condizione privilegiata, ma anche quelli acquisiti successivamente.
Conseguenza ancora pi grave era che l'esempio di queste potenti signorie immunitarie, veri e propri Stati nello Stato, esercitava una forte attrazione su quanti, potendo disporre a vario titolo di possessi fondiari e di clientele vassallatiche, tendevano a ritagliarsi all'interno dei distretti pubblici domini pi o meno ampi. Di qui il formarsi di signorie, i cui titolari, pur essendo sprovvisti di una formale delega da parte della monarchia, esercitavano poteri di natura pubblica, quali l'amministrazione della giustizia e la difesa del territorio, mediante la costruzione di fortezze e l'imposizione agli abitanti di prestazioni di natura militare.
Per indicare queste nuove realt dell'Europa dei secoli IX-X, la storiografia usa oggi l'espressione di "signoria bannale" (da "banno" = potere di comando per una finalit di carattere pubblico) a preferenza di quella tradizionale di "signoria feudale", che in pi di un caso pu risultare per questo periodo inesatta: non tutti i titolari di queste signorie erano infatti vassalli di qualcuno e non tutte le terre che vi erano comprese erano state oggetto di una concessione beneficiaria. A questo si giunger, come vedremo, pi tardi.
Allora invece non poche signorie erano, diremmo oggi, abusive, nel senso che taluni grandi proprietari esercitavano poteri di comando, per i quali non avevano mai ottenuto deleghe n dal re n dai suoi pi alti funzionari. Per capire come si fosse giunti cos rapidamente a un tale esito, bisogna tener presente il carattere rudimentale dell'amministrazione pubblica carolingia, la cui debolezza era in qualche modo mascherata al tempo di Carlo Magno dallo straordinario carisma dell'imperatore, ma prima ancora le condizioni complessive dell'economia e della societ del tempo, che non consentivano al sovrano di disporre dei mezzi necessari per mantenere un apparato di funzionari stipendiati: l'unico stipendio possibile era la terra, che per provocava il radicamento del funzionario su di essa e quindi la tendenza a sottrarla al patrimonio del fisco, per inglobarla in quello della propria famiglia. Il processo, gi in atto al tempo di Ludovico il Pio e di Carlo il Calvo, sub una forte accelerazione tra la fine del Nono secolo e gli inizi del Decimo a causa di eventi esterni: le nuove migrazioni di popoli e le incursioni dei Saraceni sulle coste della Francia e dell'Italia.


8-3....
Le invasioni degli Ungari

La formazione dell'impero franco nel cuore dell'Europa non era valsa a mettere fine alle migrazioni di popoli seminomadi, in continuo movimento al di l delle frontiere del mondo carolingio. Una vasta area ancora priva di stabile sistemazione etnico-territoriale era quella occupata dagli Slavi, cui gi abbiamo fatto cenno nei capitoli precedenti: area, che andava dal Baltico al Mediterraneo. Proprio in essa fecero irruzione nella seconda met del Nono secolo gli Ungari (o Magiari), provenienti dalle steppe della Russia centrale, che si stanziarono nell'895-896 in Pannonia, vale a dire nell'attuale Ungheria. Questo non cambi, per, le loro abitudini predatorie, per cui dalle nuove terre partivano ogni anno per compiere incursioni nell'Europa carolingia sia in direzione della Germania e della Francia, dove intorno al 937 raggiunsero i dintorni di Parigi, sia verso l'Italia, dove gi nell'899 giunsero fin sotto Pavia e devastarono pi volte le regioni centro-settentrionali, spingendosi nel 922 e nel 947 fin in Campania e in Puglia. N si tratt di episodi isolati, dato che le loro incursioni si ripeterono fin verso la met del Decimo secolo, toccando finanche la Spagna (943) e il Belgio (954). Ne sono state contate almeno tredici per l'Italia, dodici per la Baviera, dieci per la Sassonia, nove per la Borgogna.
Davanti a loro le formazioni politiche nate dalla dissoluzione dell'impero carolingio si rivelarono del tutto impotenti a garantire la difesa delle popolazioni e non trovarono di meglio che tentare di fermarli con l'offerta di grossi tributi in denaro o di dirottarli verso territori nemici. A fare le spese delle divisioni interne alle formazioni politiche post-carolinge furono soprattutto i monasteri ricchi di oggetti preziosi e i centri abitati privi di adeguate difese, mentre le maggiori citt riuscirono a resistere meglio, dato che gli incursori, abilissimi cavalieri e arcieri, non erano attrezzati per organizzare un lungo assedio. Ci nondimeno nel 924 Pavia sub gravi danni e dovette versare un grosso tributo in denaro.
A mettere fine alle loro scorrerie contribuirono due fatti convergenti: da un lato la riorganizzazione del regno di Germania ad opera della nuova dinastia di Sassonia, il cui maggiore esponente, Ottone I, sconfisse definitivamente gli Ungari sulle sponde del fiume Lech, presso Augusta (10 agosto 955); dall'altro l'esaurirsi della loro spinta offensiva dopo la conversione al Cristianesimo ad opera di missionari provenienti dalla Germania: conversione sanzionata nel 1001 dalla concessione della corona regia al loro capo Stefano Primo da parte di papa Silvestro II.


8.4
Le incursioni dei Saraceni

Contemporaneamente l'Europa cristiana veniva aggredita anche da sud e da nord da bande di predoni e corsari, provenienti dai paesi musulmani e dalla Scandinavia.
L'esaurirsi della spinta offensiva dei musulmani dopo la conquista della Sicilia, compiuta nel 902, non signific infatti la fine dei loro attacchi all'Occidente, che continuarono sotto forma di razzie e incursioni ad opera di bande armate, provenienti dalle regioni islamizzate dell'Africa settentrionale e della Spagna, e in seguito anche dalla Sicilia e da Creta. Ad esserne investita fu innanzitutto l'Italia, dove il pericolo dei Saraceni - come venivano chiamati quei predoni - rimase assai forte fino agli inizi dell'XI secolo. La loro pericolosit era accresciuta dalla disgregazione politica esistente nella penisola, - per cui pi ancora degli Ungari - poterono inserirsi nelle lotte tra i varii potentati locali, ora come mercenari ora come creatori di autonome dominazioni politiche. Cos costituirono emirati a Bari e a Taranto, facendone punti di partenza per incursioni in tutta Italia. L dove non riuscirono a stabilire dominazioni territoriali pi ampie, crearono nondimeno insediamenti fortificati, detti "ribat", da cui partivano per razzie nei territori circostanti.  quel che fecero in Campania, ad Agropoli (presso Salerno) e alle foci del Garigliano, e in Provenza nei pressi di Saint Tropez. Qui dall'899 e per oltre ottant'anni restarono saldamente ancorati alla loro base di Frassineto, da dove partivano per rovinose incursioni in tutta la Provenza, il Piemonte occidentale e la Liguria, arrivando a saccheggiare anche l'abbazia di S. Gallo in Svizzera. Fu solo nel 973 che il marchese di Torino e il conte di Provenza riuscirono, unendo le loro forze, a snidarli dal loro covo.
Obiettivi delle loro razzie erano sia le citt sia le grandi abbazie isolate, dove facevano man bassa di oggetti preziosi: oltre a S. Gallo, ne fecero le spese S. Pietro della Nova lesa in Piemonte nonch Farfa, S. Clemente a Casauria, Montecassino e S. Vincenzo al Volturno nell'Italia centro-meridionale. Quanto alle citt, se ovviamente erano pi esposte quelle della costa, non potevano ritenersi al sicuro neanche quelle dell'interno: Capua e Isernia furono assalite rispettivamente nell'845 e nell'846, anno in cui ci fu anche un'incursione a Roma, dove fu saccheggiata la basilica di S. Pietro in Vaticano. Oltre che di oggetti di valore, i Saraceni andavano alla ricerca anche di giovani e di donne, che poi rivendevano come schiavi sui mercati del mondo arabo.
Spesso l'unico modo per fermarli era quello di versare loro pesanti tributi in denaro, come facevano regolarmente varie citt dell'Italia meridionale. La resistenza armata ebbe invece per gran parte del Decimo secolo esiti alterni, comunque non risolutivi, non essendo riuscite le massime autorit politiche del tempo - i due imperatori d'Occidente e d'Oriente - n a collegarsi tra di loro n a coordinare in maniera efficace le iniziative a carattere locale, e ci nonostante i continui appelli papali. Rinviando ai paragrafi successivi la menzione degli episodi bellici legati a personaggi di cui si parler pi avanti, ricordiamo qui le vittorie navali che riportarono su di loro a Gaeta e a Ostia le flotte congiunte di Napoli, Gaeta e Amalfi nell'846 e nell'849, nonch quelle che nel 1004-1005 conseguirono i Bizantini al largo di Bari e Reggio Calabria, avvalendosi dell'aiuto di navi veneziane e pisane. Ormai agli inizi del nuovo millennio il mondo cristiano stava passando al contrattacco in tutto il Mediterraneo, anche se questo non imped a nuclei di pirati musulmani di mantenersi in attivit ancora per tutto il XII secolo: nel 1197, ad esempio, furono attaccate le isole di Lrins, lungo la Costa Azzurra.



APPROFONDIMENTI

Montecassino dalla prima alla seconda distruzione

Montecassino ha avuto il singolare destino di trovarsi sempre in prima linea nei momenti pi drammatici della storia d'Italia. Hanno fatto il giro del mondo le immagini dell'abbazia distrutta durante l'ultimo conflitto mondiale dai bombardamenti degli Alleati, i quali pensarono erroneamente che vi si fossero concentrate truppe tedesche. Ma non meno gravi furono le distruzioni che sub nell'Alto Medioevo.
La prima, compiuta dai Longobardi del duca Zottone intorno al 580, pu essere assunta a simbolo dell'inizio stesso del Medioevo in Italia. Allora i monaci trovarono rifugio a Roma, dove portarono con s il testo originale della regola di S. Benedetto. Sembra che l'abbandono del sacro monte non sia durato a lungo e che a un certo punto abbiano cominciato a frequentarlo degli eremiti. E certo per che la rinascita del monastero ad opera del bresciano Petronace nel 717 fu una vera e propria nuova fondazione, per la quale fu prezioso anche l'aiuto della vicina abbazia di S. Vincenzo al Volturno, fondata secondo la tradizione nel 703.
Il sostegno alla rinata abbazia da parte, prima, dei re longobardi e poi di quelli franchi si espresse non soltanto mediante generose donazioni e aiuti di ogni genere, ma anche attraverso monacazioni illustri, che contribuirono a dare a Montecassino un grande prestigio: vi si ritirarono infatti, dopo aver abdicato, il re longobardo Rachis e quello franco Carlomanno, fratello di Carlo Magno. Insieme a loro vi giunsero monaci da ogni parte d'Europa, che contribuirono a farvi rifiorire non soltanto la vita monastica, ma anche la cultura. Tra gli altri vi tenne scuola lo storico longobardo Paolo Diacono, dopo essere stato alla corte carolingia.
A interrompere questa fioritura culturale provvidero i Saraceni, i quali, partendo dalla loro base sul Garigliano, si spingevano in profondit nelle regioni interne: nell'881 fu distrutta l'abbazia di S. Vincenzo al Volturno; nell'883 fu la volta di Montecassino. L'abate Bertario e un manipolo di monaci coraggiosi non scapparono, ma si fecero trovare intenti a pregare in chiesa, dove furono tutti trucidati. I superstiti si rifugiarono prima a Teano e poi a Capua, da dove continuarono ad amministrare i vasti possedimenti dell'abbazia, in attesa che tempi migliori consentissero il ritorno sul sacro monte. Riusc a realizzarlo l'abate Aligerno (949-986), che pu essere a pieno titolo considerato il terzo fondatore di Montecassino.
E questa volta la ripresa fu ancora pi rapida, talch gi agli inizi del nuovo millennio era cominciato il "secolo d'oro" della cultura cassinese.


8-5

Le incursioni e gli insediamenti dei Vichinghi

Le regioni dell'Europa risparmiate dalle incursioni di Ungari e Saraceni furono investite invece da quelle dei Normanni (= uomini del Nord) o Vichinghi (= pirati, da vik, "baia"), che dalla Scandinavia si misero in movimento con le loro agili imbarcazioni in direzioni diverse, compiendo scorrerie e atti pirateschi, ma non disdegnando di fare soste pi o meno lunghe, per svolgere pacifici traffici con le popolazioni locali. Quelli provenienti dall'attuale Svezia, detti Vareghi o Variaghi (cio Vichinghi) si diressero verso le steppe della Russia, svolgendo un ruolo di fondamentale importanza nell'organizzazione politica di quell'immenso territorio; ma ne riparleremo diffusamente nei prossimi capitoli. Qui occupiamoci invece di quelli che si diedero a solcare i mari, dirigendosi, alcuni, verso l'Islanda e la Groenlandia (tra gli studiosi non manca chi pensa che siano arrivati fin in America), altri verso l'Inghilterra, l'Irlanda e la Francia del Nord; negli anni 859-860 si spinsero anche nel Mediterraneo, raggiungendo la Catalogna, la Provenza e la Toscana.
Sulle coste di questi paesi compivano razzie e creavano insediamenti fortificati, dai quali partivano per penetrare all'interno, risalendo i fiumi navigabili. Citt e monasteri isolati venivano assaliti e saccheggiati, se non versavano grossi tributi in denaro. Li pag anche l'imperatore Carlo il Grosso, per salvare Parigi; e gi si  detto che per il suo comportamento, giudicato poco dignitoso, fu privato del trono nell'887. I suoi successori non conseguirono per risultati apprezzabili, per cui nel 911 il re Carlo il Semplice (893-922) non trov di meglio che tentare di renderli sedentari, concedendo in feudo al loro capo Rollone l'attuale Normandia, regione del Nord della Francia in piena anarchia politica.
Accadde allora un fatto sorprendente: quella che era stata una banda di predoni riusc, nell'arco di un cinquantennio, ad assicurare al territorio un forte inquadramento politico attraverso una rete di rapporti vassallatico-beneficiari, che faceva capo al duca e che rest sempre assai salda, senza conoscere quelle forme di scollamento in atto nel resto del mondo carolingio.
Intanto anche i Danesi, che si erano diretti verso le coste dell'Inghilterra, rivelavano la tendenza a trasformarsi da razziatori in sedentari, arrivando a controllare verso la fine del Nono secolo tutta la parte centrale dell'isola, cui diedero il nome di Danelaw (= paese in cui vigeva la legge dei Danesi); non si tratt per di un dominio stabile, perch, diversamente che in Normandia, non emerse un capo capace di imporsi ai suoi uomini. Alle vicende dell'Inghilterra normanna dedicheremo pi avanti una trattazione approfondita; qui  opportuno invece tentare di delineare un quadro complessivo dell'Europa post carolingia, per cogliere le modificazioni allora in atto nelle sue strutture politiche e sociali, anche per effetto degli assalti concentrici di Ungari, Saraceni e Normanni.


8.6
L'incastellamento e la nuova organizzazione del territorio

I sovrani dei regni nati dalla dissoluzione dell'impero carolingio tentarono in qualche nodo di organizzare la difesa dei loro territori, innalzando fortezze, sbarrando i fiumi con ponti fortificati, ricostruendo o potenziando le mura delle citt. Non riuscirono per a mantenere il controllo della situazione, data l'estrema frammentazione del teatro di guerra e la grande mobilit di un nemico, che, non mirando, almeno agli inizi, a stabili conquiste, colpiva di sorpresa e si ritirava. Fu inevitabile perci coinvolgere sempre di pi nella difesa le forze locali, autorizzando la costruzione di castelli e di altre opere difensive.
D'altra parte la situazione era cos difficile, che sempre pi spesso proprietari e signori fondiari, sia laici sia ecclesiastici, prendevano l'iniziativa di fortificare le loro ville o di costruire castelli, senza attendere l'autorizzazione regia, che o si cercava di ottenere successivamente o non ci si curava neanche di farsi rilasciare.
La costruzione di un castello aveva, diremmo oggi, un impatto ambientale notevole, condizionando fortemente la vita e l'organizzazione del territorio. Intanto, il signore difficilmente lo costruiva con le sue sole forze, ma chiamava a contribuirvi gli abitanti delle terre circostanti, in considerazione del fatto che anch'essi se ne sarebbero serviti; per lo stesso motivo si sentiva autorizzato a imporre loro turni di guardia e servizi di manutenzione.
In questa maniera egli veniva a svolgere funzioni di natura squisitamente politica, rientrando la difesa del territorio nelle pochissime funzioni che si attribuivano allora al potere politico (le altre erano l'amministrazione della giustizia e la protezione di chiese e monasteri). Non  difficile per immaginare come il signore, che si imponeva per ragioni militari agli uomini del territorio protetto dal suo castello, cominciasse ben presto a diventare anche il loro giudice, attribuendosi quei compiti di natura giudiziaria, che il conte e i funzionari da lui dipendenti non erano pi in grado di svolgere. Se poi a questo si aggiunge che nel castello il signore si preoccupava di far sorgere anche una chiesa per l'assistenza religiosa sia di quelli che vi risiedevano stabilmente sia di coloro che vi si rifugiavano in caso di pericolo, si comprende come il territorio incastellato si configurasse come un organismo politico completo nelle sue attribuzioni di natura pubblica.
Alcune di queste signorie di castello erano nate, come si  detto, in maniera pi o meno abusiva, ma spesso tutto era in regola, almeno formalmente, perch all'origine di esse c'erano fortificazioni erette dal conte e da lui affidate a suoi dipendenti. Ben presto per il conte ne aveva perso il controllo, perch anche i suoi vassalli tendevano a considerare ereditaria la funzione e la fortezza loro attribuite, e quindi a trasmetterle agli eredi.
Il risultato era comunque sempre lo stesso: il potere, o formatosi in maniera spontanea o delegato dal titolare della funzione pubblica (re, conte o marchese), tendeva sempre ad esercitarsi in maniera autonoma, come se si trattasse di un bene privato. E il fenomeno che Giovanni Tabacco ha definito di "allodializzazione del potere", espressione assai efficace, per indicare appunto un potere gestito e trasmesso alla stregua di un allodio, vale a dire di un bene privato.
Il ruolo del castello andava comunque al di l della sfera politica, dato che investiva anche l'economia e la societ delle zone interessate. Innanzitutto  da precisare che con il termine "castello" i documenti medievali indicano due realt distinte: il castello in senso moderno, cio una fortezza presidiata da soldati e abitata generalmente solo dal castellano e dalla sua famiglia, in cui la popolazione dei dintorni si rifugiava solo in caso di necessit; il villaggio fortificato, vale a dire un centro abitato preesistente, che ora viene circondato di mura e fossato, e all'interno (o nei pressi) del quale il signore costruisce a volte una sua dimora fortificata. Sia nell'uno che nell'altro caso il popolamento della zona ne risulta modificato, perch gli abitanti dei piccoli agglomerati circostanti tendono a insediarsi all'ombra della fortezza, per esserne meglio protetti. Si viene formando cos quel paesaggio, in alcune regioni italiane (Trentino, Abruzzo, Lazio, Molise) mantenutosi intatto fino ai nostri giorni, caratterizzato dalla diffusa presenza di castelli che dominano i paesi sottostanti.
N a risultare modificata era solo la distribuzione degli uomini sul territorio.
Innanzitutto non potevano non esserci ripercussioni sulla rete viaria, che lentamente si venne riorganizzando, per rendere agevoli e rapidi i collegamenti con i nuovi centri fortificati.
Ma addirittura sconvolte risultarono in alcune zone, come ad esempio nel Piemonte, nel Lazio e in Abruzzo, le forme preesistenti di inquadramento religioso della popolazione rurale. Questa, come si ricorder, era in genere inquadrata nella pieve, un ampio distretto parrocchiale comprendente i fedeli che vivevano in case isolate o nei piccoli agglomerati sparsi nella campagna. Nel momento in cui la popolazione rurale si venne concentrando nei centri fortificati, i distretti pievani dovettero essere adeguati alla nuova realt, con la conseguenza che scomparvero le antiche pievi, dal territorio assai ampio, e al loro posto si formarono le nuove parrocchie, il cui ambito territoriale veniva ora a coincidere con quello del castello.


8.7

Il groviglio dei diritti signorili
e l'evoluzione dei rapporti vassallatico-beneficiari


Con la crisi dell'ordinamento pubblico di et carolingia non scomparve ovviamente l'esigenza che un qualche potere funzionasse. L'Europa del Decimo secolo, per quanto poco evoluta e tutta immersa nel mondo rurale, aveva pur sempre bisogno di qualcuno che esercitasse un minimo di potere sul territorio. I problemi nascevano piuttosto dal fatto che la societ, abbandonata a se stessa, veniva esprimendo dal suo seno poteri in concorrenza tra di loro: il fatto  che il Decimo secolo non fu solo "un secolo di ferro", come  stato considerato nel passato, ma anche un periodo di grande vitalit, in cui si ebbe una riorganizzazione dal basso, per adeguare le strutture politiche ai nuovi bisogni della societ.
Facciamo qualche esempio concreto. Gli abitanti di un villaggio hanno in affitto terre appartenenti a due o tre signori e quindi sono inseriti in corti diverse, per cui prestano le loro corves in varie localit; e abbiamo detto che i loro rapporti con i rispettivi signori non si limitano a questo, trovandosi nei loro confronti in una condizione di soggezione, che  anche sociale e giuridica. Uno dei predetti signori o anche uno diverso da loro costruisce in zona un castello e tende a imporre la sua autorit a tutti coloro che risiedono in un'area circostante pi o meno vasta, e quindi a quegli stessi uomini, che gi abbiamo visti dipendere da altri signori fondiari. Il conflitto  inevitabile: da chi dipenderanno quei contadini? A complicare ulteriormente la situazione, interveniva il fatto che i domini signorili erano tutt'altro che compatti, per cui un signore, radicato nel territorio nel quale stava consolidando il suo potere, aveva non di rado possedimenti minori in localit lontane, nelle quali operavano con maggiore forza e continuit altri signori locali. La tendenza che emerse, soprattutto sotto la spinta delle incursioni di Ungari, Saraceni e Normanni, fu quella di coordinare questi poteri concorrenti, per cui i signori territoriali (o bannali o di castello, come pure vengono indicati dagli storici) riservavano a s sia la difesa del territorio, e quindi la facolt di imporre servizi di guardia e prestazioni varie di natura militare, sia l'alta giustizia, cio le cause che comportavano pene detentive e corporali, lasciando ai minori signori fondiari la bassa giustizia, cio le cause civili e quelle relative agli obblighi di natura economica dei loro dipendenti.
Non sempre naturalmente si arriv in maniera pacifica ad accordi di questo genere, anche perch si trattava di situazioni che potevano cambiare da una generazione all'altra, in rapporto al grado di aggressivit e di slancio espansivo dei signori. Il risultato fu una sorta di guerra di tutti contro tutti, che giustifica la definizione del secolo Decimo come "secolo di ferro" sopra ricordata. Questa situazione di estrema frantumazione del potere per non va vista solo in senso negativo, ma anche nei suoi risvolti positivi, come ricerca di parte della societ del tempo di nuovi assetti di potere.
Che ruolo svolsero in tutto questo i rapporti vassallatico-beneficiari? Diversamente da quel che si  creduto nel passato, non furono essi soltanto a mettere in crisi gli ordinamenti degli Stati carolingi, anche se si rivelarono in genere uno strumento adatto a favorire la tendenza alla formazione di poteri a carattere locale. Anzi,  da precisare che le stesse relazioni di vassallaggio furono coinvolte nella crisi generale, perch vennero a snaturarsi profondamente. In origine, infatti, l'elemento pi importante era il vassallaggio, cio la fedelt che il vassallo giurava al suo signore, da cui aveva ricevuto ospitalit in casa e addestramento alle armi. Solo successivamente la fedelt veniva ricompensata con il feudo (o beneficio), che diventava, a sua volta, impegno per futuri servizi. Ora invece il rapporto appariva capovolto: il feudo, cio la terra, diventava l'elemento decisivo, per cui si entrava nel vassallaggio di qualcuno, per ricevere quel determinato feudo. La fedelt che originariamente era considerata pi vincolante degli stessi legami di parentela, per cui un vassallo avrebbe dovuto seguire il suo signore anche contro suo padre, fin cos con l'essere commisurata al feudo, era cio pi o meno grande a seconda dell'entit del feudo.
Si giunse anzi al paradosso della pluralit degli omaggi: un cavaliere prestava l'omaggio il connesso giuramento di fedelt a pi signori, ricevendo un feudo da ognuno di loro; in caso di conflitto tra i suoi signori, si considerava obbligato al servizio militare a favore di chi gli aveva dato il feudo pi grande.
Intanto la tendenza a inserire il feudo nel patrimonio familiare e a considerarlo ereditario veniva rafforzata da provvedimenti legislativi, la cui portata era ulteriormente ingrandita dall'interpretazione che ne veniva data nella prassi corrente. Il primo, al quale dobbiamo fare riferimento,  il Capitolare di Quierzy, emanato da Carlo il Calvo nell'877, alla vigilia di una spedizione in Italia contro i Saraceni. Con esso l'imperatore stabil che, in caso di morte di un conte o di un vassallo regio con un figlio minorenne o al seguito dell'imperatore, si sarebbe dovuto provvedere ad una amministrazione provvisoria della contea o del feudo, in attesa del suo ritorno, e lo stesso ordinava di fare ai vassalli, che lo stavano seguendo in Italia, nell'ambito dei loro rispettivi feudi. Dal testo emerge chiaramente che Carlo il Calvo non sanciva affatto n l'ereditariet delle contee n quella dei feudi, dato che si riservava di decidere al suo ritorno, non escludendo comunque di poter adottare qualsiasi soluzione. L'obiettivo era soltanto quello di assicurare ai cavalieri del suo esercito che non sarebbero stati danneggiati nelle loro aspettative di successione dalla momentanea assenza dalle loro terre. Dal momento per che l'ereditariet dei feudi era gi ormai in atto da tempo, il capitolare fu ben presto interpretato come formale sanzione al principio dell'ereditariet dei feudi maggiori, di quelli cio concessi direttamente dal re o imperatore. Per quelli minori, concessi dai vassalli ai loro fedeli (detti valvassori), bisogner attendere invece la Constitutio de feudis, emanata nel 1037 dall'imperatore Corrado II.
Il risultato della diffusione delle istituzioni vassallatico-beneficiarie e della perdita del loro spirito originario, unitamente al prorompere spontaneo di poteri locali sotto la spinta sia di bisogni di difesa sia della volont di dominio di alcune famiglie, era il formarsi di una rete molto intricata di rapporti politici: rete, quindi, diversa dall'immagine tradizionale di una societ feudale a forma di piramide, guidata da un ceto dirigente in cui ognuno era vassallo di qualcuno e signore di un altro, fino a raggiungere il vertice della piramide rappresentato dal re. A qualcosa del genere si arriver pi tardi, tra Undicesimo e Dodicesimo secolo, quando, come vedremo, attraverso un'ulteriore diffusione dei rapporti feudali si tenter di mettere ordine nella selva di poteri locali formatisi nel Decimo secolo. Allora invece la situazione era quella di un'estrema frantumazione politica: gli unici organismi a pi vasto raggio che riuscivano a mantenersi in piedi, sia pur attraverso continui cambiamenti di territorio, erano quei complessi feudali pi o meno grandi, che facevano capo a principi territoriali, il cui potere si configurava in maniera non diversa da quello dei re. Non a caso le fonti del tempo li definivano regna.
Il caso pi emblematico  quello della Francia. Qui, dopo l'estinzione dei Carolingi, nel 987, la famiglia dei Robertingi, che da almeno un secolo esercitava una specie di protezione sulla monarchia, assunse direttamente la corona con Ugo Capete (987-996), da cui prese nome la dinastia dei Capetingi. Allora per il potere regio si esercitava solo su una zona ristretta, compresa tra la Senna e la Loira, e gravitante sulle citt di Parigi e Orlans. Il resto del regno faceva capo a organismi territoriali praticamente autonomi: la contea di Fiandra, il ducato di Normandia, la contea di Bretagna, la contea di Angi, la contea di Champagne, il ducato di Borgogna, il ducato di Aquitania, la contea di Tolosa.


8.8
La crisi dell'ordinamento ecclesiastico

La dissoluzione dell'impero carolingio e l'estrema frantumazione del potere non erano tanto la conseguenza della diffusione dei rapporti feudali, quanto piuttosto delle condizioni complessive dell'Europa del tempo, priva delle risorse materiali e intellettuali per far funzionare grandi ordinamenti e strutture organizzative, paragonabili a quelli dell'impero bizantino e del mondo arabo. La riprova  fornita dal fatto che, parallelamente alla crisi dell'ordinamento pubblico, si ebbe anche quella dell'organizzazione ecclesiastica, come si ricorder, al centro delle riforme attuate da Carlo Magno e da Ludovico il Pio. Al di l della giustapposizione e della confusione tra Stato e Chiesa, che caratterizzano la legislazione carolingia, era chiara la preoccupazione del potere poltico di garantire il corretto funzionamento delle istituzioni ecclesiastiche e quindi la destinazione delle risorse di chiese e monasteri al mantenimento del clero e delle comunit monastiche nonch alla manutenzione degli edifici e all'assistenza ai poveri. Evidente era anche la preoccupazione di elevare il livello culturale del clero e soprattutto dei vescovi, ai quali doveva far capo l'attivit pastorale all'interno della diocesi. Orbene tutto questo venne messo in discussione tra Nono e Decimo secolo in seguito al diffondersi di usi e consuetudini che andavano esattamente in direzione opposta.
In non poche diocesi i vescovi dedicavano pi tempo all'esercizio dei loro poteri signorili che all'attivit religiosa, ma, quello che era pi grave e che sarebbe stato inconcepibile al tempo di Carlo Magno,  che concedevano in feudo ai loro vassalli le risorse delle chiese, come le decime versate dai fedeli, per averne servizi di natura militare.
Interferivano anche nella gestione patrimoniale dei monasteri soggetti alla loro giurisdizione, provocandone a volte l'impoverimento con l'imporre concessioni beneficiane a favore di loro fedeli. Anche quelli pi impegnati sul piano religioso si trovavano, tuttavia, in condizione di non poter svolgere efficacemente i loro compiti di natura pastorale, perch un numero sempre crescente di chiese veniva sottratto al loro controllo, essendo di propriet laicale. La legislazione canonica vigente prevedeva per i proprietari di chiese solo il diritto di presentare al vescovo il chierico candidato ad assumerne la cura, essendo riservato a lui il conferimento sia delle funzioni di carattere religioso (officium) sia delle entrate e dei beni ad esse connessi (beneficium). Sempre al vescovo spettava inoltre il controllo sull'attivit pastorale dei chierici, che egli aveva il dovere di visitare periodicamente nelle loro chiese e di convocare al sinodo diocesano. La realt era invece alquanto diversa: il proprietario laico praticamente sceglieva lui il chierico a cui affidare la sua chiesa e al vescovo non restava altro da fare che accettare il fatto compiuto, potendo opporsi teoricamente solo in caso di manifesta indegnit del candidato proposto.
Ora, se questo avveniva con una chiesa priva di cura d'anime, il danno era minimo; ma quando a ricadere nella libera disponibilit dei laici erano le chiese parrocchiali, le conseguenze per il corretto funzionamento dell'organizzazione ecclesiastica erano assai gravi dato che il vescovo veniva in questo modo privato della possibilit di esercitare effettivamente il suo ministero pastorale.
N soltanto a questo si limitava l'ingerenza dei laici nella vita della Chiesa. Non meno diffusa era la tendenza di imperatori, re e principi territoriali a imporre propri candidati alla guida sia delle diocesi sia delle grandi abbazie. Il sostegno di questi enti diventava, infatti, sempre pi importante, man mano che essi venivano dotati di poteri di natura pubblica, sottratti a conti, duchi e marchesi. Il fenomeno interess soprattutto la Germania e l'Italia, ed ebbe una forte accelerazione nella seconda met del Decimo secolo, al tempo dell'imperatore Ottone I: allora alcuni vescovi furono investiti della carica di conte e altri ebbero attribuzioni di tipo comitale su citt e parti di contee. La novit introdotta da quell'imperatore non consistette, quindi, nel coinvolgimento dell'episcopato nel governo dello Stato, bens nella pi decisa spinta da lui data a un processo gi in corso da tempo.
Al controllo dei laici non si sottraeva neanche il vertice della Cristianit. Gi abbiamo detto nel capitolo precedente che, vivo ancora Ludovico il Pio, il figlio Lotario aveva imposto al papato nell'824 la Constitutio romana, con la quale il papa eletto avrebbe dovuto giurare fedelt all'imperatore prima di essere consacrato. I successori di Lotario fecero valere effettivamente i loro diritti, soprattutto al tempo di Ludovico Secondo (855-875), il quale, impegnato a lungo in Italia contro i Saraceni, esercit un diretto controllo sulla citt di Roma e sulle elezioni dei pontefici. Questo non imped a un papa energico quale Niccol Primo (858-867), eletto per volont dello stesso Ludovico II, di affermare il primato pontificio su tutta la Chiesa e su ogni potere temporale, ma si tratt di enunciazioni teoriche, per allora del tutto prive di efficacia. La realt era invece quella di un papato che o soggiaceva al potere imperiale o, quando questo era assente, si trovava indifeso davanti alla pressione dell'aristocrazia romana.
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Il dibattito storiografico: L'INCASTELLAMENTO IN ITALIA.
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Il castello, a partire almeno dall'et del Romanticismo, si configura nell'immaginario collettivo come l'emblema stesso della civilt medievale, di cui evoca gli elementi ritenuti pi caratterizzanti, vale a dire l'insicurezza della vita e il predominio politico e sociale della nobilt feudale. Alla creazione di quest'immagine non hanno per contribuito soltanto poeti e scrittori, ma anche storici e storici del diritto, i quali nel corso dell'Ottocento si sono trovati concordi nell'individuare nelle citt e nei loro ordinamenti comunali gli elementi di progresso della societ italiana, rispetto ai quali si poneva come una forza antagonista quella feudalit che aveva nei castelli la sua abituale dimora, ma soprattutto la base del proprio potere.
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 solo alla fine dell'Ottocento che qualcosa comincia a cambiare nella prospettiva degli storici, ad opera soprattutto di Gioacchino Volpe (1876-1971), uno dei maggiori esponenti della storiografia italiana del Novecento, di cui avremo ancora occasione di parlare e che qui ricordiamo per i suoi studi sulle origini del movimento comunale, da lui ricondotte al dinamismo della piccola aristocrazia, che risiedeva in citt, ma che aveva i suoi punti di forza nei beni e nei castelli avuti in feudo da conti e vescovi.
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Ma quella del Volpe era pur sempre una prospettiva di storia sociale, che continuava a far centro sulla citt. Chi invece per la prima volta pose al centro della sua attenzione il castello in quanto punto di riferimento del territorio circostante, sul quale si esercitava il potere signorile di chi lo aveva costruito o ne aveva a vario titolo il controllo, fu uno storico del diritto, Pietro Vaccari (1880-1965), che pubblic nel 1923 un volume dal titolo assai significativo, La territorialit come base dell'ordinamento giuridico del contado (una seconda edizione riveduta e ampliata  apparsa nel 1963); esso per non valse a suscitare in Italia quell'interesse per i castelli che altrove in Europa era gi vivo da tempo nell'ambito non solo della storia sociale e del diritto, ma anche di quella economica.
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Un destino analogo ebbe alcuni decenni dopo il saggio molto originale e innovativo di Mario Del Treppo, La vita economica e sociale in una grande abbazia del Mezzogiorno: S. Vincenzo al Volturno nell'alto Medio Evo, dedicato al territorio di quell'abbazia molisana nei secoli nono-undicesimo e pubblicato nell'"Archivio storico per le Province napoletane" del 1955 (pp. 31-110): saggio, per il quale forse non  esagerato parlare di una vera e propria occasione mancata della storiografia italiana del Novecento, dato che in esso per la prima volta il proliferare dei castelli viene ricondotto non alle esigenze della difesa e del controllo politico-militare del territorio, bens alle dinamiche del popolamento e della vita economica e sociale di un'area ben definita. Non  da escludere che il lavoro di Del Treppo sia passato inosservato anche perch pubblicato in una rivista di scarsa circolazione e perch dedicato a un ambito spaziale molto periferico e quindi considerato poco significativo; ma il motivo principale  da ricercare probabilmente nella scarsa sensibilit per la geografia e per i metodi delle scienze sociali in generale che allora caratterizzava la storiografia italiana: in sostanza, alla circolazione del lavoro di Del Treppo ha nociuto l'essere troppo in anticipo rispetto ai tempi.
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Molto diverso il clima culturale e storiografico degli anni Sessanta e Settanta, che hanno visto un'ampia diffusione in Italia delle tematiche e delle metodologie della nuova storiografia francese promossa dalla rivista fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre con il titolo di "Annales d'histoire conomique et sociale", diventato nel 1946 "Annales. conomies. Socits. Civilisation" e nel 1994 "Annales. Histoire et sciences sociales": nuova storiografia francese, caratterizzata da un rapporto stretto della storia con le scienze sociali - dalla geografia alla sociologia, dall'economia alla psicologia - e da un forte interesse per la storia regionale e locale. Ne  espressione esemplare l'opera di Pierre Toubert Les structures du Latium medieval. Le Latium mridional et la Sabine du Nono a la fin du Dodicesimo siecle, pubblicata a Roma nel 1973 (cole franaise de Rome) e tradotta parzialmente in italiano nel 1980 dalla Jaca Book di Milano con il titolo di Feudalesimo mediterraneo.
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Il caso del Lazio medievale: opera che  stata al centro di un vivace e importante dibattito storiografico, con implicazioni di carattere metodologico che vanno al di l dello stesso problema dell'incastellamento, dato che sono state affrontate grosse questioni, tra cui la possibilit di realizzare una storia totale del Medioevo, individuando un fenomeno storico particolare, ma cos profondamente connesso con gli altri, da configurarsi come "fenomeno globalizzante".  questo, appunto, il caso dell'incastellamento, che nel Lazio dei secoli nono-undicesimo signific una rivoluzione nell'organizzazione del paesaggio attraverso una concentrazione degli uomini in aggregati rurali pi o meno grandi e pi o meno compatti, intorno ai quali i singoli settori produttivi formavano anelli concentrici a produttivit decrescente: prima gli orti e poi via via le vigne, i seminativi, i prati e infine gli spazi incolti e boschivi; il tutto in connessione con altri fenomeni ad esso collegati, quali il protagonismo dei signori locali, promotori e gestori del processo di trasformazione, la circolazione del denaro d'argento, adatto all'economia di villaggio, la proliferazione delle chiese private con prerogative parrocchiali, che ridisegnarono la geografia ecclesiastica della regione.
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Un'opera certamente esemplare per la capacit dell'autore di tenere costantemente al centro della sua attenzione una gran quantit di elementi, ma che alcuni hanno avuto il torto di considerare un modello estensibile acriticamente anche ad altre aree; e ci nonostante le avvertenze dello stesso Toubert, che ha continuato a riflettere sul problema, sulla base anche dei risultati delle ricerche stimolate dal suo esempio, giungendo a recuperare in parte la tradizionale funzione difensiva posta nel passato all'origine della fondazione dei castelli e sulla quale ha giustamente richiamato l'attenzione Aldo Settia in tutta una serie di saggi.
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A Toubert si deve anche una messa a punto degli orientamenti della pi recente castellologia italiana nel saggio i destini di un tema storiografico: "castelli" e popolamento nell'Italia medievale, nel suo volume Dalla terra ai castelli. Paesaggio, agricoltura e poteri nell'Italia medievale, Torino, Einaudi, 1995, pp. 23-43, che abbiamo utilizzato per ripercorrere il dibattito storiografico sul tema. Di questo volume  da leggere anche la presentazione di G. Sergi, il Medioevo di Pierre Toubert fra lunga durata e dinamismo, dalla quale  possibile recuperare la bibliografia relativa al dibattito sull'opera dello storico francese.
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Della ricchissima produzione storiografica successiva all'opera di Toubert sono da segnalare, in particolare: A. Settia, Castelli e villaggi nell'Italia padana. Popolamento, potere e sicurezza fra Nono e Tredicesimo secolo, Napoli, Liguori, 1984; Castelli. Storia e archeologia, a cura di R. Comba-A. Settia, Cuneo, Comune di Cuneo, 1984; Guerre, fortification et habitat dans le monde mditerranen au Moyen ge, a cura di A. Bazzana, Madrid-Rome, Casa de Velzquez-cole francase de Rome, 1988; A. Settia, Castelli, popolamento e guerra, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. II, pp. 117-143; S. Carocci, Signori, castelli, feudi, in Storia medievale, Roma, Donzelli, 1998, pp. 247-267.
Per l'Italia meridionale; R. Licinie, Castelli medievali, Puglia e Basilicata: dai Normanni a Federico Secondo e Carlo Primo d'Angi, Bari, Dedalo, 1994.
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Bibliografia.
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Sull'origine dei rapporti vassallatico-beneficiari sono da vedere, oltre alle opere citate nel capitolo precedente; F. L. Ganshof, Che cos' il feudalesimo, Torino, Einaudi, 1989 (ed. or. 1942); Structures fodales et fodalisme dans l'Occident mditerranen (XII-XIII sicles), Rome, cole franaise de Rome, 1980; P. Poly-E. Bournazel, il mutamento feudale.
Secoli X-XII, Milano, Mursia, 1991; C. Violante, Regime feudale, regime signorile e regime curtense. Distinzioni e reciproche interferenze, in Signori e feudatari nella Valdinievole dal Decimo al Dodicesimo secolo, Baggiano (PistoIa), Comune di Buggiano, 1992.
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Per un inquadramento generale del periodo; G. Barraclough, il crogiolo d'Europa. Da Carlo Magno all'anno Mille, Roma-Bari, Laterza, 1978; F. Camastra, La disgregazione dell'impero carolingio, Brescia, Vannini, Primo 1983; E. Sestan, Stato e nazione nell'alto Medioevo. Ricerche sulle origini nazionali in Francia, Italia e Germania, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1994 (1a ed., 1952); C. Wickham, Land and Power. Studies in Italian and European Social History. 400-1200, London, British School at Rome, 1994; G. Albertoni, L'Italia carolingia, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1997.
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Per la crisi dell'ordinamento pubblico carolingio e dell'ordinamento ecclesiastico; G. Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel Medioevo italiano, Torino, Einaudi, 1979; Idem, Le sperimentazioni del potere nell'alto Medioevo, Torino, Einaudi, 1993; Idem, Dai re ai signori. forme di trasmissione del potere nel Medioevo, Torino, Bollati Boringhieri, 2000; G. Sergi, L'Europa carolingia e la sua dissoluzione, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, :	vol. II, pp. 231-262; A. Settia, L'espansione normanna e Le incursioni saracene e ungare, ivi, pp. 263-285, 287-306; C. Violante, Ricerche sulle istituzioni ecclesiastiche dell'Italia centro-settentrionale nel Medioevo, Palermo, Accademia nazionale delle scienze, 1986.
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FINE Parte 2.